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I miei ricordi della scuola
elementare sono nell'insieme come annebbiati, fusi e confusi con
quelli della guerra, l'evento che sovrastava tutto e tutti. La
carenza di aule scolastiche deve essere a Roma un fatto endemico:
avevo infatti frequentato la prima elementare in un scuola
alloggiata in una serie di botteghe aperte sulla strada. In alto,
al posto delle insegne, un grosso stemma rosso e giallo con le
lettere SPQR stava ad indicare che si trattava di una scuola del
Comune di Roma. SPQR: "Salame, Prosciutto, Quanciale, Ricotta" o
"Sono Porci Questi Romani", parafrasavano i "regazzini". I
maschietti in grembiule turchino con le righe bianche della classe
sulla manica e le bambine col grembiule di mussola bianco. Nelle
grandi occasioni, cerimonie, marce, gite, si aggiungeva sul capo
un berretto, anch' esso di mussola, bianco, tondo, piatto, alla
Raffaello, attraversato da un nastro, soprannominato, sempre dai
ragazzini, "frittella".

Si rimaneva a scuola fino al pomeriggio, a
tempo pieno si direbbe oggi, e il giovedì era vacanza, per cui il
nostro Pinocchio sognava e proponeva, contestando, una settimana
di sei giovedì e una domenica. Due intervalli, uno breve e uno
lungo, interrompevano le ore di lezione. A metà mattina, verso le
dieci, suonava una prima campanella: era il segnale del primo
intervallo. La porta dell'aula bottega si spalancava ed entrava
panciuta e trionfante una grossa cesta ricolma di panini a rosetta
appena usciti dal forno di fronte, sorretta per i manici da due
robuste bidelle in rigatino azzurro. Al profumo del pane si univa
e si confondeva un profumo di cioccolata, la cioccolata Bloch,
quella suddivisa in tante tavolette o mattoncini rettangolari.
Fuori dalla tasca i due soldi che la mattina la mamma vi aveva
messo con mille raccomandazioni di non perderli, e panino e
relativo blocchetto venivano rapidamente sgranocchiati. Alla
mezza, quando più lunga e più allegra, squillava una seconda volta
la campanella, si apriva il panierino. Di cartone o di paglia
intrecciata, il panierino era parte integrante del corredo
scolastico e assumeva, per noi, importanza forse superiore a
quella della cartella di grossa tela marrone. Il panierino si
apriva e ognuno stendeva sul banco una piccola salvietta e vi
disponeva sopra il pranzetto: pane, frittata o formaggio, mela o
arancia o fichi secchi o noci a seconda della stagione. Volendo,
c'era a scuola anche la minestra calda gratuita o a pagamento.
Sono, questi delle ore di ricreazione, i ricordi più chiari e vivi
del mio primo anno di scuola, forse perché, figlia unica di
genitori non più giovani che mi soffocavano un po' con eccessive
attenzioni, il ritrovarmi in mezzo a tanti bambini rappresentava
evidentemente un fatto nuovo ed esaltante. Sapevo già leggere e
scrivere perché mio padre si era improvvisato maestro e, non so
con quale metodo, mi aveva fatto riempire quaderni di belle
lettere tondeggianti. Sapevo maneggiare la penna e intingere
cautamente nell' inchiostro il pennino a lancetta senza fare
macchie e usare, al momento opportuno, la carta assorbente di un
bel colore rosa acceso. Ricordo molto bene la maestra di prima,
una signora dalla voce tonante e dall' aspetto quasi mascolino e
ne ricordo anche il nome.

Ma tutto sfuma poi in un contorno vago di
banchi, di braccia conserte, di dieci e lode, di segni rossi e
blu, di ore quasi sempre allegre e festose. In seconda, passai in
una scuola quasi vera. Era un grande edificio sulla via che allora
si chiamava S. Quintino, adattato a scuola dopo che era stato
espropriato, credo, a un ordine religioso. Aule piccole, corridoi
strettissimi, scale rapide, ma in compenso un grande cortile
giardino dove scendevamo nell'ora di ricreazione e potevamo
correre, saltare, intrecciare grandi girotondi cantando le
relative filastrocche, o giocare a "gatto e topo", a "cucuzza
cucuzzaro" o ad "anello anello". Il gioco più bello per me era
quello di "è arrivato l'ambasciatore" con la coppia che a mani
intrecciate avanzava e retrocedeva cantando. E mi piaceva anche
"Oh quante belle figlie madama Dorè". Per le più irrequiete c'era
la "Guerra francese" e non so perché si chiamasse così. Il cortile
era cintato da un'alta muraglia che ci separava dalla Villa
Campanari, sede allora dell' ambasciata austriaca, chiusa perché
si era in guerra, i cui altissimi alberi
svettavano oltre il muro e ci regalavano la loro ombra.
Naturalmente, pur essendo la scuola maschile, come si leggeva a
chiare lettere sulla targa all'ingresso, la separazione dei sessi
era assoluta e ogni tanto risuonava un grido di allarme: "Via
dalla parte dei maschi". Una linea divisoria, non tracciata,
stabiliva due distinti settori: la parte delle bambine e quella
dei maschietti o maschiacci, come spesso venivano definiti. Pure,
la clausura veniva superata e mi è rimasto il ricordo di un
"fattaccio" tra ragazzi di sesta.

Lei una bella brunetta sedicenne aveva fatto
sparire da casa un orologio d'oro per darlo come pegno d'amore
ardente al suo ragazzo, anche lui di sesta. Ricerche,
interrogatori, indagini. E del resto un orologio d'oro al polso di
un ragazzo non poteva passare, a quei tempi, inosservato. Ma lo
"scandalo" rimase nel chiuso della scuola, non intervennero
giornali e televisioni! E tutto si concluse con un severo castigo
e poi con abbracci e lacrime di pentimento versate nel capace seno
materno della saggia e amorevole signora direttrice. La
popolazione scolastica era allora molto disassortita come età.
Nelle classi, sempre numerose, si potevano trovare alunni della
giusta classe di età e altri già molto oltre. In quinta e sesta
era facile trovare i quindici e sedici anni sia per la ripetenza
che era elevata a causa della seria selezione, sia per il fenomeno
degli abbandoni. C'era infatti chi lasciava la scuola con la
licenza di terza e la riprendeva a distanza di tempo per arrivare
alla licenza di sesta. La mia maestra di seconda era una signora
giovane, molto distinta ed elegante.

In terza ebbi una nuova maestra, meno bella,
ma più esperta e materna. Rivedo la grossa balia ciociara che
negli intervalli veniva a portarle il bambino, ben fasciato,
adagiato su un cuscino porte-enfant ricco di pizzi e di nastri e
noi intorno ad ammirarlo. Ma la mia vera maestra è stata la
signorina Tailetti, la maestra di quarta, quinta e sesta. Sulla
quarantina, portava i capelli già brizzolati
severamente raccolti in un' acconciatura a conchiglia allora molto
in uso tra chi non voleva concedere troppo alla moda. Vestiva
infatti sempre con accurata semplicità e calzava piccoli cappelli
rialzati da un lato. Era esigente, severa, autoritaria, molto
attiva, sempre controllata. Non ricordo di lei né scatti, né
leziosaggini. Pure ci voleva veramente bene e sapeva tutto di
ognuna di noi. La rivedo togliersi dalle spalle lo scialle di lana
a mantellina che usava tenere in classe e metterlo sulle mie di
ragazzina un po' "debole di bronchi" per proteggermi dal freddo,
mentre in una esercitazione di allarme scendevamo le scale verso
gli scantinati della scuola. Ero, "purtroppo", la prima della
classe, ma non per questo la "cocca" della maestra, come si diceva
tra ragazzine malignette per indicare la preferita. La signorina
Tailetti era la maestra di tutte. Delle tante compagne di scuola,
solo tre o quattro sono i volti che ancora emergono netti e
precisi nei contorni, ma fissi, immobili, in una lontananza
infinita.

Rivedo Elsa, brunetta, pallida,
mingherlina, dalla voce come appannata e i grandi occhi tristi in
un viso troppo serio. Era figlia di un funzionario del Ministero
delle poste e telegrafi e abitava in un appartamento della nostra
stessa cooperativa, al quarto fabbricato. Facevamo spesso i
compiti insieme a casa mia o a casa sua, sedute sul tavolo
dell'ingresso. Lei veniva più volentieri da me. Era oppressa in
casa da una sorella molto maggiore d'età, già laureata, già
fidanzata, molto bella, che in famiglia faceva il buono e il
cattivo tempo e bisticciava continuamente con sua madre, una
donnina dall' aria semplice, bassa e grassottella. L'eco dei loro
alterchi ci arrivava attraverso le porte chiuse; il viso della mia
compagna diventava più serio e appassito, come di una persona già
grande, e io rimanevo imbarazzata e triste. Ogni tanto vedevo il
padre, gentile, voluminoso e baffuto. Lo sapevo "superiore" di mio
padre e questo mi creava un senso di soggezione. Rimanemmo molto
unite fino alla quarta. Poi lei fece gli esami di ammissione alla
scuola media, mentre io continuai a frequentare la quinta e la
sesta classe delle elementari per arrivare alla "licenza" che
secondo mio padre era meglio avere "in mano". C'era poi Irma,
graziosissima, dai bei capelli castani e dai grandi occhi vivaci,
vicina di casa anche lei, anche lei figlia unica, perché così si
ostinava a considerarla la madre malgrado la presenza di due
fratelli. Il padre era professore di violino e suonava alla Sala
Umberto, un teatro di varietà molto in auge allora e considerato
nelle buone famiglie un luogo di perdizione. Ne parlavamo
sottovoce mentre fingevamo di studiare. Irma mi riferiva quello
che poteva captare dai discorsi circospetti del padre, ascoltati
di nascosto.

Così le gambe e le piume e i
lustrini scintillanti di Anna Fougez, trionfatrice del tempo,
sembravano a noi l'anticamera di un misterioso e attraentissimo
inferno. Irma non aveva molta voglia di studiare, ma era più
svelta ed esperta di me, certo anche per la presenza dei suoi
fratelli, uno dei quali molto più grande di lei, "ardito" in
guerra e poi "legionario" a Fiume con D'Annunzio. Mi sembrava un
eroe e canticchiava le canzoni in voga e parlava già d'amore. Il
ricordo più caro è però quello di Italia. Era una ragazzina della
mia età, ma robusta e colorita, mentre io ero magrolina e
pallidina, sempre alle prese con raffreddori e bronchitelle e
febbri e febbrette, spesso vittima delle compagne più grandi e più
prepotenti che si accaparravano spazio e giochi. Figlia di un
artigiano, abituata a difendersi da un nugolo di fratelli, pronta
anche a menar pugni e a farsi largo a gomitate, mi
aveva preso sotto la sua protezione, forse attratta dal mio
aspetto di biondina delicata. Mi accompagnava spesso fino a casa e
saliva per giocare o per prendersi dei libri da leggere. Ci
lasciammo alla fine della sesta e per un lungo tempo ho conservato
in una mia scatola di legno piena di cose care, una piccola aquila
ad ali spiegate, lavorata in ferro, un fermacarte, il suo regalino
d'addio. Continuare gli studi? Fu questo il dilemma che si pose
alla fine delle elementari. La decisione fu dibattuta a lungo. Mio
padre, progressista, aveva per me grandi ambizioni. Mi avrebbe
visto volentieri in una professione impegnativa, una di quelle in
cui allora le donne raramente si cimentavano, come avvocato o
medico. Mia madre, schiava dei suoi terrori, diciamo così,
finanziari che riassumeva nel detto "non fare il passo più lungo
della gamba", temeva la spesa, aveva paura di non farcela. Ricordo
i discorsi, i pareri, i pro e i contro. Sei,
sette anni di studi superiori sono lunghi.Le tasse. I libri.
Ripiegare sui tre anni di scuola "tecnica" che davano alla fine
una licenza già qualificata per un impiego? "L'impiegata?
L'ufficio? No", si opponeva mio padre, oltretutto disturbato dalla
"promiscuità" degli ambienti in cui l'unica figlia, la "figlia
sola" come dicevano, si sarebbe trovata esposta a oscuri ma non
ignoti pericoli che viceversa lui non vedeva in professioni, per i
tempi, assai più avventurose. "Possiamo", affermava mio padre.

"Chissà", ribatteva mia madre. La maestra
insisteva decisa: "C'è anche l'esenzione dalle tasse scolastiche
per la media del sette e dell'otto". "Lo zio Lorenzo potrà
rimanere ancora con noi e il peso della pigione continuerà a
essere così alleggerito", azzardava mia madre. E: "Che cosa vuoi
far fare a una ragazzina che ha sempre qualche libro da leggere in
mano? E poi è anche delicatina di salute...". Mi ritorna l'eco dei
discorsi, delle parole, ma non saprei oggi dire quale fosse il mio
atteggiamento. Sicuramente non fatto di voglio e non voglio,
esclusi dal mio carattere e del resto neppure pensabili nei tempi
e nelle circostanze. Andare a scuola mi piaceva. Studiare non mi
pesava. I libri non mi erano ostili. La mia accentuata timidezza,
a scuola scompariva o meglio non aveva effetti negativi e riuscivo
bene. O forse, la timidezza scompariva perché riuscivo bene e mi
sentivo sicura. Comunque, le mie aspirazioni personali dovevano
essere molto vaghe e confuse e fatte soprattutto di sogni.
Dell'avvocato mi attraeva solo la toga e il tocco. Del medico
proprio nulla. Il giornalismo era un campo
alquanto diabolico, scarsamente aperto alle donne, e poi gli
spostamenti, i viaggi, gli affanni non si addicevano al mio scarso
dinamismo. La cantante...la folla, gli applausi, le luci, i fiori,
ma... mancava la voce. Diventare una scrittrice come Matilde Serao.
Questo sì, sarebbe stato bello. Ma la "scrittrice" non è una
professione...E allora, c'è l' insegnamento, la via più sicura e
"dignitosa" per una donna. Alle bambine piaceva "fare" la maestra;
era tra i giochi preferiti, allora. Adesso non lo so. Così con la
licenza di sesta, da: tenere per il non si sa mai, entrai alla
scuola superiore. Le Scuole Normali erano allora a Roma soltanto
due, più che sufficienti con le loro sezioni A, B e C, dato che la
maggioranza delle ragazze lasciava gli studi alla fine della sesta
elementare. Terminava qui la scuola dell'obbligo, a dodici anni.
Direi, anzi, che l'obbligo vero e proprio si limitava alla terza
elementare, alla fine della quale veniva rilasciata una licenza di
scuola elementare inferiore. Molti, alla fine della sesta, si
avviavano all'apprendistato ancora fiorente o alle scuole di arti
e mestieri o professionali. Una massa notevole si iscriveva alla
scuola tecnica e l'élite andava al ginnasio che col suo greco e il
suo latino apriva, dopo cinque anni, le porte del liceo classico.
lo fui iscritta alla scuola Margherita di Savoia che occupava
tutto il piano nobile di un pretenzioso ma già vecchio palazzo
umbertino, sopra i portici di piazza Vittorio Emanuele, famosa per
il suo grande mercato, cosicché tra Dante e Manzoni si inseriva
spesso il costo di patate e pomodori gridato a squarciagola dai
robusti titolari dei banchi di frutta e verdura. E mi sentii
studentessa.

A pieno titolo e con una certa superbia,
tanto più che nel palazzo dove abitavamo, diventato col tempo, una
sorta di piccolo paese cittadino scrutatore e pettegolo con le sue
settanta e più famiglie, ero, nel gruppo delle mie coetanee, una
delle pochissime, due o tre in tutto, che continuavano gli studi.
Ora le eleganti signore del piano di sopra mi guardavano con
invidia, o almeno così mi sembrava, sospirando sui loro figli che
"non avevano voglia". E quando mi incontravano per le scale, col
mio pacco di libri ben stretto nella cinghia, come allora si
usava, per distaccarsi dalla cartella distintivo delle elementari
, aumentavano l'apertura dei loro sorrisi e mi dicevano: "Che
brava! Come vanno gli studi?", con tono sempre più dolciastro,
scrutandomi attentamente attraverso l' occhialino subito
inforcato. E io cercavo sempre più di sfuggirle.

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