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Ana è una bambina come tante. Ha nove
anni, anche se a volte sembra averne di più. Magrolina, abbastanza
alta e con grandi occhi neri. Timida, un po’ strana, osserva tutto
e tutti. Potrebbe godersi la sua giovane età, ma Ana non può.
“Tutti i giorni,
al mattino – racconta a Peacereporter Marta Ambrosini, uruguaiana
di origine italiana, che da anni vive a Tacuarembo, in Uruguay –
Ana esce di casa presto, a volte sola, a volte insieme con
qualcuno dei tanti fratelli.

Pur avendo voglia di
divertirsi, di ridere, di fare quello che dovrebbero fare le
bambine della sua età, non ha scelta. Suona i campanelli, bussa
porta a porta. Tieni algo que me dè?, chiede. Ogni ora, fino a
tardi. E ogni giorno è uguale”. Suo padre lavora poco,
saltuariamente. La madre mai e la famiglia è numerosa. “Purtroppo,
la disoccupazione è diffusa – continua nel racconto Marta, con un
tono di voce preoccupato – Sono tante le famiglie sul lastrico”.
Poi riprende a parlare di Ana: “Ogni tanto riesce anche ad andare
a scuola, ma solo dopo aver fatto il giro delle case. Là perlomeno
può pranzare alla mensa. Altrimenti non c’è via d’uscita. Deve
chiedere l’elemosina”. Purtroppo questa è solo una delle mille
storie di questo Paese, che negli anni Cinquanta era considerato
la Svizzera delle Americhe. L’Uruguay era la terra promessa per
tanti immigranti, che proprio qui trovarono un lavoro, misero su
famiglia e incontrarono tranquillità e progresso. “Cosa dire tutto
ciò? Cos’è successo? – si chiede Marta – Anni di politiche
sbagliate hanno portato alla rovina un piccolo paese, dove non
molto tempo fa la gente stava bene.

Oggi da terra di
immigrazione l’Uruguay si è trasformato in terra d’emigrazione. E
quanto dolore. Quanta miseria. Quanta tristezza. Non possiamo
restare indifferenti. È possibile che i Paesi ricchi non si
fermino anche solo per un istante a pensare che qualcosa si
dovrebbe fare in favore dei cosiddetti paesi in via di sviluppo,
che una volta seppero aiutare e ricevere tanti disperati in cerca
di lavoro e di pace?”. Marta non si arrende. Insiste che sia
inammissibile che i bambini siano costretti a fare come Ana. “E
pensare che se al posto di armi potentissime e costosissime –
aggiunge – che portano solo distruzione e dolore, i Grandi
creassero opportunità di lavoro per i milioni di disoccupati, le
cose comincerebbero a migliorare. È una bella terra l’Uruguay. I
suoi 3 milioni di abitanti, che discendono quasi tutti dagli
europei, sono volenterosi e pieni di entusiasmo. Nonostante tutto.

E hanno voglia di cambiare le cose. Ma
come? Queste realtà non dovrebbero esistere, e basta. Basta con le
storie come quelle di Ana. Qualcuno dovrebbe darci un’opportunità.
Anche il Sud del mondo esiste. Eccome”.
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