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Ricordo bene quel giorno di novembre in cui
papà e il nonno vennero inviati al campo di concentramento di
Dachau. Era la Kristallnacht. Il nonno e la nonna erano venuti a
trovarci a Kippenheim e noi tutti fummo colti da un terrore che
non dimenticherò mai. Con quanta gratitudine li
vedemmo tornare a casa poche settimane più tardi!
Raccontarono sottovoce di essere stati percossi e maltrattati in
quell'orrendo posto e dissero: "La bambina non deve sentire queste
cose" . Di lì a poco papà perse il suo commercio di tessuti. Era
venuto il momento di lasciare la Germania, ma dove saremmo potuti
andare? La maggior parte delle nazioni del mondo libero stava
chiudendo le porte. Nel maggio 1939 preparammo i bagagli e
vendemmo la casa. Lasciammo il nostro paese e ci trasferimmo a
Jebenhausen, con i nonni. Era inteso che questa fosse soltanto una
tappa, perché speravamo sempre di riuscire ad abbandonare la
Germania. Di lì a poco il nonno morì per un attacco cardiaco; si
può dire che morì di crepacuore. La sua fine fu provocata dalla
malattia e dal dolore per il suo Paese che amava tanto. Ma
nonostante questo, i due anni che passammo a Jebenhausen sono fra
i ricordi più felici della mia infanzia. I miei nonni costituivano
l'ultima famiglia ebrea rimasta in quel villaggio di un migliaio
di abitanti.

Gli
altri bambini erano gentili e amichevoli e non mi guardavano male.
Anzi, io divenni il loro capo, mentre marciavamo avanti e indietro
per la strada cantando le canzoni popolari di quel tempo, che
spesso contenevano propaganda nazista. La frenesia di quei giorni
era contagiosa. Noi non capivamo le implicazioni razziste
contenute in quelle canzoni e vivevamo ancora nell'innocenza
dell'infanzia. Nonostante a Jebenhausen ci fosse poca intolleranza
antisemita, i miei nonni avevano sempre praticato la loro
religione con molta cautela. Secondo il rito ebraico, il periodo
di quarant' anni durante i quali Mosè e il suo popolo
attraversarono il deserto viene commemorato con la festa dei
Tabernacoli, o Succoso, la consuetudine vuole che si costruisca
una capanna simbolica ("succo") fatta di canne, rami d'albero ed
erbe. L'interno è decorato con ornamenti colorati e frutti,
ortaggi e fiori dell' autunno. Il tetto del solaio nella casa dei
nonni veniva levato e la stanza si tramutava in un "succo".
Sebbene la stanza non si potesse vedere, dopo la morte del nonno
non osammo più celebrare la festa neppure in questa forma segreta.
Ogni giorno venivano emanati nuovi decreti restrittivi. Gli ebrei
furono obbligati a cedere tutto il loro oro e gli oggetti
d'argento. Dovettero aggiungere al loro nome quello di Israel o
Sara, in modo da essere più facilmente riconoscibili. Così io
divenni Inge Sara Auerbacher. Alcuni abitanti del villaggio non si
preoccuparono affatto di queste nuove misure antisemitiche e
continuarono ad esserci amici, anche se i cristiani avevano il
divieto di mantenere rapporti con gli ebrei. Alcuni contadini
continuarono a venderci il cibo. La nostra amatissima amica
cristiana Teresa, che aveva lavorato come cameriera in casa dei
nonni per oltre vent' anni, andava di notte a portare piatti di
cibo dietro la pietra tombale di mio nonno, perché noi potessimo
ritirarli il mattino seguente. Fu lei che salvò alcune delle
nostre cose più care tenendole nascoste fino alla fine della
guerra, compresi due album di fotografie di famiglia e alcuni dei
nostri libri di preghiere. Aiutandoci e mantenendo rapporti
con noi, queste persone rischiavano la vita. Furono molto
coraggiose. I bambini ebrei non potevano più frequentare le scuole
comunali. lo dovevo percorrere due miglia a piedi fino a
Goeppingen, il più importante centro della zona, e di lì fare un'
ora di treno per andare a scuola a Stoccarda. Era quella l'unica
scuola ebraica di tutta la provincia. Per fare questo tragitto
dovetti richiedere uno speciale permesso di viaggio, dal momento
che agli ebrei non era più consentito muoversi liberamente. Questi
spostamenti divennero ancora più rischiosi quando, il 10 settembre
del 1941, gli ebrei furono costretti a cucirsi sui vestiti la
stella di Davide di stoffa gialla, come marchio distintivo. Sulla
stella c'era stampigliata la parola Jude, che in tedesco significa
ebreo, scritta in caratteri che richiamavano quelli ebraici. Il
papà mi raccomandava sempre di mettermi a sedere in treno in una
posizione che coprisse "naturalmente" la mia stella gialla, benché
fosse severamente proibito nascondere quel "marchio di vergogna".Questo
non era sempre possibile e gli altri bambini mi deridevano e
facevano commenti malevoli. Talvolta c'erano però anche persone
che provavano pietà di me. Un giorno una donna cristiana lasciò
una borsa di biscotti accanto al mio sedile. Deve aver provato
compassione per la piccola ebrea di sei anni che viaggiava tutta
sola per quel lungo tragitto. La " Soluzione Finale", cioé il
piano per liquidare tutti gli ebrei in Europa, cominciò per noi
nel 1941. Voci della nostra "sistemazione" in una zona diversa
erano all' ordine del giorno. Molti tentarono con ogni mezzo di
lasciare la Germania, ma invano.

Per
noi tutte le frontiere erano chiuse. Le deportazioni verso l'Est
ebbero inizio nella seconda metà del 1941. Una mattina mia nonna,
i miei genitori e io ricevemmo dei mandati di deportazione. Papà
era un veterano, rimasto invalido a seguito della Prima Guerra
Mondiale e, nel tentativo di salvarci, usò questo fatto come un'
arma. Ci riuscì, ma non fummo in grado di aiutare la nonna. Lei e
la maggior parte dei miei compagni di scuola furono mandati a
Riga, in Lettonia. Non dimenticherò mai i nostri addii pieni di
lacrime, mentre la guardavamo scendere le scale della stazione
ferroviaria di Stoccarda, e scomparire. Non l'avrei rivista mai
più. Quasi tutti gli sfortunati componenti di questo gruppo
caddero vittime degli Einsatz gruppen in una foresta vicino a
Riga. Dovettero scavare la propria tomba prima di essere
trucidati. Noi fummo costretti ad abbandonare la casa dei nonni a
Jebenhausen e trasferiti in una delle "case ebraiche" di
Goeppingen. I miei genitori vennero mandati a lavorare in una
fabbrica di biancheria femminile per un salario da fame. La mia
scuola a Stoccarda fu chiusa prima che io avessi finito la prima
elementare. Nel 1941 la guerra era in pieno svolgimento. Spesso la
notte venivamo svegliati dall'urlo delle sirene, e questo mi
spaventava terribilmente. La maggior parte delle bombe degli
Alleati cadeva però assai lontano dalle nostre case. Il 22 agosto
1942 anche noi fummo deportati. Ormai non c'era più alcuna
possibilità di sfuggirvi. Divenni il numero 408, una persona senza
più cittadinanza. Stipammo le nostre povere cose in una valigia,
secondo le istruzioni molto precise che ci furono date. Ci fu
confiscato tutto il denaro. La polizia venne nel nostro
appartamento e alla mamma fu detto di lasciare le chiavi di casa
sul tavolo della sala da pranzo.Il funzionario allora ci disse:
"Adesso potete andare!". Fummo radunati nella palestra di una
scuola di Goeppingen e perquisiti. Il mio timore più grande era
che le SS mi portassero via Marlene, la mia
bambola. Era un regalo della nonna, l'unico ricordo che avevo di
lei. Il funzionario tolse la testa a Marlene, per vedere se
avevamo nascosto gioielli o altre cose di valore nel suo corpicino
vuoto, ma alla fine decisero di lasciarmela. Non fui però
altrettanto fortunata con una spilla di legno. Un ufficiale delle
SS la trovò di suo gusto e me la strappò dal vestito. Da
Goeppingen fummo condotti a Stoccarda, ch'era il più importante
centro di raccolta degli ebrei deportati. lo ero la più giovane
delle circa 1200 persone del gruppo. A Killesberg ci rinchiusero
in un vasto locale che di solito veniva usato per le esposizioni
floreali. Per due giorni dormimmo sul pavimento.La
nostra destinazione era Terezin o Theresienstadt, come veniva
chiamata in tedesco, un campo di concentramento in Cecoslovacchia
a circa quaranta miglia a nord di Praga. Era stato costruito nel
1780 dall'Imperatore asburgico Giuseppe II, in memoria di sua
madre, l'Imperatrice Maria Teresa. Intorno al 1880 la guarnigione
fu poi abbandonata dai militari e occupata dai civili. Verso la
fine degli anni Trenta, Terezin era in uno stato di grave
abbandono. Il10 ottobre 1941 Reinhard Heydrich, Adolf Eichmann e
altri funzionari nazisti di alto grado scelsero Terezin come campo
di transito per i deportati ebrei, prima di passare all'Est per
essere sterminati. I nazisti mascherarono il campo, facendolo
apparire come un "ghetto modello" a scopo di propaganda. I primi
ebrei che vi giunsero, nel novembre 1941, venivano dalla
Cecoslovacchia. A essi seguirono gli anziani deportati dalla
Germania e dall' Austria. Tutte persone che si pensava non
sarebbero vissute ancora a lungo.

A
Terezin arrivarono così molti medici e avvocati di grido, veterani
di guerra con decorazioni e capi ebraici di notevole importanza,
come il Rabbino Leo Baeck, proveniente dalla Germania. Una loro
immediata deportazione nei campi di sterminio nell'Est avrebbe
destato sospetti. Alla fine a Terezin arrivarono ebrei di ogni
classe sociale. Venivano dall'Austria, dall'Olanda, dalla
Danimarca e da altri Paesi d'Europa, e tra loro ce n'erano anche
alcuni che avevano genitori di sangue misto, per metà ebrei e per
metà cristiani. Ricordo uno speciale convoglio di almeno un
migliaio di bambini polacchi nell'estate del 1943. Arrivarono
vestiti di stracci ed erano tutti magrissimi e sporchi; molti di
loro erano ammalati. Le SS ordinarono a tutti di rimanere in
quarantena in una zona particolare del campo. Si diffuse la voce
che venissero da Bialystock, in Polonia, e che i loro genitori
fossero stati uccisi sotto i loro occhi. Poco tempo dopo furono
inviati ad Auschwitz dove finirono nelle camere a gas. Terezin
consisteva in enormi baracche di mattoni, celle sotterranee e
vecchie case cadenti. Era tagliata fuori dal mondo esterno da alte
mura, profondi fossati pieni d'acqua, recinti di legno e filo
spinato. Comunicazioni radio o telefoniche e giornali che
venissero da fuori erano severamente proibiti. In rare occasioni,
però, qualche notizia sull' andamento della guerra riusciva a
filtrare nel campo. Queste voci erano chiamate "chiacchiere da
latrina", perché i prigionieri si scambiavano queste informazioni
appunto nei bagni comuni. Spesso le storie man mano che si
diffondevano cambiavano di contenuto. Alle donne era perfino
proibito partorire, ma nel corso degli anni in cui rimasi a
Terezin, alcune centinaia di bambini videro la luce nel campo.
Infrangere questo divieto significava di norma l'immediato
trasferimento verso l'Est per la madre e per il bambino: eppure,
miracolosamente, un pugno di questi bebè sopravvisse alla guerra.
In origine Terezin era stata costruita per alloggiare 7000
persone, ma durante la guerra il campo riusciva. a contenere
60.000 prigionieri. A quel tempo fu costituito un Comitato Ebraico
degli Anziani che doveva regolare gli affari interni. Questo
gruppo era diretto dal più vecchio, chiamato il capo degli
anziani. Il compito principale del Comitato era di redigere liste
degli internati che dovevano essere deportati all'Est, seguendo le
istruzioni delle SS. Terezin era sotto il controllo
assoluto di un comandante delle SS. Fra il 1941 e il 1945
vi furono inviate 140.000 persone, di cui 88.000 vennero poi fatte
proseguire per i campi di sterminio nell'Est, e 35.000 morirono
invece a Terezin di malnutrizione o malattia. A poca distanza
dalla grande fortezza, dove mi trovavo io, oltre il fiume Ohfe,
c'era una costruzione più piccola, chiamata appunto la Piccola
Fortezza. Anch' essa apparteneva al complesso di Terezin, ma era
una prigione militare, con un proprio comandante
SS.Essa serviva anche come luogo per punizioni particolari,
per colpe o errori commessi nella Grande Fortezza. I nostri
crimini potevano essere il rubare patate o esser colti a disegnare
immagini delle "reali" condizioni di vita nel campo. La Piccola
Fortezza aveva celle di isolamento e una zona riservata ai plotoni
di esecuzione. Era un posto di inaudita brutalità, temuto da tutti
come il rischio di essere mandati all'Est. Terezin era un luogo
macabro. Le condizioni di vita inumane facevano emergere il meglio
e il peggio nei comportamenti dei singoli. La fame rende gli
uomini egoisti e aggressivi. Dopo il nostro arrivo al campo
passammo attraverso la Schleuse (chiusa), come veniva chiamata la
cella sotterranea nella quale eravamo sottoposti a un' attenta
perquisizione corporale e dei nostri bagagli. In seguito venimmo
mandati nel solaio della fortezza di Dresda, un'enorme baracca di
tipo militare, con cortili per le esercitazioni e arcate sinistre.

Fu qui
che "L'angelo nell'inferno", una signora di nome Rinder, una
cecoslovacca, ci trovò distesi sul nudo pavimento. Domandò se tra
gli ultimi arrivati ci fosse un bambino. Delle dita si levarono a
indicarmi. Centinaia di persone si muovevano disperate nel buio e
nel calore di quel luogo senz'aria. Inciampavano nei corpi appena
coperti dei morti e si perdevano nella folla dei nuovi arrivati.
La signora Rinder era giunta a Terezin prima di noi con il marito
e un figlioletto di nome Tommy. Questa buona donna, che non
avevamo mai visto prima, mi offrì un materasso dividendo a metà
quello di suo figlio. Il signor Rinder aveva la fortuna in coda
per il pasto a Terezin di lavorare nelle cucine della comunità e
perciò riusciva a spartire qualche volta un po' di cibo con noi.
Fra noi nacque una profonda amicizia che durò fino all'autunno del
1944 , quando tutta la famiglia Rinder fu deportata ad Auschwitz
per finire nelle camere a gas. In queste terribili condizioni,
alcuni perdevano ogni volontà di vivere e finivano per suicidarsi.
Pochi giorni dopo il nostro arrivo a Terezin, mio padre vide un
uomo che stava per buttarsi da una finestra della fortezza di
Dresda. Riuscì ad afferrarlo per le gambe e a farlo rientrare. Con
suo immenso stupore si accorse che si trattava di un vecchio
arrivato con il nostro convoglio. Papà gli disse parole di
incoraggiamento e gli fece promettere che non avrebbe più ripetuto
quel gesto. Il mattino seguente nel cortile della fortezza fu
rinvenuto un corpo senza vita. Papà lo identificò. Era quello del
vecchio. Poco dopo il nostro arrivo, fummo trasferiti in un
diverso blocco. Per la maggior parte, uomini, donne e bambini
venivano sistemati in blocchi differenti. lo ebbi la fortuna di
restare con i miei genitori nel settore degli invalidi di guerra.
La vita era particolarmente dura e strana per i bambini. Dormivamo
sul pavimento o, se si aveva fortuna, su pagliericci, stretti come
sardine in cuccette a due o tre piani. D'estate l'aria nelle
baracche era carica degli odori e delle pesanti esalazioni dei
corpi, d'inverno si gelava. Crescevamo in fretta e presto
diventavamo autosufficienti. Le parole più importanti del nostro
vocabolario erano pane, patate e zuppa. lo avevo preso l'abitudine
di guardar fuori dalla finestra, dove alcuni uccelli avevano fatto
il nido su una trave più in alto. Come li invidiavo. Loro
potevano volare via da tutto questo dolore, mentre noi eravamo
chiusi fra queste mura. Tre volte al giorno dovevamo metterci in
fila, con in mano i nostri- piatti di stagno, per ricevere le
quotidiane razioni di cibo dalle cucine della comunità. La maggior
parte di esse erano nei cortili delle grandi baracche. Le file
erano sempre molto lunghe e specialmente d'inverno era
particolarmente penoso stare ad aspettare al freddo pungente. La
prima colazione consisteva sempre in un "caffè", un liquido
torbido, dal sapore orribile. Per pranzo ricevevamo una zuppa
acquosa, una patata e una piccola porzione di rape o della
cosiddetta "salsa di carne"; e la sera come cena c'era di nuovo
una zuppa. Quando finalmente i prigionieri arrivavano al banco di
distribuzione, erano così affamati ed esausti che trangugiavano
immediatamente la loro porzione. Ricordo che la mamma tracciava
dei segni sulla pagnotta che veniva data, uno per ogni giorno, per
essere certa che avessimo abbastanza da mangiare per tutta la
settimana. Spesso era difficile rispettarli. Quando la sofferenza
della fame diventava troppo intensa, con gran rincrescimento lei
tagliava sottili fette nella porzione del giorno seguente. I
compleanni rappresentavano una sfida del tutto speciale. Un anno
ebbi in dono un dolcetto di patate grande come il palmo della mia
mano, preparato con una patata bollita, schiacciata e condita con
un' ombra di zucchero. Un altro anno Marlene, la mia bambola, ebbe
un nuovo vestito, cucito con degli stracci. Per il mio decimo
compleanno il regalo fu una poesia che mia madre scrisse
appositamente per me. Dappertutto c'era odore di morte. A Terezin
erano stati mandati molti vecchi che, non potendo reggere a lungo
le terribili condizioni di vita, morivano di fame o di malattia.
Per portar via i morti o i malati si usavano dei carretti a due
ruote, gli stessi con i quali si trasportava il cibo. L'acqua la
dovevamo pompare a mano da pozzi per lo più inquinati. Al campo
c'erano sempre delle epidemie, dovute al sovraffollamento e alla
mancanza di igiene. Topi, pulci e cimici rappresentavano una
costante minaccia. Poco dopo il nostro arrivo a Terezin, mi
ammalai di scarlattina e trascorsi quattro mesi nel cosiddetto
ospedale. Tutti i pazienti erano isolati dal resto del campo. lo
temevo il peggio: che i miei genitori venissero deportati all'Est
senza di me. Le mie condizioni peggioravano ogni giorno per le
complicazioni che sopravvenivano. Nessuno si aspettava ch'io
riuscissi a sopravvivere. Morbillo, orecchioni e un'infezione
bilaterale dell'orecchio medio seguirono in rapida successione
alla scarlattina. Avevo i vermi intestinali, persi la voce e mi
coprii di pustole in tutto il corpo. All'ospedale mi feci una
nuova amica. Ada era una tedesca di origini ebraiche. Mi insegnò
una nuova canzone sulla Palestina, che è ora Israele. Le sue
parole parlavano di un perpetuo paradiso dove i cedri del Libano
baciano il cielo. Mi promise che presto saremmo andati laggiù.
"Tieni duro soltanto un po' più a lungo," era solita dirmi. Il
sogno di Ada non si realizzò mai.

Morì ad
Auschwitzall' età di nove anni. Appena prima del mio ottavo
compleanno fui dimessa dall'ospedale. Prima di raggiungere i miei
genitori, venni lavata in una grande tinozza con una soluzione
disinfettante che avrebbe dovuto liberarmi dai parassiti. Mi
avevano tagliato i capelli cortissimi e la mamma usava un pettine
a denti fitti nel tentativo di eliminare i pidocchi che vi erano
rimasti. Mi ricordo come se fossero oggi i terribili crampi allo
stomaco per la dissenteria e le lunghe camminate che bisognava
fare per raggiungere i gabinetti, sempre affollati e assolutamente
privi di riservatezza. La maggior parte degli adulti ospiti del
campo era costretta al lavoro. Alcune donne furono destinate alla
faticosa lavorazione della mica, un prodotto che i nazisti usavano
in guerra.Era considerato un buon lavoro, dal momento che talvolta
serviva a trattenere una persona altrimenti destinata all'Est. Il
primo lavoro che la mamma ebbe al campo fu di lavare la biancheria
dei malati di tifo. Un giorno essa trovò una pila enorme, fatta,
apparentemente, di lenzuoli sporchi. Quando tentò di raccoglierli,
si accorse con orrore che erano cadaveri coperti da lenzuoli. A
Terezin si moriva come mosche. La sorte della mamma migliorò
quando diventò infermiera nell' ospedale dei vecchi. Spesso
sceglieva il turno di notte per poter avere una razione extra di
pane. Ricordo quei poveretti, malati ormai prossimi alla morte,
che stringevano fra le mani un bastone per tener lontano i topi
che talvolta saltavano nel loro letto. Ogni notte moriva qualcuno,
e il personale si divideva le razioni rimaste e gli abiti del
morto. Papà imparò a frugare nei rifiuti. Ogni giorno andava a
rovistare nei mucchi, cercando bucce di patata o rape andate a
male. Un giorno ebbe una fortuna insperata, trovò le ossa già
bollite di un cavallo, che potevamo bollire un' altra volta per
estrarne il grasso rimanente. lo feci un lettino per la mia
bambola con una scatola di cartone e la misi a capo del mio letto,
che era una cuccetta al livello più alto. Un giorno vi scoprii un
topo morto, anche lui vittima della fame. Nemmeno i topi potevano
sopravvivere con le briciole di pane che riuscivano a trovare.
Furono fatti dei modesti tentativi di insegnarci qualcosa. La
chiamavano Beschajtigung ed erano gruppi per tenerci occupati. Un
corso regolare era assolutamente proibito, ma alcuni eroici
insegnanti radunavano noi bambini nei sottotetti o in altri posti
dove c'era dello spazio. Insegnavano basandosi solo sulla loro
memoria, dal momento che ben pochi erano i libri di scuola che
potevano essere furtivamente introdotti nel campo. In un corso di
inglese improvvisato imparai 'I wish I were" (vorrei essere) e lo
scrissi in un consunto quadernino che nascosi quando Eichmann
venne a visitare il campo. Fu soltanto in tempi recenti che
riuscii a completare quella poesia con i miei pensieri.

Ricordo
molto chiaramente l'appello generale cui venimmo sottoposti l' 11
novembre 1943 nei dintorni di Bohusovice. Fu l'unica volta che
uscimmo dalle mura del campo. Ci fu detto che mancavano all'
appello alcuni prigionieri e che si doveva procedere a una conta
completa che avrebbe avuto luogo all' esterno del campo. Almeno
quarantamila internati furono radunati nelle prime ore del mattino
in un grande campo fangoso. Era una giornata fredda e piovosa. Non
sapevamo che ne sarebbe stato di noi. Il futuro appariva incerto.
Eravamo circondati da soldati armati. Non ci fu alcuna
distribuzione di cibo per tutta la giornata. Non avevamo neppure
la possibilità di andare ai gabinetti. lo guardavo con orrore un
uomo delle SS che puntava il fucile contro
la schiena di mia madre. Alcuni prigionieri erano realmente
fuggiti e potevano essere andati lontano. La notizia della nostra
uscita filtrò all' esterno e fu trasmessa dalla radio inglese. Di
conseguenza ordini giunti direttamente da Berlino impedirono che
per quel giorno fossero intraprese altre azioni. Ritornammo al
campo che era già passata mezzanotte. Molti morirono fuori, nei
campi, di sfinimento, di freddo e per essere stati selvaggiamente
picchiati. Alla fine del 1943 avevano cominciato a circolare voci
di eccidi di massa all'Est. La Croce Rossa Internazionale chiese
l'autorizzazione a ispezionare un campo per giudicare quanto ci
fosse di vero in queste accuse. I nazisti scelsero a questo scopo
Terezin. Passarono molti mesi prima che venisse concesso il
permesso per la visita, che fu dato il 23 giugno 1944. Nel
frattempo si realizzò un completo programma di "abbellimento" di
Terezin. Vennero ripulite certe zone del campo, furono dati abiti
nuovi e cibo di buona qualità a qualche prigioniero, e alcuni
bambini ricevettero della cioccolata e pane con le sardine,
proprio nel momento in cui la commissione passava davanti a loro.
lo non fui fra i fortunati. Nel centro della nostra piccola città
un'orchestrina suonava su un palco eretto per l'occasione. Tutti i
magazzini nei quali erano state raccolte le cose che ci erano
state sequestrate furono chiusi a chiave accuratamente. Ciechi,
storpi e malati furono ammoniti a non farsi vedere. Persino il più
brutale degli ufficiali delle SS, Rudolf
Haindl, quel giorno si mostrò gentile con tutti. Le liste dei
convogli verso l'Est vennero accuratamente nascoste. La Croce
Rossa Internazionale con il suo gruppo di ispettori lasciò il
campo credendo al grande inganno che Terezin fosse un campo
"modello" dove gli ebrei potevano vivere. In quell' occasione fu
persino girato un film per documentare le "buone" condizioni che
regnavano a Terezin. Terezin era in effetti l'anticamera di
Auschwitz. Eichmann si occupava personalmente affinché il flusso
dei convogli verso le camere a gas rimanesse costante. Insieme con
il comandante SS di Terezin stabiliva quali
gruppi di prigionieri dovessero essere inviati all'Est e poi
ordinava al Comitato Ebraico degli Anziani di preparare una lista
di mille persone scelte dai gruppi designati per ciascun
convoglio. A volte venivano chiamate solo persone anziane; altre
volte toccava invece ai più decorati veterani di guerra. Il
procedimento di selezione dipendeva unicamente dal capriccio delle
SS. Noi vivevamo giorno e notte nel perpetuo terrore di essere
mandati all'Est. Ci furono momenti in cui partivano convogli ogni
settimana. I disgraziati che erano stati scelti venivano muniti di
un numero da portare al collo e, al momento giusto, dovevano
radunarsi in una determinata baracca. Di lì venivano costretti a
entrare in carri bestiame. Le porte venivano sigillate e non si
riaprivano più fino all' arrivo ad Auschwitz. Alla fine anche
numerosi membri del Consiglio degli Anziani subirono la stessa
sorte e morirono nelle camere a gas. Quando nel 1944 venne fatta
l'ultima selezione per l'Est, tutti i veterani invalidi di guerra
sopravvissuti dovettero presentarsi al quartier generale delle SS.
Intorno ai nostri nomi fu fatto un circoletto rosso.

Eravamo stati risparmiati. Ruth, la mia
migliore amica, e i suoi genitori, che avevano diviso con noi le
loro cuccette in una minuscola stanza per due anni, furono inclusi
in quest'ultimo convoglio che portava al campo della morte. Anche
lei era figlia unica e aveva appena due mesi più di me. Eravamo
come sorelle; condividevamo i nostri sogni a occhi aperti e non
avevamo segreti l'una per l'altra. Aveva bellissimi capelli
biondi. Il suo più grande divertimento era disegnare su pezzetti
di carta con le matite colorate che era riuscita a fare entrare di
nascosto nel campo. Sperava di diventare un' artista. Ruth e i
suoi genitori venivano da Berlino. Suo padre zoppicava a causa di
una ferita inflittagli durante la Prima Guerra Mondiale. Entrambe
trovavamo molto strano vivere con intorno tanti invalidi, gente
senza una gamba o senza un braccio o con altre ferite di guerra.
Ruth e io possedevamo bambole identiche. Prima di partire per il
suo ultimo viaggio, mi affidò tutto il guardaroba della sua,
vestitini che sua madre aveva cucito con tanta cura con gli
stracci che era riuscita a trovare. Il padre di Ruth era per metà
cristiano e per metà ebreo e Ruth era stata educata nella
religione cristiana. Ruth morì a causa della sua eredità ebraica,
sebbene non si fosse mai considerata ebrea. Non visse tanto da
vedere il suo decimo compleanno. Il mio cuore piange ancora
per lei e per i tanti bambini che con le loro madri si avviarono
verso le camere a gas di Auschwitz e degli altri campi di
sterminio.

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