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“Le parole non riescono a
rappresentare la realtà della povertà, non fanno sentire gli
odori, non mostrano il viso delle persone”, è con questa premessa
che le Minime suore del Sacro Cuore francescane hanno cercato di
raccontarci cosa significhi vivere nella parte più povera del
Brasile, il nord-est.Da decenni hanno scelto di aiutare gli
abitanti di questa zona impervia, senza lavoro, senza casa, senza
medicine, senza una vita normale e, con chiarezza ed estrema
lucidità, hanno deciso di renderci partecipi.
La casa
da cui stiamo scrivendo si trova in una Vila nel nordest del
Brasile .

Vila qui
è sinonimo di favela e il nordest è la parte più povera del Paese.
Siamo presenti in due stati, con tre comunità: a Dom Pedro, a São
Luis (Maranhão), e a Teresina. La nostra congregazione è di
origine italiana, ma la grande maggioranza delle suore che vivono
qui, e le giovani in formazione, sono brasiliane. Le persone tra
le quali abitiamo sono in maggioranza povere, o molto povere.
Condividiamo la loro vita e cerchiamo di sopperire come possiamo
alle necessità più urgenti. Le nostre case in genere sono
abbastanza grandi, in modo da essere usate anche dalle comunità in
cui sono inserite. In città, nelle zone in cui vivono i poveri, le
abitazioni spesso sono di fango, costruite a volte dalla sera alla
mattina, e poi, piano piano, ingrandite. Succede, infatti, che i
poveri si insedino in una zona quasi all’improvviso. Arrivano
dall’interiore, le zone dell’interno dove non si riesce più a
sopravvivere, o provengono da un’altra città o da un’altra zona.
Costruiscono in una notte una invasione, un pulviscolo di casine
di terra cresciute dalla sera alla mattina, col loro tetto di
paglia, generalmente di una sola stanza e vi si stabiliscono, in
cerca di una vita migliore che spesso non trovano.A volte le
invasioni hanno vita breve: sono abbattutte per ordine del governo
locale, e le persone che vi abitano possono non avere nemmeno il
tempo di prendere le loro cose, prima che le ruspe distruggano le
case. È successo anche qui, vicino a noi, solo qualche mese fa.
Altre volte, invece, le invasioni sopravvivono e, a poco a poco,
le persone si sforzano di renderle più vivibili: le case si
ingrandiscono un po’, e chi ne ha i mezzi riesce anche a
migliorarne la struttura. Quando la situazione si stabilizza,
compaiono anche alcune case di mattoni, e qualche negozio. Non
bisogna immaginare negozi come quelli delle città occidentali.

Tutto è
in proporzione. In Brasile, nelle zone in cui vivono i ricchi, nei
grandi centri commerciali, nel centro delle città, ci sono negozi
che non hanno nulla da invidiare a quelli dei paesi europei: ma
nelle zone dei poveri, la chiesa, i bar, i negozi, sono poveri
come le case. Dentro le favelas in cui i poveri vivono, gran parte
delle famiglie si sforza di fare una vita normale. Il primo
problema che le persone incontrano è la mancanza di un lavoro
adeguato. Alcune persone lavorano: frequentemente, però, si tratta
di un impiego non solo irregolare, ma instabile e precario. C’è
chi lavora a giornata. La mattina si reca in città, in uno dei
punti di ritrovo conosciuti, e aspetta che qualcuno lo chiami, per
esempio a scaricare un camion. Se nessuno ha bisogno, non lavora e
non guadagna.Qualcuno, invece, va a servizio nelle case dei
ricchi. Può capitare, però, che lavori tutto il mese e che alla
fine nessuno lo paghi. Qui non possiedono i mezzi per opporsi a
queste ingiustizie. In altri casi, le persone hanno un impiego
regolare e regolarmente pagato: ma lo stipendio che ricevono
spesso è troppo basso per potere sopravvivere. Il salario minimo
qui è di 240 reais – con il cambio attuale, corrisponde a meno di
80 euro. Non basta. E’ vero, il costo della vita è inferiore
rispetto ai paesi occidentali, ma uno stipendio del genere è
semplicemente troppo poco. Non basta per sopravvivere se ci sono
numerosi figli; non basta se bisogna pagare l’affitto; non basta
se ci sono spese impreviste. Anche noi che siamo suore, vogliamo e
dobbiamo lavorare per mantenerci. E’ chiaro che, come religiose,
il nostro primo impegno è per la evangelizzazione, e siamo tutte,
ognuna secondo le proprie possibilità, impegnate in questa opera e
nella pastorale, sostituendo spesso anche i sacerdoti che sono
troppo pochi per seguire tutte le comunità e i bisogni. Siamo
anche impegnate in molte attività di promozione umana, sia
direttamente sia facendo da tramite affinché arrivino i mezzi
necessari alla loro realizzazione. Ma oltre a questo, lavoriamo. A
São Luis la casa è aperta all’accoglienza di gruppi per esperienze
di preghiera o piccoli corsi di studi. A Dom Pedro, ospitiamo una
scuola e abbiamo un asilo per i bambini più carenti e a Teresina
confezioniamo paramenti liturgici. Attraverso quest’ultima
attività stiamo riuscendo a dare la possibilitá di un lavoro a
numerose persone prive di mezzi, che hanno frequentato corsi di
formazione professionale.

Il
problema della mancanza di lavoro è molto serio perché porta
spesso alla fame. Non bisogna pensare, infatti, che in un paese
ricco come il Brasile i poveri abbiano comunque il minimo
indispensabile: spesso non hanno nemmeno da mangiare e nelle zone
dell’interno non hanno acqua. Non solo: in generale, è anche molto
difficile che possano affrontare i problemi di salute in modo
adeguato. Anche i poveri si ammalano di tumore, si devono operare
e devono fare chemioterapia. Ma anche se hanno la fortuna di
trovare un ospedale che li cura, pagare i medicinali è al di fuori
delle loro possibilità. Andare all’ospedale per le terapie, poi, è
impossibile, perché i trasporti pubblici sono costosissimi. Mali
di poco conto, infatti, non è raro che si aggravino perché
trascurati per mancanza di risorse. E’ per questo che noi
cerchiamo di fornire alle persone almeno una prima possibilità di
cura. A Sâo Luis funziona un ambulatorio aperto alle persone più
povere. A Teresina, una volta la settimana, viene un medico
volontario che visita chi ne fa richiesta e fornisce anche le
medicine per curarsi. Il reddito insufficiente non è certamente
l’unico problema con cui si scontrano i brasiliani: la povertà,
qui come altrove, non è solo materiale: ignoranza, droga, abuso di
alcool, criminalità, violenza sono la regola. Le zone abitate dai
poveri, nelle cittá, stanno diventando sempre più pericolose. La
Vila da cui stiamo scrivendo non sembra di giorno un posto
pericoloso, ma lo è: le liti notturne sono molto frequenti e
spesso finiscono a coltellate. Di notte, poi, non si può tornare a
casa da sole. Ed è così in molte altre zone: la situazione sta
deteriorandosi di giorno in giorno. Anche qui ci sono le gang,
bande di ragazzi molto giovani, che non hanno alcun modo di
riempire il proprio tempo se non finendo coinvolti con la
malavita, appunto, e con la droga. Molti ragazzi fanno uso di
stupefacenti, soprattutto di colla, la droga dei poveri e
tantissimi si danno all’alcool, anche gli adulti. Questo provoca
moltissimi problemi di salute e mina la pace della famiglie. E
anche per loro cerchiamo di essere disponibili. Cerchiamo di
prenderci cura dei bambini, soprattutto di quelli delle famiglie
più carenti, che non riescono a seguirli adeguatamente. A Dom
Pedro ospitiamo la scuola e abbiamo l’asilo e a Teresina funziona
una piccola “scuola aperta”, che accoglie i bambini di strada che
non sono in grado di seguire regolarmente una scuola “normale”.
Le attività di promozione umana
coinvolgono comunque un po’ tutti, specialmente i giovani e le
donne ma quello che noi riusciamo a fare per loro sembra non
bastare mai, è come una goccia nell’oceano.

L’unica cosa
che ci incoraggia è la forza straordinaria che molti poveri
portano dentro di sé e che ci trasmettono. Molti poveri del
Brasile hanno un dono straordinario: anche in mezzo alle
difficoltà maggiori, sono capaci di mantenere intatta la loro
allegria, la gioia di vivere e la pace. I ricchi non sono così,
nemmeno qui. Sono i brasiliani poveri che riescono a prendere
tutto con un sorriso, a tenere viva la speranza e ad essere
felici, anche in situazioni in cui sono privi di tutto. E’ con
l’aiuto e con l’insegnamento di queste persone che continuiamo a
lavorare con coloro che invece rischiano di affondare nella
disperazione.
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