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Il Ciad ha ratificato la convenzione delle Nazioni Unite relativa ai diritti dei bambini da più di dieci anni, ma l'applicazione di questo testo è ancora lontana da quella che è la realtà che si incontra nel paese. Una delle violazioni a questo testo maggiormente conosciuta e diffusa, soprattutto nel sud del paese, è il fenomeno dei bambini pastori.  Fuggiti dal nord arido a causa della desertificazione e della siccità che hanno trasformato le pianure in vaste distese di terre sterili, gli allevatori arabi sono scesi nel sud alla ricerca di pascoli verdi per il loro bestiame. E qui hanno trovato terreno fertile per trovare mano d'opera a buon mercato.
A causa dell'estrema povertà in cui versa il paese (ricordiamo che il Ciad è tra i dieci paesi più poveri al mondo), sono gli stessi genitori che spesso decidono di sbarazzarsi dei figli per avere meno bocche da sfamare. Questa pratica, che non è altro che una nuova forma di schiavitù, risale agli anni settanta ed è molto diffusa nel sud del paese, soprattutto nella provincia del Moyen-Chari, a 500 chilometri a sud-est della capitale N'Djamena e vicino alla frontiera con la Repubblica Centrafricana. Consiste nel vendere il proprio figlio ad un allevatore per custodirne il gregge. In cambio la famiglia riceverà dall'allevatore una somma tra i diecimila e i quindicimila franchi Cfa (tra i 15 e i 23 euro) oppure potrà essere pagata con un vitello. Questo "contratto" ha validità di un anno, ma molti bambini finiscono per rimanere anche tre anni a lavorare al servizio dei loro padroni arabi in condizioni estremamente dure e difficili, soprattutto se si pensa che i più giovani hanno appena otto anni. Sono costretti a condurre al pascolo e a sorvegliare il gregge anche di notte e con qualunque clima. Malnutriti e maltrattati, mangiano e dormono per terra tra i buoi e sono esposti ai morsi dei serpenti e agli attacchi degli animali feroci che popolano la regione del sud del Ciad. Vengono spesso puniti e bastonati, soprattutto quando un animale si perde, e in alcuni casi questi bambini, già deboli per le condizioni di lavoro, muoiono.
 Come è successo a Makinguebaye Beroinan, un giovane pastore di dodici anni. Accusato dal suo padrone di aver rubato un montone, è stato bastonato violentemente e, condotto ad un ospedale di Koumogo con diverse fratture e senza un occhio, è morto poco tempo dopo. Questa forma di schiavitù dei nostri tempi ha anche conseguenze molto gravi dal punto di vista culturale. Infatti i bambini venduti agli allevatori arabi sono spesso costretti a rinnegare le loro origini e ad adottare l'Islam. Gli vengono dati altri nomi e non gli è concesso di parlare il loro dialetto o di comunicare con persone della loro etnia d'origine. Questi bambini inoltre non vanno a scuola: tutta una nuova generazione si trova così ad essere analfabeta.
Alcune organizzazioni umanitarie che operano in Ciad stimano che almeno duemila bambini siano in questo modo ridotti in schiavitù, anche se è difficile precisare una cifra esatta in quanto alcuni di questi giovani pastori muoiono, fuggono per tornare dalle loro famiglie o sono adottati dai loro nuovi padroni.
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