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I ROM SONO UN POPOLO
NOMADE

I Rom non abitano sempre nello stesso luogo
ma si spostano portando con sé la propria casa, o
costruendola via via per poi distruggerla quando se ne
vanno. Oggi si spostano molto meno di una volta e molti di loro se
possono si fermano in un posto e cercano una casa. Il popolo rom è
formato da diversi gruppi che parlano tutti la stessa lingua, il
romané, ma con dialetti diversi. Ogni gruppo è caratterizzato da
attività particolari. Ad esempio i Gitani sono famosi per il
flamenco, i Sinti per le giostre e il circo, i Rom italiani per
l'allevamento dei cavalli, quelli slavi per la lavorazione del
ferro.
LE ABITAZIONI DEI ROM

I Rom abitano in campi dove ci sono
roulottes, baracche, e qualche volta anche containers. Il campo è
uno spazio, che può essere sterrato o asfaltato, dove i Rom hanno
il permesso di stare. Di solito i campi si trovano alla periferia
della città. I containers sono grandi contenitori, una volta usati
per trasportare la merce e poi adattati ad abitazione. Le
roulottes sono piccole, perciò i Rom stanno stretti, non possono
metterci molte cose e non hanno le comodità che ci sono nelle
case, per esempio spesso manca il bagno. Quando piove si sente
molto rumore. In estate c'è molto caldo. Davanti alla roulotte,
che i Rom chiamano "kampina", spesso viene costruita una baracca
di legno. Il campo di solito è polveroso
d'estate e fangoso quando piove e i servizi igienici sono
insufficienti. Nonostante questo le abitazioni dei Rom sono di
solito ordinate, hanno tappeti sul pavimento e spesso anche alle
pareti; per questo è necessario togliersi le scarpe prima di
entrare. Prima che esistessero le roulottes i Rom usavano carri di
legno per spostarsi e per viverci, che erano trainati da cavalli.
Molti di essi erano costruiti con legno di quercia e decorati con
bronzo e rame. La vita si svolge in modo un po'
simile a quella che puoi vedere in un piccolo paese.
I bambini giocano insieme all'aperto, ci
sono molti animali, si lavano i panni alla fonte, per pulire le
case si mettono i tappeti fuori, si cucina all'aperto.
Ci sono anche delle cose che non conosci: c'è una donna che legge
i fondi del caffè e un'altra che fa le magie con il piombo. Chiedi
ai tuoi compagni rom cosa vuol dire.

Quando al campo nasce un bambino tutti lo
festeggiano e i genitori offrono dolci e fanno un grande
pane, tondo e morbido che viene tenuto sollevato sulla testa del
neonato. Tutti i bambini ne prendono un pezzetto e lo mangiano.
Dopo la nascita del bambino la mamma rimane a casa per 40 giorni,
con i capelli raccolti in una treccia e la fronte coperta da un
fazzoletto. Anche il bambino viene tenuto al riparo da tutti. In
questo periodo è il babbo che cucina. Appena nasce un bambino rom
gli viene dato un nome che però i genitori possono cambiare fino a
che il bimbo compie un anno. In genere il nome si cambia se il
bambino si ammala spesso. Quasi sempre i bambini rom hanno due
nomi: uno italiano e l'altro romano. Nella famiglia Rom ci sono
molti bambini che vivono nella kampina con i genitori. Spesso in
altre kampine vicine vivono gli zii, i nonni e i cugini. Le
kampine sono vicine tra loro e disposte in modo da formare uno
spazio dove è possibile stare tutti insieme per mangiare,
chiacchierare, giocare, fare faccende. Qualcosa di simile avveniva
un tempo nei paesini di campagna dove i bambini vivevano con i
genitori, i nonni, gli zii, i cugini, in grandi casolari che
aumentavano le stanze via via che cresceva la famiglia. Davanti
alla casa c'era l'aia, un ampio spazio aperto dove si batteva il
grano, si lavavano i panni, ci si riuniva per i pranzi
delle feste, e nelle sere d'estate, si stava a veglia a parlare e
raccontare novelle. Tutti contribuivano alla vita della famiglia:
anche i bambini e le bambine lavoravano con i grandi.
I nomi della
famiglia
Mamma Dé Babbo Dad
Figlio Chaoro (ciaorò)
Figlia Chiori (ciaori) Marito Rom
Moglie Romnì
Fratello Phral
Sorella Phen Zio Kak
Zia Bibì Cugino Rogako (rogiaco)
Cugina Roditsa Nonno Papo
Nonna Baba Nuora
Borì Genero Gamutrò
GURGEVDAN

La più importante festa dei Rom è Gurgevdan
(pronuncia: Giurgevdan), la festa di S. Giorgio. Ogni anno, il 6
maggio, al campo tutti si svegliano all'alba e vanno a una
sorgente in montagna. Le donne raccolgono fiori e portano con sé
delle uova sode conservate dal giorno di Pasqua. Arrivati alla
sorgente, spargono i fiori seguendo un'antica tradizione e fanno
il bagno nell'acqua limpida e profumata passandosi l'uovo sul
corpo per tenere lontano le malattie. Parte di quell'acqua viene
portata al campo per chi non è potuto salire alla sorgente. Tutti
indossano abiti nuovi e particolarmente belli e lucenti sono
quelli delle donne. Si cuoce la pecora all'aperto su grandi spiedi
oppure in forno, e si mangia insieme alla pita, una focaccia con
carne e cipolla, e ai dolma, verdure ripiene di riso. Non si
inizia a mangiare se non c'è almeno un ospite. Dopo il pranzo si
canta e si balla fino alla mattina dopo e la notte è illuminata
dai falò e dai fuochi d'artificio. L'uovo, l'acqua, i fiori sono
elementi presenti nella festa di S. Giorgio, che si ritrovano
anche in altre tradizioni in occasione di feste e riti religiosi.
I VESTITI

Gli uomini e i bambini rom comprano i
vestiti già fatti mentre le donne spesso cuciono i loro abiti da
sole. Comprano le stoffe dai venditori ambulanti rom che vengono
da altri paesi. I tessuti preferiti sono molto colorati, morbidi e
setosi. Le gonne di solito sono ampie e lunghe e si portano con
camicie ricamate. I capelli, sempre lunghi, sono raccolti sotto
fazzoletti colorati. I Rom amano ornarsi di gioielli anche perché,
come tutti i popoli nomadi, devono portare con sé tutto quello che
hanno.
INTORNO AL FUOCO LA BABA
RACCONTA...

La capanna del sole e della luna O khameko
te choneko cher"
C'era e non c'era una donna che viveva con
suo marito e sua figlia. La donna morì e il marito prese un'altra
moglie che picchiava sempre la bambina. Un giorno la donna disse
alla bambina: "Va' nel bosco e portami le fragole". Pioveva e
nevicava. La bambina vide una piccola casa e vi entrò. In quella
casa c'erano il Sole e la Luna. Il Sole disse alla bambina: "Dammi
un po' di pane". "Ho poco pane, ma te lo darò" disse la bambina e
si sedette presso la stufa. Ma il Sole disse: "Vai fuori". La
bambina vide che non nevicava più e raccolse molte fragole, riempì
il secchio e tornò a casa. Quando arrivò nevicava di nuovo. La
matrigna disse: "Adesso ti voglio bene, perché mi hai portato le
fragole". Ordinò allora alle figlie di andare nel bosco a prendere
le fragole. Anche loro si rifugiarono nella piccola casa e
andarono a sedersi vicino alla stufa. Il sole disse:
"Datemi un po' di pane, ma loro risposero: "Non ti
diamo niente, lo mangeremo noi, questa è la nostra merenda".
Il Sole le cacciò
fuori: il loro naso divenne grande e sul loro sedere crebbe una
coda. Quando tornarono a casa la mamma disse: "Vi sta bene, perché
non gli avete dato il pane".
(Testo
raccontato da Lidija Almetovic)
Il sogno -
O suno
C'era e non c'era uno zingaro che stava
lavorando una brocca con un martello e per ripararsi dal vento si
era nascosto dietro una siepe. Passò di lì un coniglio e lo
zingaro l'ammazzò. Proprio in quel momento anche un
cacciatore sparò allo stesso coniglio e, visto che il
coniglio era caduto stecchito, si misero a
litigare su chi dovesse
prenderlo. "Va be"', disse lo zingaro. "lnvitami a cena a casa tua
e così decideremo sul da farsi". Andarono a casa e la moglie del
cacciatore preparò loro un' ottima cenetta. Alla fine lo zingaro
disse: "Senti cosa facciamo. Ora come ora il coniglio non è né tuo
né mio. Andiamo a dormire e il coniglio sarà di chi tra noi due
stanotte farà il sogno più bello. E non preoccuparti per me: dammi
solo una vecchia coperta. Dormirò benissimo qui, sul pavimento
della cucina, vicino alla stufa". E così fecero. Venne il mattino.
Il cacciatore scese dabbasso e disse al suo ospite: "Bene,
incominciamo. Raccontami il tuo sogno". "No, no. Dimmi prima il
tuo. Tu sei più importante di me". "Allora te lo racconto: nel mio
sogno ho visto una scala lunga lunga. Ho cominciato a salire su,
su e a un certo punto il cielo si è aperto e sono entrato in
paradiso. Fiori, luci, musica, non riesco nemmeno a dirti quanto
era bello. Bè, ti dico: era tanto bello che non volevo più tornare
indietro. Un sogno stupendo. E tu, che cosa hai sognato?" "Che
cosa strana! Ho fatto anch'io lo stesso sogno. Ti ho visto salire
su per quella scala fino al paradiso. E mi sono immaginato che non
avresti voluto più tornare indietro: così mi sono mangiato il
coniglio".
(Racconto
popolare. "Storie e Fiabe degli Zingari")
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