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Un tempo le nostre campagne erano piene di
alberi di gelso. Le loro foglie costituivano l'alimento di alcuni
bruchi allevati ad arte per la loro capacità, selezionata nel
tempo, di mangiare tantissimo muovendosi poco. Appena fatto il
bozzolo per trasformarsi in farfalla, il bruco veniva ucciso. E
svolgendo la matassa sottilissima dell'involucro si dipanava un
filo delicato e unico che, abilmente intessuto, si trasformava in
seta.

La produzione massiccia della seta è
pertanto diventata patrimonio soprattutto di due paesi: Cina e
India, che possono vantare un prodotto che non ha nulla di
artificiale se non la maniera assai innaturale con la quale i
bachi vengono ingozzati per filare il bozzolo. Ma quanto costa in
realtà la seta asiatica? Come viene prodotta, da chi e a che costo
sociale? Un fascio di luce viene gettato sul modello di produzione
asiatico della seta indiana da Human Rights Watch che, nei giorni
scorsi, ha pubblicato un rapporto di un'ottantina di pagine sulle
condizioni di lavoro dei bambini indiani, tra i principali operai
degli opifici del Karanataka, del Tamil Nadu o dell'Uttar Pradesh
che costituiscono il cuore del silk business indiano. Il titolo
lascia pochi dubbi: «Small Change: Bonded Child Labor in India's
Silk Industry». Bonded non sta esattamente per «schiavi» ma per un
suo equivalente: una sorta di prigionia per debiti, un vincolo
spesso difficile da sciogliere e che, ancora una volta, ha per
oggetto i bambini.Il
fenomeno non è marginale: «Il governo indiano sostiene che in
India non ci sono bambini prigionieri. In effetti, sono
dappertutto.

E' facile da trovare», dice Zama
Coursen-Neff, consulente di Human Rights Watch's, Children's
rights division. Secondo il rapporto, nonostante l'India abbia
buone leggi e si sia fatta carico del problema del lavoro
minorile, il governo di Delhi non fa abbastanza. Le sue campagne
contro il lavoro forzato dei minori hanno raggiunto fabbriche
importanti come quelle dei tappeti o dei beedi (sigarettine che
richiedono, come per la seta, abili manine) ma le migliaia di
fabbriche sfuggono al messaggio e ai controlli. Le condizioni sono
spesso terribili: bambini che possono anche avere solo 5 anni,
lavorano 12 o più ore al giorno per sei ma anche sette giorni alla
settimana.

Niente scuola per questi piccoli operai,
che si ritrovano, alla fine della loro carriera, ad essere adulti
ignoranti e impoveriti, spesso colpiti duramente nel fisico da un
lavoro che impone loro di infilare le dita nell'acqua bollente
(sistema usato per uccidere il baco prima che diventi farfalla e
distrugga il bozzolo, vanificando il lavoro per cui è stato
allevato). Maneggiare questi vermi, spesso in condizioni igieniche
tremende, comporta malattie che si sommano all'esposizione ai
vapori e agli effluvi dei macchinari delle fabbriche di seta.La
maggior parte di questi bambini vengono in sostanza dati dai loro
genitori come pegno ai padroni della seta che danno prestiti alle
famiglie. Prestiti impagabili o che vincolano in modo definitivo i
bambini all'infernale macchina che trasforma il loro lavoro nel
nobile filato. Prigionieri per debiti e legati da catene di seta,
ai bambini indiani resta solo la certezza di un diritto sancito
dalla legge ma che non viene applicato. Secondo Hrw, il governo
deve far applicare con maggior forza le leggi esistenti e la
comunità internazionale deve fare maggiori pressioni perché questi
adolescenti possano essere liberati dalle loro solo apparentemente
sottili catene.

A monte c'è ovviamente anche un problema
sociale e politico. Esiste infatti uno stretto legame tra lavoro
forzato e caste, la divisione sociale che separa rigidamente gli
appartenenti ai diversi gradini dell'ordine sociale. La maggior
parte di questi piccoli schiavi appartiene ai dalit, così in basso
nella gerarchia sociale da essere chiamati «fuori casta».
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