



















 |

|
Questo
racconto nasce dalla penna di un cittadino di Finale Emilia (Mo) e
rappresenta gioiosamente e senza retorica la necessità della
tolleranza verso il " diverso da noi" e contemporaneamente la
struggente capacità liberatoria del sorriso contrapposto al
grigiume, alla seriosità e in buona sostanza ad una falsa ricerca
della felicità. La felicità traspare dalle righe del racconto come
anelito insopprimibile e soprattutto quando si trova ad essere
coniugata con la solidarietà.
Giuseppe Pederiali
C'era
una volta un bambino senza un venerdì. Lui neppure lo sapeva fino
al giorno in cui sentì una donna mormorare sottovoce a un'amica,
mentre lui passava: - A quel bambino manca
un venerdì. Nel solaio di casa, dove spesso si rifugiava per
giocare in pace, dedicò tutto il pomeriggio a tentare di capire
quando e in quale luogo aveva perduto il venerdì che gli mancava.
Purtroppo non riusciva ad andare molto indietro con la memoria, al
massimo di due o tre settimane, e in questo pezzetto di tempo i
venerdì risultavano al loro posto, o se ne sarebbe accorto.

Venerdì scorso, per esempio, era stato con la mamma a comprare le
scarpe nuove. Non che fosse troppo preoccupato; in fondo la
mancanza di un venerdì non faceva male: sarebbe stato peggio se
gli fosse mancato il fiato, o un dito. Eppure lo sguardo di quella
donna in piazza lo aveva ferito. Se la gente capiva che gli
mancava un venerdì, voleva dire che si vedeva. Andò a trovare
Francesca, che abitava nel medesimo palazzo, ed era più vecchia di
un anno. Lo fece entrare nella sua stanza dove stava guardando la
televisione. Il bambino si mise tra lei e lo schermo, e le
domandò: - Guardami bene: cosa mi manca? Francesca era una bambina
molto seria e giudiziosa, lo dicevano tutti, e lo osservò con
scrupolo dalla testa ai piedi. Gli girò attorno, e finalmente
rispose: - Mi sembri intero, come gli altri giorni. - Fuorché il
venerdì! Siccome Francesca ancora non capiva, spiegò: - Ho paura
che mi manchi un venerdì. Francesca si diede una grande e sonora
pacca sulla fronte ed esclamò: - Hai ragione, anch 'io ho
sentito dire che ti manca un venerdì! E aggiunse: - Deve essere
per questo che la mamma non è molto contenta quando gioco con te.
Poverino, non deve essere mica tanto facile vivere senza un
venerdì. - lo veramente non ci avevo fatto caso, fino ad oggi...
Ora anche Francesca lo guardava come se vedesse il buco lasciato
dal venerdì; però seguitava a essere lo sguardo di una che gli
voleva bene. La bambina recitò: - Lunedì,
martedì, mercoledì,
giovedì, sabato, domenica...
non è bella una settimana
detta così.

-
Cosa posso fare? - Mi sembra semplice. Come ti sei comportato la
volta che hai perduto la palla tra l'erba alta dell'argine? - L
'ho cercata e ritrovata... ci è voluto un po' per capire che era
rotolata giù, nel fosso... - Farai la medesima cosa, e io ti darò
una mano. - Cercheremo il venerdì nel fosso? - Non so dove, ma lo
ritroveremo. Felice, il bambino scoppiò a ridere: una delle sue
grandi risate che sembravano nascergli dall'anima, inarrestabili e
fragorose; una prova, secondo la gente, che gli mancava un
venerdì.
Era
autunno, e il primo posto dove Francesca e il bambino senza un
venerdì andarono a cercare fu il Paese della Fumana. Ci entrarono
di mattina presto, nel prato di fianco alla chiesa di San
Francesco. Dentro la nebbia non ci si vedeva da qui a lì, e i due
bambini avanzarono adagio tenendosi per mano: Francesca stringeva
tanto forte quella del compagno che lui temette potesse rompersi,
anche perché era molto fredda. Immaginò le dita che si staccavano
con un cric e finivano tra i fili d'erba anch'essi intirizziti e
fragili. Ma la mano lo faceva sentire protetto e unito al resto
del mondo, e così non disse a Francesca di stringere di meno. Del
mondo lasciato non vedevano più niente: le grandi ombre laggiù
erano la chiesa e le case, oppure colline o enormi animali
addormentati. Nell'aria di latte non esistevano più la
storia e la
geografia. -Credo proprio sia il posto adatto per ritrovare il
venerdì che
ti manca
- disse Francesca.
- Però dovremmo
chiedere a qualcuno. Passò un'ombra che somigliava a una donna in
bicicletta, ma era troppo veloce, e anche troppo scura per
appartenere al Paese della Fumana: doveva essere una turista come
loro. Finalmente incontrarono un abitante di questo paese. Se ne
stava impigliato a un grosso cespuglio di agrifoglio e somigliava
a un batuffolone di ovatta, solo che era inconsistente come una
nuvola.
-
Non sarà soltanto una
nuvola impigliata nello spinoso agrifoglio perché volava troppo
bassa? - domandò la bambina. - Oppure uno straccio di nebbia
-
aggiunse il
bambino. Il batuffolone sembrava avere una testa, e al centro
della testa due occhi bianchi, un naso bianco a patata, e una
bocca incolore che disse: - Si può sapere cosa volete da me?
Contenti di avere incontrato un vero abitante del Paese della
Fumana, e per giunta parlante, risposero: - Cerchiamo il venerdì
che mi manca.

-
Siamo venuti qui per ritrovare il venerdì del mio amico. Avevano
parlato contemporaneamente, e il batuffolone di nebbia disse: - Ho
capito una sola parola: venerdì. Fate pari o dispari per vedere
chi parla per primo. Ubbidirono, e come al solito vinse Francesca,
rafforzando nel suo amico la convinzione che barasse: metteva
fuori le dita un istante dopo di lui, facilitata anche dal fatto
che lei a scuola andava bene in aritmetica. Francesca ripeté alla
creatura di nebbia cosa erano venuti a fare, e raccontò che la
gente guardava in uno strano modo i bambini senza un venerdì, e
forse anche gli adulti senza un venerdì. Francesca aveva paura che
rinchiudessero il suo amico in un posto dove tengono tutta la
gente senza dei venerdì, ma non lo disse per non spaventare il
bambino. Intanto il batuffolone di fumana seguitava a ripetere. -
Sì, sì, sì - e assentiva oscillando su e giù la testa. Quando
Francesca finì di parlare, disse: - No. Allargò le braccia, tanto
che l'intero corpo divenne trasparente senza però cambiare molto
perché alle spalle aveva altra nebbia, e aggiunse:
- Nel Paese
della Fumana non troverai
il venerdì perduto. Provate a cercarlo nella Selva Tagliata. Qui
da noi è tutto così annebbiato che non si distinguono i contorni
delle cose, non esistono colori diversi dal bianco, e non si
sentono i passi della gente e dei giorni. Lunedì, martedì,
mercoledì, giovedì, e anche venerdì, come sabato e domenica, sono
soltanto parole. Siamo troppo provvisori per metterci a misurare
il tempo. Purtroppo a noi basta un alito di vento per farçi spa...
- Spa? Ma il batuffolone non poté finire la parola perché intanto
era sparito, e con lui tutto il suo paese. Francesca e il bambino
si ritrovarono nel prato, tra la chiesa di San Francesco e le
case, nel loro paese di sempre. Una brezza appena percettibile
aveva trasportato la nebbia chissà dove.
Raggiungere
la Selva Tagliata sembrava impossibile nella pianura dove l'uomo
non aveva lasciato neppure una piccola foresta, un boschetto o una
macchia d'alberi che non fossero quelli dei pioppeti e dei
frutteti con piante bene allineate e sull'attenti come soldatini
potati e tosati, tanto che gli uccelli neppure osavano farci il
nido.

Infatti ogni persona alla quale Francesca e il bambino si
rivolgevano, senza neppure ascoltare bene la domanda subito
rispondeva:
-
Non esistono foreste qui
da noi! Finalmente un uomo anziano si ricordò: - Un piccolo bosco
ci sarebbe, a pensarci bene. È a Sant'Agostino, dentro la golena
dove il fiume fa una curva. Siccome non ci si possono costruire
case e strade, e ogni tanto il Reno allaga i terreni, gli alberi
sono cresciuti selvatici sino a formare una selva, come dice la
parola stessa. - Che sia la Selva Tagliata?
- domandò Francesca.
- Il Bosco
di Sant'Agostino è l'unica selva a non essere tagliata
osservò
l'uomo. - Se no, non esisterebbe. - Mi sembra giusto. - Ovunque
noi mettiamo i piedi camminiamo in una selva tagliata - proseguì
l'uomo. - Un tempo l'intera pianura era ricoperta di foreste, dove
vivevano cervi, cinghiali e perfino lupi e orsi e forse anche
animali dei quali abbiamo dimenticato il nome e per comodità
chiamiamo draghi. Quando avevo la vostra età, adesso che ricordo,
esisteva anche il Bosco della Saliceta, dalle parti di Medolla, ma
l'hanno tagliato subito dopo la guerra. Che sia la Selva Tagliata
che cercate? In bicicletta andarono a Medolla e a forza di
domandare riuscirono a trovare il Bosco, ridotto a un solo albero,
e per giunta secco: un gigantesco olmo che il gelo, la pioggia e
le formiche stavano sbriciolando adagio. Francesca e il bambino si
guardarono attorno sconsolati:
-
Non è rimasto neppure
l'odore del bosco. - Neppure l'ombra. - Neppure il colore. -
Neppure uno dei suoi abitanti
-
concluse Francesca. -
Questo non è vero! - esclamò una voce. Guardarono in su,
guardarono a destra, guardarono a sinistra, senza vedere nessuno.
- Sono qui - disse ancora la voce. Abbassarono gli occhi e
finalmente videro colui che aveva parlato ad alta voce e con un
robusto timbro. L'omarino non era né alto, né robusto.

Uscito da una grossa crepa alla base dell'olmo disseccato,
guardava in su, verso le facce dei bambini. - Un nano!
-
Non sono un nano
-
si affrettò
a dire l'omarino. Mostrò i pugni con fare minaccioso, che subito
però addolcì con un sorriso e una domanda: - Sapete dirmi cos'è un
nano? - Un uomo molto piccolo. - Esatto. Però io non sono un uomo,
sono un salvano, e vi assicuro che, tra i salvani, figuro di
altezza superiore alla media. Peccato non esistano più altri
salvani da queste parti, tutti emigrati per l'impossibilità di
trovare casa. Dovete sapere che noi abitiamo soltanto dentro
grossi alberi... Prima che il salvano tornasse a sparire oltre la
sua porta di casa, alta non più di un paio di spanne, Francesca si
affrettò a domandargli se sapeva dove avrebbero potuto ritrovare
un venerdì perduto. Il salvano ci pensò a lungo. Tolse il berretto
di panno rosso, si grattò la testa maculata da ciuffetti di
capelli rossi, rimise in testa il berretto che intanto era
diventato blu. Francesca stava per domandargli come aveva fatto a
cambiare colore, e se adesso anche i capelli erano blu, quando
l'omarino si decise a rispondere: - Sono tanti i paesi dove
potreste cercare, a cominciare da quel Paese, che confina a nord
con la Città dei Semi, a sud con il Paese di Putìn Brisanà, a
ovest con il Mar Tedì e a est non ricordo più, forse con la
Svizzera. Chissà dov'è il venerdì che cercate! Prima di avere
visitato tutti i paesi, farete in tempo a diventare vecchi come il
Cucco. Delusi, Francesca e il suo amico salutarono il salvano che
rispose togliendosi il berretto, ora verde come i radi ciuffetti
che gli ornavano la testa.
In
paese, i due ragazzi passarono davanti al Municipio e a Francesca
venne un'idea. Frenò di colpo, e il suo amico, che pedalava
dietro, per poco non le venne addosso. - L'ufficio oggetti
smarriti
- esclamò Francesca.
- Che roba
è? - Un posto dove la gente porta la roba che trova in giro. Se
hai perduto un oggetto ti presenti in questo ufficio e chiedi se è
stato ritrovato. Dovevo pensarci subito. Il vigile urbano di
guardia all'entrata del Municipio aveva i capelli rossi, forse
parente del salvano, anche se era alto quasi due metri. Infatti si
grattò la testa nel rispondere:
-
Una volta esisteva un
ufficio oggetti smarriti, ma io non ne sento più parlare da molto
tempo. Devono averlo trasferito nel seminterrato, tra l'archivio e
il magazzino delle vecchie targhe stradali. Provate a cercarlo.
Indicò loro il percorso: in fondo all'atrio, porticina a destra,
giù per due rampe di scale, dopo l'intero corridoio, facendo
attenzione alle ragnatele in alto e alle mattonelle sconnesse in
basso, fino alle tre porte laggiù in fondo. Una delle tre, forse,
era l'ufficio oggetti smarriti. Arrivarono a destinazione senza
sporcarsi con le ragnatele che qua e là pendevano dal soffitto del
sotterraneo del Municipio, e senza inciampare.

Una
lampadina minuscola illuminava tenuamente il corridoio, di sicuro
senza disturbare i topi che dormivano. Due delle porte erano
chiuse con grossi lucchetti arrugginiti, la terza si aprì da sola.
Appena entrati furono accolti da tanta luce, forte quasi quanto
quella del sole, e dal cordiale "Buongiorno" di una signora
bionda, vestita con un grembiule azzurro. Se ne stava oltre un
lungo tavolo e alle sue spalle lo stanzone sotterraneo era pieno
zeppo di oggetti piccoli e grandi sistemati in scaffali di legno.
Alcuni erano nascosti da teli o fogli di carta, altri erano
visibili e riconoscibili: cappelli, borse, libri, fazzoletti a
mucchi, portafogli probabilmente vuoti, giocattoli...
-
È questo l'ufficio
oggetti smarriti?
-
domandò Francesca. -
Sicuro - rispose la donna. Sembrava contentissima di vederli;
forse erano i primi a scendere qui dopo molti anni. Francesca
indicò gli scaffali alle spalle della donna: - La gente perde
tanta roba? - Di più. Molti oggetti neppure ci stanno nello
stanzone. E nessuno viene a reclamarli. Più comodo comprarne di
nuovi. Oppure la gente non sente più la necessità che esistano.
Anche questo è un oggetto smarrito. Siccome la donna non indicava
niente di preciso, Francesca domandò:
-
Questo cosa? -
Questo ufficio oggetti smarriti è uno degli oggetti smarriti. Uno
dei tanti. Oltre alle piccole cose che vedete, sotto i teli o
incartati perché la polvere non li faccia apparire troppo vecchi,
ci sono scatole, vasi e bottiglioni pieni di tradizioni
dimenticate e di virtù smarrite. - La donna si rivolse al bambino
e gli domando: - Ti hanno mai raccontato una favola?
-
Sì - rispose lui. -
Ne ho tutta una collezione registrata in cassetta, in ordine
alfabetico, da Alice fino a Zero il somarello. - Lo immaginavo -
disse la donna scuotendo la testa:
Scommetto
che in uno degli scatoloni laggiù c'è anche la voglia di
raccontare favole dimenticata dai tuoi genitori. - Cos 'altro
custodisci? - volle sapere Francesca.-
Bottiglioni di piacere di stare insieme, vasi di amicizia,
scatole e
scatolette assortite di amore e rispetto per il prossimo... - Non
avresti per caso il venerdì che manca al mio amico? La donna lo
guardò stupita: - Ti manca un venerdì e vorresti ritrovarlo?
-
Sissignora. -
Non puoi.

E
non serve. I bambini che nascono senza un venerdì o lo perdono per
strada, sono più fortunati degli altri, perché fanno parte della
grande famiglia dei senza venerdì, come gli animali, le fate e gli
angeli. - La donna si interruppe, avvicinò le labbra alla fronte
del bambino, la baciò, e disse: - Vuoi saperlo? Anche a me manca
un venerdì. Francesca, che l'aveva immaginato, intervenne:
-
Al posto del
venerdì cosa avete? - Tante altre cose che non perderemo mai -
rispose la donna. Non precisò quali, ma il bambino doveva saperlo.
E in quel momento anche Francesca avrebbe voluto essere come loro.
C'era
una volta un bambino, felice senza un venerdì... Proviamo anche
noi a perderne uno, uno solo, e impariamo a contare: lunedì,
martedì, mercoledì, giovedì, sabato e domenica.
|
Fai felice Il Paese e
scrivi un tuo commento se ti piace questo sito o questa pagina

Questo sito é
autofinanziato...fai crescere con il tuo sponsor il Paese.
|