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 Sono 44 milioni. Hanno tra i 5 e i 14 anni. Lavorano, producono reddito, producono profitti. E la loro attività economica entra nelle statistiche ufficiali si traduce in prodotto nazionale lordo, in tasso di crescita, in dati macroeconomici. E scompare. Il dramma di tutti i giorni, invece, rimane. In India milioni di bambini sono schiavi, spesso affittati dai loro stessi genitori a imprese industriali o a mediatori che ne sfruttano il lavoro fino al limite delle possibilità fisiche. Altri milioni vivono di carità, costretti a mendicare per cercare di fare un po’ di soldi per le loro famiglie o più semplicemente per se stessi. Per sopravvivere.
Altri milioni ancora nascono e vivono sui marciapiedi di Calcutta, New Delhi, Mumbai, Madras. Per non parlare di quanti vengono deliberatamente storpiati da organizzazioni senza scrupoli perché suscitino la pietà della gente quando chiedono l’elemosina. Essere bambini in India è sempre doloroso, talvolta tragico, soprattutto se si appartiene alla fascia sociale più povera, circa metà di una popolazione che conta ormai 960 milioni di persone, o a una casta inferiore come quella degli intoccabili. A Chingleput, Stato del Tamil Nadu, nel sud-est dell’India il proprietario della fabbrica è visibilmente ricco: indossa una “curta” (camicia) di seta finemente ricamata, ha un Rolex d’oro al polso. Circa 40 anni, affabile, il suo accento molto “british” rivela che ha compiuto studi universitari in Gran Bretagna. “Non ho nulla da temere” dice “ma preferisco che il mio nome e quello della manifattura non vengano citati”. La manifattura in questione produce “bidi”, la tipica sigaretta indiana. Nella fabbrica di Chingleput lavorano circa mille persone di cui più di 600 sono bambini e bambine tra i 6 e gli 11 anni.
 Sono schiavi, costretti a produrre da un diabolico meccanismo da cui non si possono liberare. I “bidi” vengono fatti a mano, uno per uno: arrotolati, riempiti di tabacco, chiusi, annodati. E’ una lavoro che richiede dita sottili. Le mani di un adulto non sarebbero in grado di farlo, I bambini che lavorano nella fabbrica di Chingleput, come in tutte le centinaia che si trovano negli Stati del Tamil Nadu e dell’Orissa, sono stati venduti, se non proprio ai proprietari delle manifatture, a mediatori. Il meccanismo di reclutamento è semplice. Il mediatore si presenta o viene chiamato in una famiglia con molti figli. Offre un prestito: 1.000 1.500 rupie. Sembrano pochi soldi a un occidentale: 25 38 €. Il pegno del prestito accordato alla famiglia sono i figli. Uno, due, talvolta tre figli ingaggiati come “bidiworker” sin quando il debito sarà saldato. Con gli interessi naturalmente. Nirmala, una bambina di 10 anni, dice di lavorare almeno 18 ore al giorno. Da circa un anno non vede i suoi genitori. Theruveethi, suo fratello, 11 anni, cerca di spiegare la situazione: “Con Nirmala produciamo migliaia di “bidi” ogni giorno, io li arrotolo e lei li chiude”. I genitori hanno ottenuto un prestito di 1 .500 rupie, a un interesse composto annuo del 35%. Ci vogliono più di due anni perché il debito sia rimborsato. L’India è percorsa da decine di migliaia di “contrattanti” alla ricerca di bambini abili al lavoro e di famiglie disposte ad affittare questi figli contro miserabili prestiti. E’ quello che avviene nelle manifatture di “bidi” si verifica anche nelle fabbriche di fiammiferi. Anche questi vengono fabbricati a mano. E anche per i fiammiferi occorrono dita piccole e agili. Ma il continuo contatto con il fosforo e lo zolfo rovina la pelle infantile, irrita irrimediabilmente gli occhi, favorisce la tubercolosi. Due rupie al giorno, per conto dei mediatori, guadagnano invece i bambini che nei pressi delle cave di cemento o di argilla fabbricano mattoni: un lavoro massacrante che si svolge dall’alba al tramonto e in cui vengono impiegati i più piccoli non perché è necessaria l’agilità delle loro mani, ma perché sono pagati dieci volte meno di un adulto. L’elenco dei lavori per bambini “sotto contratto’, cioè in schiavitù, potrebbe continuare a lungo.
 A Mumbai, Mansour Umar, attivista del Coordination committee for vulnerable children, organizzazione che si occupa dei bambini di strada, dice “Tutti sanno in India che la schiavitù dei bambini è una realtà, pure se le autorità si nascondono dietro a espressioni come “piaga del lavoro minorile” o altro. E, paradossalmente, i piccoli schiavi delle manifatture di “bidi” o di fiammiferi vivono in condizioni meno precarie dei bambini di strada delle grandi città. Se non altro, sanno di avere una famiglia, anche se questa famiglia li ha venduti”. A  Mumbai: 12 milioni di abitanti di cui 5 vivono negli slum, i più grandi dell’Asia. Ogni giorno dalla campagna arrivano in questa città, per viverci, da 80 a 100 famiglie, mediamente 400 persone che hanno venduto tutto, il po’ di terra che possedevano, le masserizie, qualche gioiello. Arrivano con i loro figli che subito vengono spinti a portare a casa un po’ di rupie. “La maggior parte di questi bambini poi finiscono per perdersi nella grande città. Si mettono a chiedere la carità” spiega Umar “per aiutare la loro famiglia. Ma quello che riescono a racimolare non basta mai. Allora decidono di mettersi per conto loro.
 Per cercare di sopravvivere”. Per tanti bambini che si perdono a Mumbai ce ne sono altre migliaia ogni mese che vengono spinti a perdersi nella grande città dalle loro famiglie, I bambini salgono sui treni che dall’interno del Maharashtra giungono al Victoria Terminal o alla Central Railway Station. Senza pagare il biglietto questi bambini, in genere tra i 7 e i 10 anni, affrontano la metropoli per vivere di quelle 6 rupie al giorno di cui parla Mansour Umar. Alle stazioni arrivano anche bambine in compagnia dei loro fratelli, cui i genitori hanno raccomandato di “proteggerle”. In tutta Mumbai lavorano 12 organizzazioni che si interessano della sorte dei bambini di strada.
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