






















 |

|
Un vecchio treno, stracarico di
pendolari, avanza lentamente verso la stazione di Sealdah. Si
ferma al binario 7. Mentre i vagoni si svuotano, gruppetti di 8-10
“bambini di strada” cominciano a radunarsi vicino alle porte. Sono
pronti a saltar su, appena la marea umana se n’è andata, e a
cominciare la loro ricerca quotidiana. “Questo lavoro si chiama
appunto train searching”, spiega Raju, che dimostra sui nove anni,
ma non è in grado di confermarlo (in India, nello Stato del West
Bengal, il certificato di nascita spesso non viene emesso). “Se
vuoi, puoi venire con noi; in fretta, però, perché questo treno
riparte subito”. Saliamo. E comincia la “perquisizione” fra i
sedili in legno, anni 50. Dalle bottiglie d’acqua vuote ai resti
di una colazione, ad un portafoglio smarrito.

Niente sfugge al loro sguardo
attento. Poi, velocemente come si è saliti, si scende. E il treno
riparte.
Apparentemente caotica,
enorme, questa stazione ferroviaria esercita un fascino
incredibile soprattutto sui più piccoli: chi scappa di casa perché
è morto suo padre o sua madre o entrambi, magari di Aids, o per
sfuggire a violenze di ogni tipo, o per protesta contro un
matrimonio combinato, fa tappa di sicuro qui. Come si fermano qui
i bambini in fuga da conflitti, scontri etnici, cicloni. Ai loro
occhi è un’isola di certezza. Un porto dal quale si può sempre
ripartire. Ma addirittura continuano a vivere qui intere famiglie
di rifugiati del Bangladesh, arrivate a Calcutta all’epoca della
guerra del ‘71 fra l’India e il Pakistan. Un panchina di marmo per
casa: sopra l’ultimo nato e sotto le pentole per cucinare ogni
giorno. Sembra incredibile. Eppure non si respira tensione. Al
contrario, i bambini saltano su e giù dai binari; si scompisciano
dal ridere davanti ad un televisore piazzato in alto, a metà
binario, incuranti del via vai che li circonda. Se è vero che i
maltrattamenti da parte della Polizia saltuariamente si registrano
ancora (ma siamo ben lontani dalla violenza sistematica di un
tempo), è anche vero che c’è una “rivoluzione silenziosa” in atto.

E non
riguarda soltanto la Polizia. Certamente questa contribuì,
lanciando nel ’99 un “programma per i bambini di strada” in
collaborazione con il Rotary International e il Lions Club. Da
allora mensilmente, presso ogni stazione, c’è per loro la
possibilità di un check-up sanitario gratuito, come gratuiti sono
i farmaci e gli alimenti che vengono distribuiti. Tuttavia, i
fautori di questo radicale cambiamento restano l’Unicef e una
cinquantina di Ong (Organizzazioni non governative). Ai loro
occhi, l’accesso alla scuola normale costituiva la chiave del
problema. Fino all’inizio degli anni ’90, i cosiddetti “bambini di
strada” seguivano corsi informali di un paio d’ore al giorno,
spesso con pessimi insegnanti e scarsi risultati. Forse l’unico
vantaggio certo, dal punto di vista dello stomaco, era la banana
che veniva distribuita a ciascuno… Ma finiva lì. Malvestiti,
sporchi, puzzolenti, incapaci di star seduti su una sedia per
molte ore, i piccoli non venivano accolti a braccia aperte dalle
maestre delle scuole regolari; tanto più che queste avevano
l’alibi della mancanza del certificato di nascita. Senza quello,
non si entrava in classe. Dunque, la questione non si poneva
neppure. Ecco però che una nuova legge, fatta passare in
Parlamento, scompagina l’intero contesto: e cioè consente
l’accesso alla scuola normale anche senza quella carta. Così si
spalancano le porte delle elementari di tutto il West Bengal.

A quel
punto restava il problema di preparare le insegnanti, ma
soprattutto di trasmettere la notizia a loro: i bambini che
lavorano negli slum di Calcutta (dalle concerie alla fabbricazione
dei sandali infradito, ai mini barman dei chioschi del tè), oppure
che dormono sui binari della stazione, o che arrivano dalla
campagne e si fermano solo il tempo di trovare qualcosa frugando
tra le immondizie. Raggiungerli, là dove stanno: è l’obiettivo che
si è posto Cini, acronimo che sta per Child in Need Institute
(Istituto per il bambino bisognoso), un’Ong fondata nel ‘74 dal
dottor Samir Chaudhuri, pediatra e nutrizionista. E i drop in
centre – i centri di raccolta di Cini Asha (che in bengali
significa “speranza”), la sezione urbana di Cini – assolvono
benissimo a questo compito. Ne visitiamo uno, lungo la muraglia
sul lato ovest della stazione di Sealdah: è un vecchio stanzone,
senza finestre e con la luce al neon, un ex magazzino delle
ferrovie dove i bambini dormono, mangiano e ricevono i primi
rudimenti dell’alfabetizzazione. Appena si varca la soglia, si è
travolti da un nugolo di piccoli dalle facce sorridenti, che
saltano al collo degli operatori, scherzano, corrono e poi si
girano verso di me, mi salutano urlando: “Namaste Aunty!”.

L’atmosfera è calda, famigliare. A dei bambini scappati di casa o
migranti, deve sembrare il paradiso. Questo è il primo contatto
con la normalità. A volte ci vogliono anche due anni, ad un
operatore, per guadagnarsi la fiducia di un bambino. Poi però è
fatta. Dal gioco si passerà ai corsi preparatori e alle
ripetizioni collettive (Coaching center), in vista di un
reinserimento nelle classi regolari. È un percorso lento, che può
avere delle accelerazioni come delle lunghe pause. Ma niente viene
forzato. C’è chi sceglie di continuare a vivere sui binari e, in
questo caso, magari decide di passare la notte nei Night shelter
(Rifugi notturni) di Cini Asha – due, uno per i bambini e un altro
per le bambine, con 80 posti complessivamente – che offrono
servizi simili ai Drop-in center. E c’è chi sceglie uno stadio
intermedio: le cosiddette Half-way house. Sono case per soggiorni
brevi, nelle quali “i bambini a rischio” (che hanno subito abusi
o sono traumatizzati) vivono per un certo periodo. Coloro che lì
fanno la funzione dei genitori, danno loro il sostegno emotivo e
psicologico, di cui essi hanno disperatamente bisogno per riuscire
ad elaborare tali traumi. Dopo di che, il bambino è reinserito nel
proprio ambiente familiare (se la violenza non è avvenuta qui);
quando ciò non è possibile, viene affidato alle cura di un’altra
Ong.

Oggi, le
Half-way house sono due, con circa 25 bambini/e a testa che in
media si fermano per 6/7 giorni. E per
la maggior parte del loro tempo
giocano all’aperto, nel campo da calcio improvvisato, di cui hanno
dipinto i muri, con personaggi coloratissimi. “È fondamentale”,
dice Sreeparna Das Gupta, la psicologa che lavora qui, alla linea
telefonica gratuita per l’infanzia , sempre caldissima (le
telefonate quotidiane raggiungono talvolta la soglia delle 450.
“Lo si capisce dal fatto che, all’inizio, non raccontano nulla;
poi, dopo un paio di giorni di gioco, vengono spontaneamente a
dirci il nome del padre. E noi, tramite la locale stazione di
polizia, risaliamo all’indirizzo”. Questo viaggio, dentro la
realtà dei bambini di strada di Calcutta, finisce qui, su un campo
da calcio.

È piovuto un paio d’ore stamattina:
quanto basta, durante la stagione delle piogge, per ridurre un
terreno qualsiasi in una distesa di melma, nella quale si affonda.
Loro giocano scatenati, a piedi scalzi, con un pallone sgonfio.
Cadono e si rialzano. Ridendo come pazzi.
|
Fai felice Il Paese e scrivi
un tuo commento se ti piace questo sito o questa pagina

Questo sito é
autofinanziato...fai crescere con il tuo sponsor il Paese.
|