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La casa era in piazza Santa Croce in Gerusalemme, di fronte alla basilica dalla facciata barocca. Quando il piccolo appartamento della Società Cooperativa Case Economiche fu pronto, dal cuore del vecchio Trastevere, dove in attesa era stata ospite del fratello maggiore di mio padre e dove io ero nata, la famigliola si trasferì nel nuovo quartiere allora di estrema periferia. Era l'anno 1908. Oltre le mura che corrono tra Porta S. Giovanni e Porta Maggiore non c'erano che rade costruzioni e prati e terreni incolti nei quali brucavano le pecore. La "Cooperativa" - come brevemente veniva indicato il complesso edilizio  comprendeva circa settecento appartamenti, corrispondenti ad altrettanti soci assegnatari, distribuiti in nove enormi costruzioni, nove fabbricati, distinti da nove numeri ordinali: primo, secondo, ecc. Il nostro appartamento era al primo fabbricato, cinque piani, cinque scale contrassegnate da altrettante lettere dell' alfabeto, articolate intorno a un vasto cortile­giardino rettangolare, aperto da un lato sulla piazza.

 Ogni socio era proprietario di un' azione di Lire 1, la quale gli dava diritto, mediante pagamento di una quota mensile, al riscatto dell' appartamento nel termine di "anni cinquanta". Evidentemente i tempi lunghi non spaventavano. Era l'epoca, sull'onda degli ideali socialisti, del fiorire di queste iniziative di cui a Roma il principale promotore animatore credo fosse Luigi Luzzatti. Le pigioni, o meglio le quote riscatto, non erano modiche. Corrispondevano circa ai due terzi dello stipendio. Mio padre versava quaranta lire mensili e il suo stipendio superava di poco le sessanta, più gli spiccioli in bei centesimi dorati che facevano la mia delizia di bambina quando mi venivano regalati perché... io li mettessi da parte. Non c'era veramente di che scialare, e solo le ore di lavoro straordinario di mio padre e l'accortezza e la capacità di mia madre Luisetta, rigido ministro delle finanze che faceva tutto in casa, permettevano di andare dall'uno all'altro dei fatali venti sette del mese. La Cooperativa non conosceva differenze di classe. L'unico requisito richiesto ai soci era quello di essere dipendente dello Stato. Così, nella stessa scala, abitavano porta a porta, in un apparente perfetto regno dell' eguaglianza, il fuochista delle ferrovie e l'ispettore centrale delle medesime, il professore di liceo e il postino, il macchinista e il capostazione, l'usciere e il capodivisione. Gli appartamenti erano tutti uguali. Variava soltanto il numero delle camere, il minimo due, il massimo quattro e gli accessori: cucina, ingresso o corridoio. Niente bagno, solo un funzionale gabinetto; niente termosifone, del resto quasi ignorato a Roma se non in palazzi signorili abitati da ricchi professionisti. E qui si trattava proprio di "case economiche", come si poteva leggere a chiare lettere sulla famosa "azione" che mio padre aveva accuratamente incorniciata. Rifiniture identiche, tutto uguale per tutti dal pavimento al soffitto. Variazioni esistevano soltanto nelle "carte di Francia"  alle pareti che, nelle loro volute più o meno ricercate, potevano dare l'idea di una maggiore o minore agiatezza dell' occupante, unitamente, s'intende, al tipo di arredamento.
Oggi non saprei neppure dire se tutto fosse veramente positivo in questa sorta di coabitazione di nuclei familiari di estrazione tanto diversa ed eterogenea. Noi eravamo i "paesani". Il comportamento, il modo di vestire dimesso, l'assoluta semplicità di mia madre, rimasta psicologicamente legata al paese, a un certo tipo di vita e di consuetudini mai rinnegate, inconsciamente restia a trasformarsi in signora di città, l'andirivieni di parenti artigiani, agricoltori, piccoli possidenti, giustificavano l'appellativo nel quale si nascondeva però una punta di spregio che non mi sfuggiva. Non che mi sentissi povera. Capivo che c'era chi aveva più di me. Ma non era questo il punto, forse anche perché in casa non si avvertivano spinte di desideri troppo superiori alle possibilità. La sicurezza dello stipendio e il principio del risparmio quotidiano, imperativo categorico, davano un particolare indirizzo alla vita di tutti i giorni. C'era il necessario. Un po' di superfluo sarebbe stato gradito, ma non c'era l'assillo di averlo. Avvertivo invece fortemente la discriminazione tra gente di città e gente di campagna. Era una discriminazione assai accentuata e chi si considerava cittadino, cioè della città, guardava e trattava con molta sufficienza chi veniva da fuori città, dal "paese", e non intendeva rinunciare alla propria personalità o assumere nel comportarsi, nel vestire, nel parlare forme diverse da quelle abituali. Il divario esteriore, specie nel vestire, era effettivamente notevole, appariscente, e per le donne dipendeva dal cappello. Porta il cappello? È una signora. Non lo porta? È una "minente", una popolana, o una paesana o "burina". Il cappello era il segno di una classe. Un distintivo. Era stato dell'aristocratica. La piccola borghese se ne era ormai impadronita e trionfante lo portava sempre, in qualunque momento, ora, circostanza. Metteva il cappello anche per andare a fare la spesa, per girare magari l'angolo del palazzo. Così si sentiva diversa dalla popolana. Chi portava il cappello veniva chiamata signora, chi non lo portava "sora" Betta o Rosa o altro, e metteva sul capo lo scialletto quando era freddo e per le vie di Roma soffiava la tramontana. Dai cappelli a larghe tese, carichi di piume l'inverno e di rose l'estate, di spilloni, si passò man mano ai più semplici, ai meno carichi, alle clochette, ai berrettini già svelti e civettuoli del primo dopoguerra. Furoreggiò l'estate il grande cappello di paglia di Firenze, ornato intorno alla calotta da un giro di fiori di campo, papaveri e fiordalisi, e da un lungo nastro pendente dietro in due code, raffinatissimo se in velluto nero. Cominciò poi la liberazione. Cappello sì, ma non sempre, non necessariamente. Cominciarono a girare le prime teste scoperte, capelli al vento, guardate con dubbio e incertezza: "È distinto?" E ancora, tutto si capovolse, definitivamente. Le "signore" presero il fazzoletto delle contadine e - copiato in seta pura e firmato, nei colori e nelle fantasie, dai nomi prestigiosi della moda - se lo legarono sotto il mento. Ricordo di aver spiato l'entrata e l'uscita delle signore del piano di sopra, moglie e madre di un funzionario ministeriale. Studiavo le tolette della prima, le sue belle vesti di seta, i cappellini con la veletta e le piume; e la seconda, sempre in nero, distintissima nel suo lungo velo vedovile che allora si portava per anni, mi incuteva profonda soggezione.
 Le carezze gentili delle due signore non mi erano gradite e cercavo di evitare gli incontri per le scale che, non essendoci ascensore, erano una via obbligata di accostamenti e di scontri. Mi sentivo osservata, guardata in un certo modo, che poi forse era assolutamente benevolo, e di ammirazione, forse, per i miei capelli biondi e i vestitini semplici e graziosi che mia madre mi cuciva con uno scampolo di stoffa comprata al grande mercato di piazza Vittorio. Certo era anche la mutilazione di mio padre, che aveva perso un braccio in un incidente sul lavoro, a richiamare su di me quell' attenzione di cui ho tante volte sentito il peso. C'era comunque finalmente la casa e mia madre era felice perché il sole la inondava al mattino da un lato, al pomeriggio dall' altro e "dove entra il sole non entra il medico", diceva. Eravamo all'estrema periferia, ma in una zona ricca di testimonianze della storia di Roma. Non me ne rendevo certamente conto allora, ma ho cominciato a muovere i primi passi, a fare le prime scoperte, a vivere, tra antiche mura e acquedotti e obelischi e basiliche... A qualunque finestra mi affacciassi avevo di fronte i segni di secoli di storia, di potenza, di civiltà, di arte. La basilica dominava. La basilica Sessoriana o anche Eleniana, fu voluta dalla madre dell'imperatore Costantino, Sant'Elena, che di ritorno dalla Terra Santa pensò all'erezione di un tempio dedicato alla Croce di cui aveva ritrovato alcuni legni. Il tempio, si elevò entro i muri perimetrali di un'aula del Sessorio facente parte del complesso dei palazzi imperiali di Settimio Severo; e la leggenda vuole che l'imperatrice versasse nelle fondamenta un pugno di terra portata dai luoghi santi. Sull' antico tempio si innalzò poi l'attuale basilica che si chiama, appunto, di Santa Croce in Gerusalemme. Quando la domenica per la messa, o al tramonto per la recita del rosario e la benedizione serale, cui mia madre, secondo l'uso del paese, cercava di non mancare, restavo a lungo entro la grande chiesa a tre navate, passavo il tempo a fissare in alto, nell' abside, la meravigliosa sequenza delle scene della Croce dipinte in una specie di lunga banda policroma. I colori vivi, i personaggi dai bei costumi che nei loro atteggiamenti sembrano pronti a parlare, le aureole dorate degli angeli e dei santi, le palme sullo sfondo stellato mettevano in moto la mia fantasia. Non sapevo nulla di pittura e di pittori e di arte, ma il bello mi entrava negli occhi. Fuori, intorno, tra le vie dai nomi evocanti - Eleniana, Sessoriana, Castrense - s'intrecciavano e rincorrevano le mura e le arcate degli acquedotti. Acqua Felice, Acqua Marcia, Acqua Claudia. Ad intervalli quasi regolari, con i loro bassorilievi dalle mille figure in movimento, le colonne, i basamenti, gli archi e gli archetti, le Porte dai nomi famosi: Porta Maggiore, Porta S. Giovanni, Porta Metronia. Una breve passeggiata, si andava molto a piedi e le distanze non venivano calcolate, e siamo alle Terme di Caracalla, al Palatino, al Colosseo, a Santo Stefano Rotondo dalle orrende pitture di martirii che la notte non mi facevano dormire, alla bella chiesa detta della Navicella e ai suoi mosaici, alla chiesa del SS. Quattro Incoronati, dal delizioso, sognante chiostro con le suore di clausura che non si potevano vedere.
 Ancora pochi passi, ed ecco la facciata di S. Gregorio e il campanile dei SS. Giovanni e Paolo. Forse non saprei più vivere in una casa senza vedere, sia pure di scorcio, un angolo di mura, una Porta, un vecchio rudere, un campanile svettante, una cupola. È il"mal di Roma". Il male dei sassi e delle pietre in mezzo alle quali si passa spesso senza più guardarle, quasi sempre senza sapere con esattezza che cosa siano state, che storia abbiano, ma si sentono, sono lì. Gli androni scenografici delle eleganti palazzine dei nuovi quartieri residenziali si affannano ad accaparrarsele, ma senza il sole e le ortiche diventano cosa morta.

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