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Ménontin è un quartiere povero della periferia di Cotonou, la
capitale amministrativa del Bénin. Proprio a Ménontin incontriamo
presto la mattina la piccola Chantal di appena 9 anni. La sua
faticosa giornata si svolge sotto il sole cocente di Cotonou, una
bacinella sulla testa piena di oggetti di tutti i tipi (saponette;
spazzolini; biscotti e sacchetti d’acqua); un negozietto ambulante
con il quale Chantal con un gruppo di amichette percorre in lungo
e in largo la città, dalla mattina fino al calar del sole, in
cerca di pochi franchi da portare a casa la sera. Il padre di
Chantal, un operaio della società locale di energia elettrica, è
stato licenziato nel 1995 in seguito all’accordo tra il governo
guidato dall’ex presidente Nicéphore Soglo, il Fondo Monetario
Internazionale (Fmi) e la Banca Mondiale (Bm) che ha messo sul
lastrico 6.300 funzionari pubblici.

Sesta di una famiglia di dieci figli, Chantal fa parte di quell’esercito
di bambini che popolano i mercati, i marciapiedi, gli ingressi dei
negozi e degli alberghi di tutte le metropoli africane. Puliscono
scarpe; offrono orologi, vestiti, prodotti di uso comune, frutto
dell’intenso contrabbando con la vicina Nigeria, sfruttando la
differenza di valore tra il naira (divisa nigeriana) e la moneta
locale. Questi bambini che non sanno che cosa sia un’aula di
scuola e sono l’incarnazione della gigantesca clochardisation alla
quale i Piani di aggiustamento strutturale, il pagamento degli
interessi sul debito e il crollo dei prezzi del cotone hanno
costretto le popolazioni del Benin.È sullo sfondo di questa
disfatta economica e sociale che bisognerebbe situare il fenomeno
della tratta dei bambini. Prima ancora dei bambini sono i loro
genitori ad essere resi schiavi di meccanismi economici che
uccidono ogni giorno migliaia di persone soprattutto nelle
campagne. Lungo la strada attraversiamo Bohicon e Savalou, una
volta paesini che vivevano della coltura del cotone e ora ridotti
a vendere ai pochi automobilisti benzina di contrabbando
proveniente dalla Nigeria. I prezzi dell’oro bianco sono
precipitati e al candore dei fiocchi si è sostituito il nero della
disperazione che spinge questi contadini a vendere i loro bambini
a trafficanti senza scrupoli per pochi spiccioli. Sono contadini
rovinati economicamente; schiavi dell’imposizione, da parte del
governo, della monocoltura del cotone.

Il governo ha anticipato loro soldi, concime e sementi. Il prezzo
della vendita del cotone in caduta libera non riesce a coprire i
loro bisogni vitali; sono indebitati con lo stato e hanno
trascurato le colture di base. Fame, miseria indebitamento
avvolgono loro e i loro bambini spingendoli a soluzione estreme
come l’affidamento di questi figli, anche giovanissimi, ai ricchi
coltivatori di cacao e di caffè della Costa d’Avorio, del Ghana o
di altri paesi del Golfo di Guinea, dietro esiguo compenso o
promesse illusorie di folgoranti carriere in città. Quanti sono
questi bambini in Benin e altrove? Le cifre avanzate sarebbero di
100.000 per il solo Benin (ma chi può dirlo veramente!) nonostante
una legge nazionale che vieta l’emigrazione dei minori fino a 18
anni e una Carta africana dei diritti dell’uomo che proibisce tale
commercio.

Una recente inchiesta del settimanale francese L’Express sul
fenomeno stima a 15.000 i bambini-schiavi presenti nelle
piantagioni di cacao e di caffè della Costa d’Avorio, provenienti
per lo più dalle zone povere del Mali. La stessa inchiesta ci
informa che nel mondo sono circa 250 milioni i bambini dai 5 ai 14
anni che sono costretti a lavorare: 60% in Asia; 30% in Africa e
10% in America latina. Bambini che lavorano in ambienti pericolosi
per la loro salute e in situazioni di schiavitù. Questi bambini
sono schiavizzati in paesi molto indebitati che gli organismi
internazionali come Fmi e Bm hanno costretto ad aprire le loro
economie e a ridurre drasticamente le spese sociali.
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