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Ci
spostiamo adesso nel cuore dello Yucatan, la penisola che si
allunga nel Golfo del Messico. Qui si ritirarono gli ultimi Maya
quando la loro cultura cominciò a declinare nelle pianure
meridionali, intorno al nono secolo della nostra era. Nessuno sa
con certezza che cosa indusse questo popolo a interrompere la
costruzione dei templi, a sospendere la registrazione degli
avvenimenti e alla fine ad abbandonare i centri cerimoniali
abbelliti con il lavoro di secoli per trasferirsi nello Yucatan.
Forse un mutamento delle condizioni ambientali, forse uno
sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, forse un'invasione
straniera. Fatto sta che l'ultimo periodo di splendore prima del
declino totale i Maya lo conobbero nella verde penisola che si
affacciava sul Golfo del Messico e al cui centro, in posizione
strategica, sorse una delle più straordinarie delle loro città:
Chichénitza.

Una
città dove tutto è grandioso, a imperituro ricordo di un' antica
gloria. Forse per questo le imponenti piramidi a gradini, le
lunghe file di colonne a forma di guerrieri, i templi decorati da
splendide sculture fanno quasi passare in secondo piano una strana
torre mangiata dal tempo e un po' più antica degli altri edifici.
Sorge un po' discosta, quasi alla periferia del grande centro
monumentale. È diversa dai palazzi e dai templi che costituivano
il cuore dell' antica città. Prima di tutto perché, fra le
numerose costruzioni di pietra, tutte rigorosamente squadrate, è
l'unica di forma cilindrica. In secondo luogo, perché niente in
essa sembra essere fatto in modo giusto: lo zoccolo su cui è
costruita è un quadrato sbilenco appoggiato a sua volta un po' di
traverso su una piattaforma più grande; la sua porta non si trova
al centro della scalinata d'accesso, ma spostata verso destra; le
sue finestre sembrano aprirsi a caso qua e là nelle pareti.
Per gli archeologi una
sfida dal cielo

L'interno della torre è ancora più strano: uno stretto passaggio
circolare conduce il visitatore verso l'alto fino alla stanza che
occupa il piano superiore. Proprio l'insolito aspetto a spirale di
questo passaggio, che ricorda l'interno di una conchiglia, ha
ispirato il nome spagnolo dell' edificio: Caracol, cioè
"chiocciola". Un edificio davvero misterioso, che per decenni ha
lasciato perplessi gli archeologi: a che cosa poteva mai servire?
L'enigma sembrava destinato a rimanere insoluto finché non ci
hanno messo il naso alcuni astronomi. Questi hanno scoperto che le
apparenti stranezze della torre dovevano in realtà avere la
funzione precisa di indicare un luogo del cielo astronomica mente
importante: per esempio, due spigoli della piattaforma sbilenca si
orientano esattamente verso i punti in cui il sole sorge e
tramonta d'inverno nel giorno più corto dell' anno e dalle varie
finestre dell'ultimo piano si può scorgere la cosiddetta stella
del mattino, cioè il pianeta Venere, al massimo del suo fulgore.
La torre insomma sarebbe stata una specie di osservatorio di
pietra, da cui i sacerdoti astronomi maya potevano ammirare il
sorgere e tramontare dei più importanti corpi celesti.

Certo
questo antico popolo non conosceva l'astronomia come la intendiamo
noi oggi. Non la considerava una scienza, ma una parte stessa del
grande ciclo della vita. Per i Maya il cielo era un'immensa cupola
azzurra in cui gli dei viaggiavano a loro piacere assumendo le
forme del Sole, della Luna, dei pianeti e delle stelle. E il loro
viaggio celeste consentiva di stabilire un calendario che segnasse
il passare delle stagioni, il tempo della semina e quello del
raccolto del prezioso mais, ma anche il destino di ogni uomo.
Secondo la leggenda, inventore del calendario era il dio eroe
Quetzalcoatl, uno dei pro genitori della stirpe umana, il cui nome
significa "serpente piumato". Stirpe umana che fu creata cinque
volte e cinque volte distrutta, insieme al mondo stesso, da
altrettanti diluvi scatenati dagli dei insoddisfatti dalle loro
creature. Finché venne il giorno dell'ultimo tentativo riuscito:
l'immenso disco della terra, che aveva come centro proprio la
grande piramide a gradini di ChichénItza, trovò il suo posto sul
dorso del sacro coccodrillo e l'uomo fu "fabbricato" con la pasta
del mais, il cibo stesso degli dei. Ma, dice il libro sacro dei
Maya, neppure questa volta i creatori erano soddisfatti perché i
nuovi uomini" sapevano tutto, vedevano tutto, erano quasi pari ai
loro autori".

E allora
gli dei fecero sì che i loro occhi" si appannassero come quando si
soffia su uno specchio e non potessero vedere ciò che era lontano
ma soltanto ciò che era vicino". Ecco perché da quel giorno il
cammino degli uomini verso la conoscenza è lungo e difficile e il
mondo è pieno di misteri.
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