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Se nella clonazione animale è possibile compiere esperimenti relativamente a cuor leggero, quando si parla di esseri umani la faccenda si fa molto più complessa. Prova a delineare gli aspetti di uni questione che da una parte vede la scienza che vuole avanzare nel suo cammino e dall'altra tutti coloro che ne sottolineano le delicate implicazioni etiche.
Quando sento parlare di "clonazione" mi vien spontaneo un moto di ripulsa, di fastidio e quasi di timore che non capisco: non è certamente come sentire dei vocaboli ameni e limpidi quali possono essere, ad esempio, "felicità" o "armonia" o "pace". A queste parole, infatti, viene istintivo associare un'immagine positiva, bella, allegra, che dà sollievo e distensione. Parlare di clonazione, invece, ci risulta un po' ostico, come se fosse un argomento che preferiamo inconsciamente evitare.
Forse, ciò deriva anche dal fatto di non essere bene a conoscenza non soltanto del significato più letterale del termine, ma soprattutto di ciò che questa tecnica consente di realizzare in campo medico-scientifico. Certo, se messa a punto per scopi di lucro o per altri motivi che possono risultare futili e non essenziali, tutti ci sentiamo di condannare la clonazione... specie se si vuole, con essa, far scaturire da un apparente nulla un essere umano. Sarebbe più facile, ed anche più vantaggioso a questo punto, costruire un automa, un robot. Ma vediamo di capire un po' meglio le cose. Per clonazione si intende la messa a punto di un procedimento che, attraverso la riproduzione organica, faccia scaturire da un'unica cellula un insieme più o meno vasto di cellule omogenee. Usando queste modalità, sappiamo che sono già stati creati in laboratorio più tipi di animali, dai bovini, agli ovini (la pecora Dolly), alle scimmie.
Esperimenti che sembrano essere riusciti. Così, dopo tutti questi successi, sembrava naturale e per nulla astruso che venisse donato anche il primo embrione umano. La data resterà un giorno cruciale all'interno della storia: 25 novembre 2001. Il luogo anche: Worcester, Massachussets. L'esperimento, tecnicamente riuscito per gli stessi ricercatori che l'hanno condotto, nonché per i giornalisti di tutto il mondo che ne hanno parlato e diffuso la notizia, è stato attaccato, criticato e letteralmente bombardato da quasi tutto il resto del pianeta. A cominciare dal presidente americano George W. Bush, che è stato categorico e irremovibile nella sua posizione: "La clonazione umana è sbagliata - ha decretato "Punto e basta". E, per sottolineare quanto ferma sia la sua convinzione, Bush ha addirittura appoggiato una legge, approvata con larghi consensi dal Parlamento, che condanna a dieci anni di carcere chi riprodurrà embrioni umani.
Contraria alla clonazione umana anche l'Unione Europea che, tra l'altro, ha visto in questo gesto anche un aspetto tutt'altro che utile. Perché, ha infatti sottolineato, creare un embrione per poi farlo morire se le sue cellule servono per la cura di malattie gravi? Questo si può fare, ma utilizzando embrioni che o sono in numero eccessivo, oppure sono frutto di aborti. La Chiesa cattolica, poi, ha subito messo "in tavola" la parola già tante volte pronunciata in fatto di clonazione, ossia: immoralità. E sulla stessa linea gran parte degli esponenti del mondo politico. Fortemente divisa, invece l'opinione pubblica, probabilmente perché alla base della notizia del primo embrione umano donato c'è, ancora una volta, un equivoco: com'è emerso dalle parole degli stessi ricercatori della Advanced Cell Technology, il vero scopo di questo embrione non è dare inizio alla creazione e alla diffusione di persone clonate, ma poter ricavare dagli embrioni quelle cellule staminali in grado di curare soggetti gravemente ammalati, sostituendone le cellule degenerate. Una clonazione, quindi, necessaria per dare speranza di vita a persone ridotte allo stremo e con addosso solo la forza della disperazione.
Ed è stata proprio la speranza, la speranza ardente di poter tornare a camminare, a servirsi autonomamente delle proprie gambe come faceva prima di quell' incidente in bicicletta e come non può più fare da undici anni, a spingere l'americano Judson Somerville a donare cellule del suo polpaccio per la clonazione terapeutica. Somerville, padre di due ragazze adolescenti, sogna non solo di abbandonare la sedia a rotelle, ma anche di poter dare una mano a tanti altri che hanno problemi più o meno simili ai suoi. Ed è fiducioso nella scienza, nel lavoro dei ricercatori e nel futuro. Se la clonazione servirà a questo, credo che dovremmo rivedere un po' le nostre posizioni troppo rigide e decretorie.
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