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I genitori piangono davanti alle ceneri
della scuola dove studiavano i loro figli. Un incendio ha
avvolto improvvisamente l’edificio uccidendo novanta scolari.
Piccole sedie e banchetti colorati formano ancora una lunga fila
nell’unico corridoio che era la scuola. La vista di questi resti
ricorda come sia tutto labile e inconsistente qui nel Tamil Nadu,
ultimo Stato a sud dell’India: gli edifici fatti di foglie di
cocco e banano, quindi facilmente infiammabili, e la vita,
soprattutto dei bambini che a centinaia mendicano per le strade o
lavorano in fabbrica dall’alba alla notte.

“I ragazzini lavoratori
in India sono 1 milione e cento mila”, racconta Suresh, ex schiavo
di 16 anni. “Nel Tamil Nadu, dove vivo, fanno gli agricoltori, i
pescatori, di tutto. Spesso non hanno i genitori e fanno qualsiasi
cosa capiti loro. La notte dormono ai bordi delle strade, nelle
stazioni o sotto i ponti. Io fino a poco tempo fa ero un servo.
Mio padre mi ha venduto per 130 dollari a un usuraio”. Suresh
aveva 13 anni quando dovette lasciare la famiglia per andare a
lavorare in casa di un ricco uomo dell’Andra Pradesh. Quando partì
aveva con sé solo una busta di plastica e nessuna idea di dove
sarebbe finito. Dopo molte ore di auto arrivò nel cortile di una
grande villa, circondato da un muro alto e filo spinato. La moglie
dell’usuraio gli ordinò di sbrigarsi e lo colpì sulla testa,
doveva preparare la cena entro un’ora. Suresh non riusciva a
parlare. Da allora la cucina divenne la sua stanza e la sua
prigione. “Facevo il factotum, pulivo e cucinavo”, continua il
ragazzo, con un filo di voce. Suresh ha gli occhi grandi e una
corporatura minuta per la sua età. “Ero lo schiavo di sette
persone. Iniziavo alle cinque del mattino e finivo alle undici
della sera. Mangiavo gli avanzi e dormivo in un angolo sul
pavimento”. Dopo sei mesi, Suresh capì che non poteva resistere e
tentò la fuga. Scappò a piedi scalzi, dopo aver messo due
magliette e qualche banana in una busta. Si perse in città, ma si
sentiva libero, più sicuro. Quella notte trovò riparo in un
ospedale, il giorno successivo dormì in una stazione degli
autobus. Salì quindi su un veicolo diretto a Kottamanthai, il suo
villaggio.

Quando arrivò a casa i
genitori erano increduli, non potevano immaginare la sofferenza
del figlio. “Qui i ragazzi lavorano soprattutto al telaio”, spiega
Suresh. “I padroni li impiegano in età dai 13 ai 20 anni, poi li
mandano via. Le ragazzine mettono un’imbottitura sotto la
maglietta per far credere agli ispettori che sono un po’ più
grandi. Altre migliaia di bimbi fabbricano i beedies – le piccole
sigarette indiane – o tingono i tessuti per 30 rupie al giorno a
contatto continuo con materiali tossici. Sono lavori pericolosi:
ci sono anche adolescenti che lavorano in fabbriche di fuochi
d’artificio e fiammiferi”. Fino a dieci anni fa il tema del lavoro
minorile era tabù, trascurato dagli organismi internazionali. Se
ne iniziò a parlare solo nella seconda metà degli anni ’90, in
seguito a un fatto drammatico: l’assassinio in Pakistan del
dodicenne lavoratore Iqbal Masih. Iqbal fu venduto schiavo dal
padre a soli quattro anni. A dodici, decise di raccontare la sua
storia ai giornali locali: picchiato, sgridato e incatenato al
telaio, il bambino lavorava per oltre dodici ore al giorno. Fino a
quando nel ’95 “i mafiosi dei tappeti” gli spararono mentre
correva in bicicletta. Secondo l’ultimo rapporto
dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), sono più di
250 milioni i piccoli di età compresa tra i 10 e i 14 anni che
lavorano nei Paesi in via di sviluppo.

Il 61 per cento sono in
Asia, il 32 per cento in Africa e il 7 per cento in America
Latina. L’India è uno dei Paesi più colpiti. Suresh conosce bene
questi dati, sa che in tutto il mondo i bambini vengono sfruttati
e si augura che presto vengano liberati da tanta ingiustizia come
lui oggi. Grazie a un programma di adozioni a distanza di Mani
Tese in collaborazione con l'ong locale Peacetrust, il ragazzo è
tornato a vivere con i suoi e si prepara a ricominciare la scuola,
interrotta alla seconda media. Da grande vuole aprire una sua
attività e fare il sarto, impiego tipico per molti indiani del
Tamil Nadu.
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