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Rifletti sul
delicato problema della solitudine, che sembra affliggere sempre più
i ragazzi italiani a causa di una società che tende sempre più verso
un consumismo senza freni e sempre meno verso una dimensione a
misura d'uomo.
Letteralmente, la parola "solitudine"
indica lo "stato di chi è o vive senza compagnia, che non ha nessuno
accanto, vicino o insieme".
Sotto questo aspetto, la solitudine è una delle peggiori malattie
che ci possa affliggere. La solitudine, più d'ogni altra cosa,
comporta sofferenza conducendo, spesso, a stati d'animo quali
malinconia, depressione, disperazione che, non di rado, possono
sfociare in atti estremi. Quante le notizie di cronaca improntate
proprio su tragedie derivanti dal sentirsi soli? Molte,
indubbiamente, senza contare tante altre che da una qualsiasi forma
di solitudine scaturiscono anche se sembrano avere, come apparenti,
altre motivazioni.

Si pensi, ad esempio, al delitto di
Cogne, alla solitudine della madre del piccolo Samuele, quando venne
arrestata con l'accusa infamante di essere stata lei ad ucciderlo
(poi rilasciata per insufficienza di prove). E se fosse stata lei,
cosa l'avrebbe spinta ad un gesto così folle? Lo scontento, la
depressione? O forse proprio la solitudine, di cui si era lamentata
chiaramente in una lettera (ritrovata dagli inquirenti), scritta al
marito solo pochi giorni prima dell'assassinio... "Che cosa ci
succede? Non parliamo più, mi sento sola...". Contro la solitudine
c'è chi si ribella con la violenza, chi sfoga la propria
frustrazione su se stesso, magari, intessendo legami distorti con il
cibo, e cadendo in trappole qualI anoressia, bulimia, alcolismo o
tossicodipendenza, e c'è chi non reagisce affatto, chiudendosi a
riccio nella propria apatia e abbattendo qualsiasi contatto col
mondo esterno. Abbiamo parlato di solitudine, finora, intendendola
come condizione di chi è solo. Ma soli, a volte, e non di rado, ci
si può sentire anche se si è in compagnia. Accade ai giovani come
agli anziani. Conosco una donna sulla quarantina sposatasi lontano
dal suo paese d'origine, ora divorziata e con due figli ormai
grandi.

Abita in una cittadina del Nord. E,
spesso, quando d'estate torna in ferie, dice compunta: "Sono in
mezzo a tanta gente lì, eppure sono sola". È un principio, questo,
della solitudine in compagnia estendibile, oggi, a molti ragazzi.
Anche questi ultimi accusano, infatti, sempre più di sovente un
sintomo patologico quale la solitudine. L'imputata-base è, ancora
una volta, la società. Grazie alle sempre più sofisticate
tecnologie, essa tende a "separare" e isolare i giovani, anziché
tenerli uniti. Lo dimostra l'ultimo rapporto stilato da Eurispes in
collaborazione con Telefono Azzurro. I bambini e i ragazzini mettono
al primo posto come loro compagna di giornata la televisione,
seguita dal computer, dai video giochi e dal telefonino. Tutti
questi "mezzi" sostituirebbero, ormai, in tutto e per tutto i giochi
spensierati e semplici di una volta, quelli che si fondavano sul
cameratismo e sull 'unione, quelli che privilegiavano un sano stare
insieme infantile (magari all'aria aperta) e serviva a sviluppare
nei fanciulli il senso sociale. Oggi, la modernità ha cambiato molte
cose e soprattutto ha cambiato l'elemento-base in cui i ragazzi
vivono: la famiglia. Spesso, infatti, un bambino, fin dall'età in
cui è in grado di stare da solo in casa e badare a se stesso, "gode"
di lunghi lassi di pomeriggio in assenza di entrambi i genitori. La
parità tra uomo e donna ha contribuito ad acuire questo problema: le
donne non vogliono più fare le mamme a tempo pieno.

Il lavoro, in trentacinque casi su
cento, specie nelle città, assorbe entrambi i genitori per buona
parte della giornata e i bimbi si ritrovano a fare i conti con la
solitudine. Niente orsetti di peluche, quindi, con cui ci sarebbe da
intessere noiosi monologhi, ma piuttosto cartoni animati, tele film
e... pubblicità in abbondanza. E a dimostrare quanto, ormai, le
donne siano impegnate nel mondo del lavoro, sono proprio i giudizi e
la risposte dei bambini che assegnano quasi la stessa importanza,
all'interno della famiglia, sia a mamma che a papà: solo un esiguo
3% in più addita come principale punto di riferimento la mamma.
Mentre tra i ragazzi adolescenti si fa sempre più strada la
convinzione che il nucleo familiare sia quasi solo fonte di
imposizioni, di norme dettate da rispettare. Purtroppo.
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