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Il Patrono

Egidio (Gilles) è vissuto in Francia a cavallo tra il VI e il VII secolo. Viene identificato con l'abate Egidio inviato da s. Cesario di Arles presso papa Simmaco. La sua tomba è stata ritrovata in un'antica abbazia presso Nimes in Provenza (Francia) da dove a tratto origine il suo culto. Il sepolcro, probabilmente costruito al tempo dei Merovingi, reca un'iscrizione databile al X secolo. In quel secolo è stata composta la "Vita del santo" dove si mescolano cronologia e degli elementi leggendari. San Egidio è uno dei santi Ausiliatori ed era invocato, particolarmente in Francia, Belgio e Olanda, contro il delirio della febbre, la follia e la paura. Secondo altre fonti, san Egidio viene identificato con un'eremita vissuto in Provenza, sotto la protezione del re dei Goti Wamba. Nel 680 fondò un monastero presso le foci del Rodano, nella località poi chiamata St. Gilles, del quale divenne abate. Tra le narrazioni che più hanno contribuito alla popolarità del santo vi è quella della cerva inviata da Dio per recare il latte al pio eremita, che viveva da anni in un bosco, lontano dal consorzio umano. Un giorno la benèfica cerva incappò in una battuta di caccia condotta dal re in persona. Il regale cacciatore inseguì la preda, ma al momento di scoccare la freccia non si accorse che l'animale spaurito era già ai piedi dell'eremita. Così il colpo destinato al mansueto quadrupede ferì, seppur di striscio, il pio anacoreta. Viene invocato contro il delirio della febbre, la paura e la follia

La leggenda

Secondo un'antica credenza ora del tutto dimenticata, nella notte che precede l'Ascensione, passano nel cielo migliaia di streghe. A Ripabottoni era usanza che quella sera, infilatici sotto le coperte, i piedi incrociati, le mani strette al petto, si recitasse, a mò di scongiuro: - Sopr'acqua e sotto vento, sott'a noce di Benevento. Sotto quel noce, ogni anno, in occasione dell'ascensione, c'è la riunione plenaria delle streghe. L'ascesa di Gesù al cielo difende dagli influssi maligni tutte le persone che gli si affidano questa notte. Secondo un'altra tradizione, in questo giorno, dotato di una misteriosa sacralità, la vita animale e vegetale rimane sospesa. Alla mezzanotte un angelo comparirebbe improvvisamente benedicendo le acque, comunicandovi un'energia ristoratrice per i malati che vi si immergono. Nel corso della giornata una gallina deporrebbe un uovo dalle doti straordinarie per un anno intero. L'uovo dell'Ascensione: scaldato al fuoco trasuda un liquido che guarisce i neonati colpiti da deformità; raccoglie attorno a sé tutte le formiche che infestano una pianta. L'uovo conservato a lungo nell'angolo più buio delle case e dei vecchi casolari rustici serviva a proteggere contro il maltempo, i naufragi e le tempeste. Una delle tradizioni scomparse da molti anni è la seguente: Le donne esponevano sul davanzale delle finestre una lucerna accesa. La spegnevano con le prime luci dell'alba, conservando l'olio non bruciato e se ne servivano per guarire le mammelle delle bestie, malate di mastite. Nel soltistizio d'estate - la vigilia di mezza estate (23 giugno) o a mezza estate (24 giugno) si svolgevano le feste del fuoco. Questi fuochi erano chiamati fuochi di San Giovanni Battista. Il solstizio d'estate, che segna il punto culminante del viaggio del sole, ha sempre destato nei contadini un'ansia piena d'attesa e di smarrimento. E vedendo il sole in difficoltà di fronte ai vasti mutamenti ciclici della natura credono di poterlo aiutare nella sua apparente discesa accendendo fuochi . I caratteri importanti della celebrazione di mezza estate sono i falò, le processioni per i campi con le torce accese e l'uso di far rotolare, da un colle, un'enorme ruota di rovi e paglia accesi. E mentre ruota le donne cantano piene di gioia; dalla valle rispondono gli uomini. Molti bruciano nel fuoco ossa  per produrre un fumo nauseabondo.  Tra urla e fischi il bestiame viene cacciato attraverso il fuoco, per guarire le bestie malate e tenere lontane da ogni male durante l'anno, quelle sane. Chi salta il fuoco è sicuro di non dover soffrire il mal di reni per tutto l'anno. Lasciato il falò, ridotto a brace, gli uomini e le donne passano alla ricerca delle lumache. Gli uomini le cercano lungo i cunettoni, nei prati, nelle cardaie, 'mmónt' pi'mmèrz' (su per le salite) e sotto le frasche degli sterpai, facendosi luce con le lanterne. Le donne tengono loro compagnia, suonando campanacci, casseruole, trombette, fischietti… per allontanare le streghe che passano per quelle parti, dirette a Benevento. L'indomani, San Giovanni Battista, mangiando le lumache, diranno: Per ogni cornetto mangiato, un malanno scongiurato. E ancora: E' chammèrik (Le lumache) di San Giovanni portano fortuna, liberano dagli influssi maligni e tengono lontano le corna dalla casa mia. La mattina di San Giovanni (24 Giugno) , le persone passano nei pressi del fuoco spento. Marciano tre volte intorno al mucchio di cenere. Si avvicinano, si inginocchiano, prendono un po' di cenere e con essa si stropicciano i capelli e il corpo.  Per ultime arrivano le "monache di casa". Raccolgono un po' di cenere in una sacca, a suo tempo inzuppata nel mortaio dell'acquasanta, in chiesa. Se ne serviranno per confezionare gli - abbètièll'- che scongiureranno il malocchio e le fatture per chi li porterà al collo o nel portafoglio. Le ragazze all'alba si precipiteranno alla finestra per leggere nell'acqua del catino il loro domani. Se comparirà, in trasparenza, l'immagine di San Giovanni si sposeranno e avranno prole. Così pure se passerà, per primo, un uomo scapolo sotto la finestra. Non basta passare. E' necessario che si chini a raccogliere qualcosa da terra.

Usi e Costumi

In Molise si conservano ancora usi e costumi antichi, e anche la modernità e gli agi sono arrivati in punta di piedi, senza distruggere la rusticità locale. In certi dettagli culturali risultano evidenti gli influssi dell’Europa orientale, con cui i commerci hanno radici antiche, così come radicato fu l’influenza dei Romani, infatti nelle province di Campobasso e di Isernia si usano ancora gli zampitti, calzari di cuoio annodati con striscioline di pelle, di origine romana. Dei bellissimi costumi regionali restano tracce in alcuni paesi, specie nella valle del Biferno, dove vengono indossati in occasione di alcune festività. Caratteristica degli abiti sono la pieghettatura, la ricchezza dei ricami e le maniche staccabili, che ai primi caldi vengono abbandonate. Se i costumi femminili variano da paese a paese, gli abiti maschili, indossati ora soltanto nelle grandi feste, hanno una foggia comune: giacca corta con colletto di velluto, pantaloni fino al ginocchio, fermati da due bottoni, cappello nero con sottogola. Forte, nel molisano, il sentimento religioso cattolico, che si manifesta in processioni (celebri quelle di Venafro, di Capracotta, di Larino), in sacre rappresentazioni e in pellegrinaggi. Tra tutte le feste va segnalata quella del Corpus Domini di Campobasso in cui Misteri o Miracoli sono rappresentati ormai da due secoli con eguale passione. Danze (specie la tarantella) e canti costituiscono una bella tradizione di tutto il Molise, specie della valle dell’alto Volturno. Le feste agricole e profane (assai noto il carnevale di Scapoli) sono celebrate anche dalla poesia popolare e vivificate da racconti leggendari. Sempre di gran pregio l’artigianato, specie nella regione di Campobasso, dove prospera l’industria dell’acciaio traforato. Diffuso è il pizzo lavorato al tombolo e ancora in uso sono la tessitura a mano, la produzione di ceramica, di terracotta, di stoviglie, di coltelli, di forbici (specie a Frosolone), tutto generalmente venduto nelle piccole fiere e mercatini locali

Parchi e Riserve Molise:

  • Riserva Naturale Collemeluccio
  • Oasi WWF Guardiaregia
  • Riserva Naturale Montedimezzo
  • Area Protetta Oasi di Bosco Casale
  • Riserva Naturale Pesche
  • Oasi WWF Le Mortine

Musei

Museo Internazionale del Presepio in Miniatura "G. Colitti"
Campobasso - Villa Colitti, p.zza Vittoria, 4
Tel. 0874/413672 (Privato)

Nuovo Museo Provinciale Sannitico
Campobasso - Palazzo Mazzarotta, via Chiarizia, 12
Tel. 0874/412265 (Museo) 4271 (Soprintendenza)
 

Feste

Il diavolo a Tufara
La settimana di carnevale, a Tufara (Campobasso), i protagonisti sono i diavoli che, trattenuti dai frati e preceduti dalla Morte, o meglio da due Morti, attraversano tutto il paese in una processione. Arrivati nella piazza, un giuria mette sotto processo il carnevale, il quale viene condannato a morte. Un fantoccio viene quindi gettato giù per la rupe su cui sorge il paese.

La sagra della zampogna
L'ultima domenica di luglio, tutte le botteghe artigianali di Scapoli (Isernia), che da duemila anni fabbricano flauti, zampogne e tamburelli con lo stesso metodo, organizzano una spettacolare mostra dei loro manufatti, dando la possibilità a chi lo voglia di acquistare gli strumenti, di imparare ad utilizzarli e di visitare le numerose antichissime botteghe.

Festa patronale di Vastogirardi
In questo paese, in provincia di Isernia, dal 1911, l'1,2 e 3 luglio si ricorda l'Annunciazione della Madonna da parte dell'Arcangelo Gabriele. In questo frangente, una bambina, agganciata ad un cavo metallico, viene sospesa a otto metri da terra e compie un balzo di 50 metri. Questa messa in scena simboleggia il volo degli angeli.

Festa di San Pardo e i "pali"
A Larino, in provincia di Campobasso, alla vigilia della festa di San Paolo, una fiaccolata apre la sfilata dei carri, su cui sono poste immagini religiose, seguite dai cosidetti "pali", ossia cortei di bambini che agitano i festoni su cui sono rappresentati i diversi momenti del martirio dei santi Primiano, Firmiano e
Casto.

Festa Patronale ( Inviata da Giusy)

Veduta della chiesetta dal sentiero e c'è tuttora... un luogo incantato sul Matese: una conca verdeggiante ed intatta che, attraverso i suoi profondi solchi, scavati e modellati da acque millenarie, sembra voler protendere lunghe braccia verso una fitta di sentieri che s'inerpicano dalla vallata, quasi a voler accogliere, con un affettuoso abbraccio, chi vi acceda da quella direzione. Una piccola chiesetta con, attiguo, un modesto rifugio, una fonte perenne d'acqua limpida e fresca, qualche ricovero di pastori costruito alla buona con pietre, zolle e terriccio del posto e qualche stazzo, sistemato qua e là, testimoniavano una presenza umana semplice, laboriosa e, nello stesso tempo, scrupolosa custode e fervida amante di quei luoghi. Il pastore che stazionava in quei posti per buona parte dell'anno, il cacciatore che vi passava in cerca di coturnici, l'occasionale comitiva di gitanti che, partiti prima dell'alba dal piano, vi giungevano insieme ai primi raggi del sole, non potevano, prima ancora di dissetarsi alla fresca fonte, non rivolgere uno sguardo colmo di affetto alla chiesetta ed alla gaia campanella, sospesa nella sua caratteristica nicchia. Nella chiesetta, ai lati di un piccolo altare, una statua di S. Egidio abate ed una statuetta di S. Michele Arcangelo, ambedue oggetto di grandissima devozione.La tradizione del luogo, la cui origine si perde nel tempo, faceva coincidere la commemorazione di S. Egidio del I settembre con una splendida occasione di festa popolare. La vigilia era tutta un'ansiosa attesa per i ragazzi, per la gente di Bojano, delle vicine borgate ed anche dei paesi limitrofi; i preparativi, i programmi e la scelta dell'itinerario mettevano addosso all'intero paese una meravigliosa, frenetica sensazione di gioia che si imprimeva indelebilmente nel cuore e che, puntualmente, si ridestava anno per anno. Alla sera si andava a letto piuttosto presto, con gli zaini già preparati, ricolmi di ogni ben di Dio e con le borracce già piene e riposte al fresco. Ai ragazzi il sonno tardava a venire: la preoccupazione di non svegliarsi in tempo o il timore che qualche imprevedibile contrattempo potesse ritardare in qualche modo l'ora della partenza, che era stata già fissata scrupolosamente con i parenti o con gli amici della comitiva, non consentiva un sonno tranquillo ma, al massimo, un agitato ed interminabile dormiveglia che si concludeva alle prime ore del giorno.
Eremo di S. Egidio: particolare
Alle tre del mattino buona parte del paese era già desto; le finestre delle case si illuminavano e dietro ai vetri si scorgevano facce ansiose di ragazzi rivolte all'insù a scrutare le stelle ed il cielo, che si sperava sereno. Nella strade le prime voci festose ed i primi richiami; nelle case un frettoloso, crescente via vai. I carichi ed i pesi venivano equamente ripartiti fra tutti i componenti della comitiva, tenendo conto delle possibilità e delle caratteristiche fisiche di ciascuno di essi, ma in ogni famiglia le immancabili proteste del suo esponente più piccolo e mingherlino che, insoddisfatto del "giusto" carico che gli veniva assegnato, pretendeva a tutti i costi, sostenuto da una frenesia prorompente e da un'incontenibile vitalità, "l'affidamento" di uno zaino più pesante! "...ce la faccio, ce la faccio" insisteva con convinzione!Alle quattro del mattino la via di S. Giovanni, quella di Pincere e Mucciarone, quella più comoda e pianeggiante di Civita Superiore già brulicavano di gente.
All'inizio il ritmo di marcia era serrato, ma ben presto la dura salita intorpidiva le gambe e si era costretti a rallentare; i ragazzi, con il viso arrossato e sudato e col respiro affannoso si sedevano qua e là.
Il capofila si fermava a riprendere fiato in atteggiamento patriarcale e con lo sguardo pateticamente rivolto all'indietro, verso i ritardatari che procedevano più lentamente ed a fatica. L'occasione era buona per un frugale spuntino: un assaggino, un dolcetto per i più piccoli, un sorso di caffè o di vino per i più grandi. Intanto il gruppo che seguiva, approfittando della sosta del primo, effettuava il sorpasso: uno scambio cordiale di saluti, un invito sincero ad assaggiare, a bere qualcosa era il rituale d'obbligo che si svolgeva su ogni itinerario ed in ogni analoga circostanza. S. Egidio era la festa popolare dell'amicizia, della solidarietà e della cortesia; l'allegria, l'aria di montagna, tutto concorreva a rendere, senza ipocrisia, gli animi più buoni, più aperti, più disponibili verso gli altri.Qualche altra sosta, qualche altro incontro e si arrivava con gran sollievo al "Lontri", il punto nevralgico, immediatamente a valle di S. Egidio, dove confluivano quasi tutti i sentieri. Qui il rituale prima descritto assumeva proporzioni maggiori, anche per la presenza sul posto di una meravigliosa fonte di acqua fresca, che predisponeva ad una sosta più lunga. Appena dissetati, i ragazzi correvano a cercare il masso di pietra sul quale, come voleva la tradizione popolare, il "Diavolo" aveva lasciato l'impronta della propria... mano...
Dopo aver lungamente dissertato e deciso, finalmente, sulla identità della roccia e dopo aver fatto varie considerazioni sulla posizione e le dimensioni della "mano", ricaricati di nuove energie, iniziavano una corsa allo spasimo per superare l'ultimo balzo, per raggiungere presto la meta e conquistarsi un posto in prima fila sul ciglio del piazzale erboso, antistante la chiesetta, e da qui controllare, con scrupoloso rigore, l'ordine e l'ora di arrivo di amici e coetanei.
Il suono gentile della campanella, il grintoso vociare dei giocatori di "Morra", le prime luci dell'alba ed un intenso ed aspro odore di montagna erano, fra le tante, le sensazioni fisiche più intense che ciascuno provava e che registrava indelebilmente dentro di sé per poi riassaporarle ogni tanto con grande nostalgia.
L'eremo di S. Egidio e la sorgente
Entro una mezz'oretta il gruppo si ricostituiva al completo ed anche l'esponente più lento ed affaticato finalmente raggiungeva la meta sospirata. La gioia ed il sorriso cancellavano presto dal suo viso ogni traccia di stanchezza. La visita alla chiesa ed al Santo era il primo atto; subito dopo occorreva sistemarsi e la scelta del posto non era certamente un'operazione difficile. Tutto era meravigliosamente intatto all'intorno; il tappeto erboso, amorevolmente calpestato l'anno precedente, aveva avuto un intero anno per ricostituire la sua bella veste vellutata. Ci si poteva sistemare ovunque, senza problemi di sorta, ma si sostava provvisoriamente nelle immediate vicinanze della chiesa, in modo da essere coinvolti più direttamente nel pieno della festa, per salutare gli amici ed ascoltare, a turno, una delle tante messe che si celebravano a ritmo continuo nella giornata.Appena possibile i ragazzi correvano in avanscoperta a cercare il sito più bello e più idoneo per accamparsi.
Esibivano, per l'occasione, i loro coltellini nuovi, ben custoditi in foderi appariscenti ed invano tentavano con essi di tagliare qualche ramo fronzuto per allestire un fragile capanno sotto cui riporsi al fresco; la coriacea scorza dei faggi, infatti, ne metteva a dura prova l'efficienza e la qualità delle lame!I pastori del posto si sentivano i veri protagonisti e gli anfitrioni della festa; forti di antica esperienza, tramandata da generazioni, preparavano con grande abilità il formaggio pecorino e la meravigliosa e finissima ricotta che nel suo tremulo, fumante e morbido candore veniva delicatamente riposta nelle tradizionali "fruscelle" e venduta all'istante, al miglior offerente.
Finalmente per loro una giornata di grazia, di facile e proficuo commercio! Verso mezzogiorno "usciva" la processione con la statua di S. Egidio in testa, seguita a breve distanza da quella di S. Michele, ambedue portate a spalla dalle otto persone fortunate che erano riuscite ad aggiudicarsi l'asta. Altre otto persone di rincalzo fiancheggiavano le prime lungo tutto l'itinerario, ansiose e pronte a dare il cambio o ad intervenire in caso di bisogno. Seguiva a ridosso il clero officiante, una banda musicale un po' sgangherata ma gradevole e civettuola ed una folla traboccante di popolo e di fedeli.
I variopinti copricapo delle donne, gli abiti multicolori, il procedere della gente un po' a sobbalzi, per via del terreno irregolare e sassoso, creavano un singolare movimento di colori che mutava di continuo agli occhi dello spettatore che osservava estasiato dalle alture circostanti. La processione concludeva il suo breve giro in circa mezz'ora. Un'ultima sosta davanti alla Chiesa il Santo veniva sistemato in modo da volgere il suo sguardo benedicente verso la vallata ed una nutrita serie di salve di fucile salutavano festosamente il suo rientro.Soddisfatto lo spirito e lo scrupolo religioso, subentrava in ognuno un certo languorino, che l'aria fina del posto faceva crescere rapidamente a dismisura!
Ci si sistemava, quindi, nel posto prescelto dai ragazzi, si stendevano delle coperte ed una tovaglia e su di essa tutte le "pietanze" portate al seguito. Il "pollastrello", sicuramente ruspante in quei tempi, costituiva per ciascuno il piatto forte della giornata.
Ma sulla tavola c'era di tutto: lasagne, frittate, parmigiane, peperoni ripieni, salsicce conservate sotto sugna, caciocavalli, scamorze ed ogni cosa meravigliosamente gustosa e genuina.
Le ultime riserve di vino dell'annata o qualche damigianella "speciale", prudentemente messa da parte e custodita gelosamente per l'occasione, costituivano la generosa bevanda, indispensabile per mandar giù tanta roba! Per gli astemi c'era la cristallina e fresca acqua del posto; presso la fonte, infatti, un continuo alternarsi di persone a riempire borracce e bicchieri. Il giovane, talvolta, non disdegnava di riempire con garbo e gentilezza la borraccia della signora o della signorina o della persona anziana in attesa, anzi, se ne faceva uno scrupoloso obbligo, nel rispetto di una tradizione e di un'educazione ricevuta ed assimilata fin da bambino.
Nel giro di un'ora gli stomaci erano sufficientemente appagati e qualche altro colpo di fucile esploso in aria qua e là, dava il via a numerose iniziative canore.

Eremo di S. Egidio: la sorgente
La giornata trascorsa in piena allegria ed il beneficio effetto della bevanda generosa creavano le premesse più favorevoli per avviare ed infoltire i cori. "L'acqua di S. Egidio", "La Margherita", "Sona pe la muntagna na campanella", "Albere belle" erano i canti tradizionali e popolari che, accompagnati da organetti, fisarmoniche e chitarre, echeggiavano all'intorno. Qualcuno andava in giro a ... sincerarsi che tutto procedeva bene in ciascun gruppo o comitiva e non poteva fare a meno di accettare ed assaggiare qualcosina e, perché no, di bere un altro "mucchetielle" di vino per valutarne, più che altro, la qualità e la freschezza ed esprimere un giudizio di merito... da intenditore! Le "tavole", apparecchiate alla buona, venivano piano piano dismesse ed i resti commestibili e biodegradabili del banchetto accantonati con garbo presso un sasso. Non c'erano bottiglie e buste di plastica, lattine di alluminio o altri contenitori "usa e getta"; tutti i recipienti usati costituivano "corredo" di casa e, come tali, gelosamente recuperati, portati indietro e custoditi per l'anno successivo! La festa si sarebbe protratta durante la notte e nei giorni successivi per i cani da pastore e per tutta la fauna locale che, divorando con grande avidità quella "manna" caduta inaspettatamente dal cielo, ristabilivano un totale e perfetto equilibrio ecologico. Alla sera il rientro era, per la verità, un po' più disordinato e scomposto rispetto all'andata; ma quando, finalmente, si riusciva ad imboccare il portone di casa, un senso di profonda soddisfazione e di intima gioia per una giornata così bella e così intensamente vissuta, creavano la migliore premessa per un profondo sonno ristoratore.

Festa Patronale ( Inviata da Marina)

La festa di San Pardo rappresenta il trionfo dei carri, in ricordo dell'appropriazione del corpo di San Pardo, sepolto a Lucera, da parte dei larinesi, avvenuto il 26 maggio dell'842. La festività si protrae per tre giorni, dal 25 al 27 maggio. Il primo giorno è dedicato a San Primiano, la cui statua viene prelevata dal monte Arona e condotta in paese con una emozionante fiaccolata. Il 26 sfilano i carri, addobbati con fiori , anche di carta, e trainati da buoi. Davanti i più antichi, quelli a "capanna", quindi i "trionfali". In tutto un'ottantina. Chiude il corteo il carro con le reliquie di San Pardo. La festività è chiusa il 27 con il corteo di ritorno sul monte Arona, per deporre nell'eremo la statua di San Primiano

 Sagre

Febbraio
Campobasso Sagra del “ncatenata”, tipico pane con una imbottitura di salsicce e formaggio del posto.
Febbraio-
Marzo
Vinchiaturo - Il martedì grasso con il "Lancio del Cacio"; al gioco partecipano due squadre, e consiste nel lancio di una forma di cacio su una strada in salita e deve essere lanciata senza che torni indietro.
Marzo
Montorio nei Frentai - Pranzo delle tredici specialità.
Termoli - "Vetare" o Tavole di S. Giuseppe; manifestazione gastronomica in cui si servono tredici portate differenti.
Aprile
San Martino in Pensilis - "La Carrese per San Leo".
Maggio
Fossalto - "La Pagliara maje maje" (il 1º del mese); un uomo viene ricoperto con un cono di canne, fiori e primizie e gira per il paese attorniato da uno zampognaro e da ragazze in costume inneggianti all'arrivo di maggio ("MMaje! Maje!").
Pietracatella - Festa della Madonna della ricotta, patrona degli allevatori.
San Biase - Sagra dello "Scattone" e degustazione di prodotti tradizionali locali.
Giugno
Campobasso Durante la festa del Corpus Domini si svolge la Sagra dei Misteri, con quadri viventi su macchine settecentesche.
Luglio
Colle d'Anchise - Sagra dell'uva.
Jelsi - Il 26 del mese per la Sagra del grano; trainate da buoi sfilano le traglie (carri per il grano, dove al posto delle ruote hanno delle slitte). Il grano, su ogni carro, è lavorato artisticamente e hanno per soggetto Sant'Anna e altre figure.
Agosto
Campomarino - Sagra del vino.
Montorio nei Frentani - Sagra delle pannocchie tolle.
Morrone del Sannio - Sagra dell'agnello.
Termoli - “Pentolata” e Sagra del pesce con zuppa di triglia.
Settembre
Campo Marino - Sagra dell'uva.
Montelongo - Sagra del prosciutto.
Riccia - Celebrazione della vendemmia che risale agli antichi culti di Bacco.

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