Il Patrono

Egidio (Gilles) è
vissuto in Francia a cavallo tra il VI e il VII secolo. Viene
identificato con l'abate Egidio inviato da s. Cesario di Arles
presso papa Simmaco. La sua tomba è stata ritrovata in un'antica
abbazia presso Nimes in Provenza (Francia) da dove a tratto
origine il suo culto. Il sepolcro, probabilmente costruito al
tempo dei Merovingi, reca un'iscrizione databile al X secolo. In
quel secolo è stata composta la "Vita del santo" dove si mescolano
cronologia e degli elementi leggendari. San Egidio è uno dei santi
Ausiliatori ed era invocato, particolarmente in Francia, Belgio e
Olanda, contro il delirio della febbre, la follia e la paura.
Secondo altre fonti, san Egidio viene identificato con un'eremita
vissuto in Provenza, sotto la protezione del re dei Goti Wamba.
Nel 680 fondò un monastero presso le foci del Rodano, nella
località poi chiamata St. Gilles, del quale divenne abate. Tra le
narrazioni che più hanno contribuito alla popolarità del santo vi
è quella della cerva inviata da Dio per recare il latte al pio
eremita, che viveva da anni in un bosco, lontano dal consorzio
umano. Un giorno la benèfica cerva incappò in una battuta di
caccia condotta dal re in persona. Il regale cacciatore inseguì la
preda, ma al momento di scoccare la freccia non si accorse che
l'animale spaurito era già ai piedi dell'eremita. Così il colpo
destinato al mansueto quadrupede ferì, seppur di striscio, il pio
anacoreta. Viene invocato contro il delirio della febbre, la paura
e la follia
La leggenda

Secondo un'antica
credenza ora del tutto dimenticata, nella notte che precede
l'Ascensione, passano nel cielo migliaia di streghe. A Ripabottoni
era usanza che quella sera, infilatici sotto le coperte, i piedi
incrociati, le mani strette al petto, si recitasse, a mò di
scongiuro: - Sopr'acqua e sotto vento, sott'a noce di Benevento.
Sotto quel noce, ogni anno, in occasione dell'ascensione, c'è la
riunione plenaria delle streghe. L'ascesa di Gesù al cielo difende
dagli influssi maligni tutte le persone che gli si affidano questa
notte. Secondo un'altra tradizione, in questo giorno, dotato di
una misteriosa sacralità, la vita animale e vegetale rimane
sospesa. Alla mezzanotte un angelo comparirebbe improvvisamente
benedicendo le acque, comunicandovi un'energia ristoratrice per i
malati che vi si immergono. Nel corso della giornata una gallina
deporrebbe un uovo dalle doti straordinarie per un anno intero.
L'uovo dell'Ascensione: scaldato al fuoco trasuda un liquido che
guarisce i neonati colpiti da deformità; raccoglie attorno a sé
tutte le formiche che infestano una pianta. L'uovo conservato a
lungo nell'angolo più buio delle case e dei vecchi casolari
rustici serviva a proteggere contro il maltempo, i naufragi e le
tempeste. Una delle tradizioni scomparse da molti anni è la
seguente: Le donne esponevano sul davanzale delle finestre una
lucerna accesa. La spegnevano con le prime luci dell'alba,
conservando l'olio non bruciato e se ne servivano per guarire le
mammelle delle bestie, malate di mastite. Nel soltistizio d'estate
- la vigilia di mezza estate (23 giugno) o a mezza estate (24
giugno) si svolgevano le feste del fuoco. Questi fuochi erano
chiamati fuochi di San Giovanni Battista. Il solstizio d'estate,
che segna il punto culminante del viaggio del sole, ha sempre
destato nei contadini un'ansia piena d'attesa e di smarrimento. E
vedendo il sole in difficoltà di fronte ai vasti mutamenti ciclici
della natura credono di poterlo aiutare nella sua apparente
discesa accendendo fuochi . I caratteri importanti della
celebrazione di mezza estate sono i falò, le processioni per i
campi con le torce accese e l'uso di far rotolare, da un colle,
un'enorme ruota di rovi e paglia accesi. E mentre ruota le donne
cantano piene di gioia; dalla valle rispondono gli uomini. Molti
bruciano nel fuoco ossa per produrre un fumo nauseabondo.
Tra urla e fischi il bestiame viene cacciato attraverso il fuoco,
per guarire le bestie malate e tenere lontane da ogni male durante
l'anno, quelle sane. Chi salta il fuoco è sicuro di non dover
soffrire il mal di reni per tutto l'anno. Lasciato il falò,
ridotto a brace, gli uomini e le donne passano alla ricerca delle
lumache. Gli uomini le cercano lungo i cunettoni, nei prati, nelle
cardaie, 'mmónt' pi'mmèrz' (su per le salite) e sotto le frasche
degli sterpai, facendosi luce con le lanterne. Le donne tengono
loro compagnia, suonando campanacci, casseruole, trombette,
fischietti… per allontanare le streghe che passano per quelle
parti, dirette a Benevento. L'indomani, San Giovanni Battista,
mangiando le lumache, diranno: Per ogni cornetto mangiato, un
malanno scongiurato. E ancora: E' chammèrik (Le lumache) di San
Giovanni portano fortuna, liberano dagli influssi maligni e
tengono lontano le corna dalla casa mia. La mattina di San
Giovanni (24 Giugno) , le persone passano nei pressi del fuoco
spento. Marciano tre volte intorno al mucchio di cenere. Si
avvicinano, si inginocchiano, prendono un po' di cenere e con essa
si stropicciano i capelli e il corpo. Per ultime arrivano le
"monache di casa". Raccolgono un po' di cenere in una sacca, a suo
tempo inzuppata nel mortaio dell'acquasanta, in chiesa. Se ne
serviranno per confezionare gli - abbètièll'- che scongiureranno
il malocchio e le fatture per chi li porterà al collo o nel
portafoglio. Le ragazze all'alba si precipiteranno alla finestra
per leggere nell'acqua del catino il loro domani. Se comparirà, in
trasparenza, l'immagine di San Giovanni si sposeranno e avranno
prole. Così pure se passerà, per primo, un uomo scapolo sotto la
finestra. Non basta passare. E' necessario che si chini a
raccogliere qualcosa da terra.
Usi e Costumi

In Molise si conservano ancora usi e costumi antichi, e anche la
modernità e gli agi sono arrivati in punta di piedi, senza
distruggere la rusticità locale. In certi dettagli culturali
risultano evidenti gli influssi dell’Europa orientale, con cui i
commerci hanno radici antiche, così come radicato fu l’influenza
dei Romani, infatti nelle province di Campobasso e di Isernia si
usano ancora gli zampitti, calzari di cuoio annodati con
striscioline di pelle, di origine romana. Dei bellissimi costumi
regionali restano tracce in alcuni paesi, specie nella valle del
Biferno, dove vengono indossati in occasione di alcune festività.
Caratteristica degli abiti sono la pieghettatura, la ricchezza dei
ricami e le maniche staccabili, che ai primi caldi vengono
abbandonate. Se i costumi femminili variano da paese a paese, gli
abiti maschili, indossati ora soltanto nelle grandi feste, hanno
una foggia comune: giacca corta con colletto di velluto, pantaloni
fino al ginocchio, fermati da due bottoni, cappello nero con
sottogola. Forte, nel molisano, il sentimento religioso cattolico,
che si manifesta in processioni (celebri quelle di Venafro, di
Capracotta, di Larino), in sacre rappresentazioni e in
pellegrinaggi. Tra tutte le feste va segnalata quella del Corpus
Domini di Campobasso in cui Misteri o Miracoli sono rappresentati
ormai da due secoli con eguale passione. Danze (specie la
tarantella) e canti costituiscono una bella tradizione di tutto il
Molise, specie della valle dell’alto Volturno. Le feste agricole e
profane (assai noto il carnevale di Scapoli) sono celebrate anche
dalla poesia popolare e vivificate da racconti leggendari. Sempre
di gran pregio l’artigianato, specie nella regione di Campobasso,
dove prospera l’industria dell’acciaio traforato. Diffuso è il
pizzo lavorato al tombolo e ancora in uso sono la tessitura a
mano, la produzione di ceramica, di terracotta, di stoviglie, di
coltelli, di forbici (specie a Frosolone), tutto generalmente
venduto nelle piccole fiere e mercatini locali
Parchi e Riserve
Molise:

-
Riserva Naturale
Collemeluccio
-
Oasi WWF
Guardiaregia
-
Riserva Naturale
Montedimezzo
-
Area Protetta Oasi
di Bosco Casale
-
Riserva Naturale
Pesche
-
Oasi WWF Le Mortine
Musei

Museo
Internazionale del Presepio in Miniatura "G. Colitti"
Campobasso - Villa Colitti, p.zza Vittoria, 4
Tel. 0874/413672 (Privato)
Nuovo
Museo Provinciale Sannitico
Campobasso - Palazzo Mazzarotta, via Chiarizia, 12
Tel. 0874/412265 (Museo) 4271 (Soprintendenza)
Feste

Il diavolo a Tufara
La settimana di carnevale, a
Tufara (Campobasso), i protagonisti sono i diavoli che, trattenuti
dai frati e preceduti dalla Morte, o meglio da due Morti,
attraversano tutto il paese in una processione. Arrivati nella
piazza, un giuria mette sotto processo il carnevale, il quale
viene condannato a morte. Un fantoccio viene quindi gettato giù
per la rupe su cui sorge il paese.
La sagra della zampogna
L'ultima domenica di luglio,
tutte le botteghe artigianali di Scapoli (Isernia), che da duemila
anni fabbricano flauti, zampogne e tamburelli con lo stesso
metodo, organizzano una spettacolare mostra dei loro manufatti,
dando la possibilità a chi lo voglia di acquistare gli strumenti,
di imparare ad utilizzarli e di visitare le numerose antichissime
botteghe.
Festa patronale di Vastogirardi
In questo paese, in
provincia di Isernia, dal 1911, l'1,2 e 3 luglio si ricorda
l'Annunciazione della Madonna da parte dell'Arcangelo Gabriele. In
questo frangente, una bambina, agganciata ad un cavo metallico,
viene sospesa a otto metri da terra e compie un balzo di 50 metri.
Questa messa in scena simboleggia il volo degli angeli.
Festa di San Pardo e i "pali"
A Larino, in provincia di
Campobasso, alla vigilia della festa di San Paolo, una fiaccolata
apre la sfilata dei carri, su cui sono poste immagini religiose,
seguite dai cosidetti "pali", ossia cortei di bambini che agitano
i festoni su cui sono rappresentati i diversi momenti del martirio
dei santi Primiano, Firmiano e
Casto.
Festa Patronale
( Inviata da Giusy)
Veduta della chiesetta dal
sentiero e c'è tuttora... un luogo incantato sul Matese: una conca
verdeggiante ed intatta che, attraverso i suoi profondi solchi,
scavati e modellati da acque millenarie, sembra voler protendere
lunghe braccia verso una fitta di sentieri che s'inerpicano dalla
vallata, quasi a voler accogliere, con un affettuoso abbraccio,
chi vi acceda da quella direzione. Una piccola chiesetta con,
attiguo, un modesto rifugio, una fonte perenne d'acqua limpida e
fresca, qualche ricovero di pastori costruito alla buona con
pietre, zolle e terriccio del posto e qualche stazzo, sistemato
qua e là, testimoniavano una presenza umana semplice, laboriosa e,
nello stesso tempo, scrupolosa custode e fervida amante di quei
luoghi. Il pastore che stazionava in quei posti per buona parte
dell'anno, il cacciatore che vi passava in cerca di coturnici,
l'occasionale comitiva di gitanti che, partiti prima dell'alba dal
piano, vi giungevano insieme ai primi raggi del sole, non
potevano, prima ancora di dissetarsi alla fresca fonte, non
rivolgere uno sguardo colmo di affetto alla chiesetta ed alla gaia
campanella, sospesa nella sua caratteristica nicchia. Nella
chiesetta, ai lati di un piccolo altare, una statua di S. Egidio
abate ed una statuetta di S. Michele Arcangelo, ambedue oggetto di
grandissima devozione.La tradizione del luogo, la cui origine si
perde nel tempo, faceva coincidere la commemorazione di S. Egidio
del I settembre con una splendida occasione di festa popolare. La
vigilia era tutta un'ansiosa attesa per i ragazzi, per la gente di
Bojano, delle vicine borgate ed anche dei paesi limitrofi; i
preparativi, i programmi e la scelta dell'itinerario mettevano
addosso all'intero paese una meravigliosa, frenetica sensazione di
gioia che si imprimeva indelebilmente nel cuore e che,
puntualmente, si ridestava anno per anno. Alla sera si andava a
letto piuttosto presto, con gli zaini già preparati, ricolmi di
ogni ben di Dio e con le borracce già piene e riposte al fresco.
Ai ragazzi il sonno tardava a venire: la preoccupazione di non
svegliarsi in tempo o il timore che qualche imprevedibile
contrattempo potesse ritardare in qualche modo l'ora della
partenza, che era stata già fissata scrupolosamente con i parenti
o con gli amici della comitiva, non consentiva un sonno tranquillo
ma, al massimo, un agitato ed interminabile dormiveglia che si
concludeva alle prime ore del giorno.
Eremo di S. Egidio: particolare
Alle tre del mattino buona parte del paese era già desto; le
finestre delle case si illuminavano e dietro ai vetri si
scorgevano facce ansiose di ragazzi rivolte all'insù a scrutare le
stelle ed il cielo, che si sperava sereno. Nella strade le prime
voci festose ed i primi richiami; nelle case un frettoloso,
crescente via vai. I carichi ed i pesi venivano equamente
ripartiti fra tutti i componenti della comitiva, tenendo conto
delle possibilità e delle caratteristiche fisiche di ciascuno di
essi, ma in ogni famiglia le immancabili proteste del suo
esponente più piccolo e mingherlino che, insoddisfatto del
"giusto" carico che gli veniva assegnato, pretendeva a tutti i
costi, sostenuto da una frenesia prorompente e da un'incontenibile
vitalità, "l'affidamento" di uno zaino più pesante! "...ce la
faccio, ce la faccio" insisteva con convinzione!Alle quattro del
mattino la via di S. Giovanni, quella di Pincere e Mucciarone,
quella più comoda e pianeggiante di Civita Superiore già
brulicavano di gente.
All'inizio il ritmo di marcia era serrato, ma ben presto la dura
salita intorpidiva le gambe e si era costretti a rallentare; i
ragazzi, con il viso arrossato e sudato e col respiro affannoso si
sedevano qua e là.
Il capofila si fermava a riprendere fiato in atteggiamento
patriarcale e con lo sguardo pateticamente rivolto all'indietro,
verso i ritardatari che procedevano più lentamente ed a fatica.
L'occasione era buona per un frugale spuntino: un assaggino, un
dolcetto per i più piccoli, un sorso di caffè o di vino per i più
grandi. Intanto il gruppo che seguiva, approfittando della sosta
del primo, effettuava il sorpasso: uno scambio cordiale di saluti,
un invito sincero ad assaggiare, a bere qualcosa era il rituale
d'obbligo che si svolgeva su ogni itinerario ed in ogni analoga
circostanza. S. Egidio era la festa popolare dell'amicizia, della
solidarietà e della cortesia; l'allegria, l'aria di montagna,
tutto concorreva a rendere, senza ipocrisia, gli animi più buoni,
più aperti, più disponibili verso gli altri.Qualche altra sosta,
qualche altro incontro e si arrivava con gran sollievo al "Lontri",
il punto nevralgico, immediatamente a valle di S. Egidio, dove
confluivano quasi tutti i sentieri. Qui il rituale prima descritto
assumeva proporzioni maggiori, anche per la presenza sul posto di
una meravigliosa fonte di acqua fresca, che predisponeva ad una
sosta più lunga. Appena dissetati, i ragazzi correvano a cercare
il masso di pietra sul quale, come voleva la tradizione popolare,
il "Diavolo" aveva lasciato l'impronta della propria... mano...
Dopo aver lungamente dissertato e deciso, finalmente, sulla
identità della roccia e dopo aver fatto varie considerazioni sulla
posizione e le dimensioni della "mano", ricaricati di nuove
energie, iniziavano una corsa allo spasimo per superare l'ultimo
balzo, per raggiungere presto la meta e conquistarsi un posto in
prima fila sul ciglio del piazzale erboso, antistante la
chiesetta, e da qui controllare, con scrupoloso rigore, l'ordine e
l'ora di arrivo di amici e coetanei.
Il suono gentile della campanella, il grintoso vociare dei
giocatori di "Morra", le prime luci dell'alba ed un intenso ed
aspro odore di montagna erano, fra le tante, le sensazioni fisiche
più intense che ciascuno provava e che registrava indelebilmente
dentro di sé per poi riassaporarle ogni tanto con grande
nostalgia.
L'eremo di S. Egidio e la sorgente
Entro una mezz'oretta il gruppo si ricostituiva al completo ed
anche l'esponente più lento ed affaticato finalmente raggiungeva
la meta sospirata. La gioia ed il sorriso cancellavano presto dal
suo viso ogni traccia di stanchezza. La visita alla chiesa ed al
Santo era il primo atto; subito dopo occorreva sistemarsi e la
scelta del posto non era certamente un'operazione difficile. Tutto
era meravigliosamente intatto all'intorno; il tappeto erboso,
amorevolmente calpestato l'anno precedente, aveva avuto un intero
anno per ricostituire la sua bella veste vellutata. Ci si poteva
sistemare ovunque, senza problemi di sorta, ma si sostava
provvisoriamente nelle immediate vicinanze della chiesa, in modo
da essere coinvolti più direttamente nel pieno della festa, per
salutare gli amici ed ascoltare, a turno, una delle tante messe
che si celebravano a ritmo continuo nella giornata.Appena
possibile i ragazzi correvano in avanscoperta a cercare il sito
più bello e più idoneo per accamparsi.
Esibivano, per l'occasione, i loro coltellini nuovi, ben custoditi
in foderi appariscenti ed invano tentavano con essi di tagliare
qualche ramo fronzuto per allestire un fragile capanno sotto cui
riporsi al fresco; la coriacea scorza dei faggi, infatti, ne
metteva a dura prova l'efficienza e la qualità delle lame!I
pastori del posto si sentivano i veri protagonisti e gli
anfitrioni della festa; forti di antica esperienza, tramandata da
generazioni, preparavano con grande abilità il formaggio pecorino
e la meravigliosa e finissima ricotta che nel suo tremulo, fumante
e morbido candore veniva delicatamente riposta nelle tradizionali
"fruscelle" e venduta all'istante, al miglior offerente.
Finalmente per loro una giornata di grazia, di facile e proficuo
commercio! Verso mezzogiorno "usciva" la processione con la statua
di S. Egidio in testa, seguita a breve distanza da quella di S.
Michele, ambedue portate a spalla dalle otto persone fortunate che
erano riuscite ad aggiudicarsi l'asta. Altre otto persone di
rincalzo fiancheggiavano le prime lungo tutto l'itinerario,
ansiose e pronte a dare il cambio o ad intervenire in caso di
bisogno. Seguiva a ridosso il clero officiante, una banda musicale
un po' sgangherata ma gradevole e civettuola ed una folla
traboccante di popolo e di fedeli.
I variopinti copricapo delle donne, gli abiti multicolori, il
procedere della gente un po' a sobbalzi, per via del terreno
irregolare e sassoso, creavano un singolare movimento di colori
che mutava di continuo agli occhi dello spettatore che osservava
estasiato dalle alture circostanti. La processione concludeva il
suo breve giro in circa mezz'ora. Un'ultima sosta davanti alla
Chiesa il Santo veniva sistemato in modo da volgere il suo sguardo
benedicente verso la vallata ed una nutrita serie di salve di
fucile salutavano festosamente il suo rientro.Soddisfatto lo
spirito e lo scrupolo religioso, subentrava in ognuno un certo
languorino, che l'aria fina del posto faceva crescere rapidamente
a dismisura!
Ci si sistemava, quindi, nel posto prescelto dai ragazzi, si
stendevano delle coperte ed una tovaglia e su di essa tutte le
"pietanze" portate al seguito. Il "pollastrello", sicuramente
ruspante in quei tempi, costituiva per ciascuno il piatto forte
della giornata.
Ma sulla tavola c'era di tutto: lasagne, frittate, parmigiane,
peperoni ripieni, salsicce conservate sotto sugna, caciocavalli,
scamorze ed ogni cosa meravigliosamente gustosa e genuina.
Le ultime riserve di vino dell'annata o qualche damigianella
"speciale", prudentemente messa da parte e custodita gelosamente
per l'occasione, costituivano la generosa bevanda, indispensabile
per mandar giù tanta roba! Per gli astemi c'era la cristallina e
fresca acqua del posto; presso la fonte, infatti, un continuo
alternarsi di persone a riempire borracce e bicchieri. Il giovane,
talvolta, non disdegnava di riempire con garbo e gentilezza la
borraccia della signora o della signorina o della persona anziana
in attesa, anzi, se ne faceva uno scrupoloso obbligo, nel rispetto
di una tradizione e di un'educazione ricevuta ed assimilata fin da
bambino.
Nel giro di un'ora gli stomaci erano sufficientemente appagati e
qualche altro colpo di fucile esploso in aria qua e là, dava il
via a numerose iniziative canore.
Eremo di S. Egidio: la sorgente
La giornata trascorsa in piena allegria ed il beneficio effetto
della bevanda generosa creavano le premesse più favorevoli per
avviare ed infoltire i cori. "L'acqua di S. Egidio", "La
Margherita", "Sona pe la muntagna na campanella", "Albere belle"
erano i canti tradizionali e popolari che, accompagnati da
organetti, fisarmoniche e chitarre, echeggiavano all'intorno.
Qualcuno andava in giro a ... sincerarsi che tutto procedeva bene
in ciascun gruppo o comitiva e non poteva fare a meno di accettare
ed assaggiare qualcosina e, perché no, di bere un altro "mucchetielle"
di vino per valutarne, più che altro, la qualità e la freschezza
ed esprimere un giudizio di merito... da intenditore! Le "tavole",
apparecchiate alla buona, venivano piano piano dismesse ed i resti
commestibili e biodegradabili del banchetto accantonati con garbo
presso un sasso. Non c'erano bottiglie e buste di plastica,
lattine di alluminio o altri contenitori "usa e getta"; tutti i
recipienti usati costituivano "corredo" di casa e, come tali,
gelosamente recuperati, portati indietro e custoditi per l'anno
successivo! La festa si sarebbe protratta durante la notte e nei
giorni successivi per i cani da pastore e per tutta la fauna
locale che, divorando con grande avidità quella "manna" caduta
inaspettatamente dal cielo, ristabilivano un totale e perfetto
equilibrio ecologico. Alla sera il rientro era, per la verità, un
po' più disordinato e scomposto rispetto all'andata; ma quando,
finalmente, si riusciva ad imboccare il portone di casa, un senso
di profonda soddisfazione e di intima gioia per una giornata così
bella e così intensamente vissuta, creavano la migliore premessa
per un profondo sonno ristoratore.
Festa Patronale
( Inviata da Marina)
La festa di San Pardo
rappresenta il trionfo dei carri, in ricordo dell'appropriazione
del corpo di San Pardo, sepolto a Lucera, da parte dei larinesi,
avvenuto il 26 maggio dell'842. La festività si protrae per tre
giorni, dal 25 al 27 maggio. Il primo giorno è dedicato a San
Primiano, la cui statua viene prelevata dal monte Arona e condotta
in paese con una emozionante fiaccolata. Il 26 sfilano i carri,
addobbati con fiori , anche di carta, e trainati da buoi. Davanti
i più antichi, quelli a "capanna", quindi i "trionfali". In tutto
un'ottantina. Chiude il corteo il carro con le reliquie di San
Pardo. La festività è chiusa il 27 con il corteo di ritorno sul
monte Arona, per deporre nell'eremo la statua di San Primiano
Sagre

Febbraio
Campobasso –
Sagra del “ncatenata”, tipico pane con una imbottitura di salsicce
e formaggio del posto.
Febbraio-Marzo
Vinchiaturo
- Il martedì grasso con il "Lancio
del Cacio"; al gioco partecipano due squadre, e consiste nel
lancio di una forma di cacio su una strada in salita e deve essere
lanciata senza che torni indietro.
Marzo
Montorio nei Frentai
- Pranzo delle tredici specialità.
Termoli - "Vetare"
o Tavole di S. Giuseppe; manifestazione gastronomica in cui si
servono tredici portate differenti.
Aprile
San Martino in Pensilis -
"La Carrese per San Leo".
Maggio
Fossalto -
"La Pagliara maje maje" (il 1º del mese); un
uomo viene ricoperto con un cono di canne, fiori e primizie e gira
per il paese attorniato da uno zampognaro e da ragazze in costume
inneggianti all'arrivo di maggio ("MMaje! Maje!").
Pietracatella -
Festa della Madonna della ricotta, patrona degli allevatori.
San Biase -
Sagra dello "Scattone" e degustazione di prodotti tradizionali
locali.
Giugno
Campobasso –
Durante la festa del Corpus Domini si svolge
la Sagra dei Misteri, con quadri viventi su macchine
settecentesche.
Luglio
Colle d'Anchise -
Sagra dell'uva.
Jelsi - Il 26
del mese per la Sagra del grano; trainate da buoi sfilano le
traglie (carri per il grano, dove al posto delle ruote hanno delle
slitte). Il grano, su ogni carro, è lavorato artisticamente e
hanno per soggetto Sant'Anna e altre figure.
Agosto
Campomarino -
Sagra del vino.
Montorio nei Frentani -
Sagra delle pannocchie tolle.
Morrone del Sannio -
Sagra dell'agnello.
Termoli -
“Pentolata” e Sagra del pesce con zuppa di triglia.
Settembre
Campo Marino -
Sagra dell'uva.
Montelongo -
Sagra del prosciutto.
Riccia -
Celebrazione della vendemmia che risale agli antichi culti di
Bacco.

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