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Il bambino ha diritto ad
un'istruzione che deve essere gratuita ed obbligatoria e che deve
contribuire alla sua formazione generale e consentirgli
eguaglianza di possibilità di sviluppare le sue doti, il suo
spirito critico, la consapevolezza delle responsabilità morali e
sociali e di diventare membro utile della società. L'interesse
superiore del bambino deve essere la guida di coloro che hanno la
responsabilità della sua istruzione e del suo orientamento; questa
responsabilità ricade in primo luogo sui genitori. Il bambino deve
avere ogni possibilità di dedicarsi ai giochi ed attività
ricreative orientate verso i fini che l'istruzione gli propone, la
società e le autorità devono impegnarsi ad agevolare il godimento
di questo diritto.
Le acrobazie di Martina
Questa é la storia di Martina, una bambina dagli occhi verdi, che
vive e lavora in un circo. Tutte le sere Martina si veste con
abiti coloratissimi, si trucca il viso e scende in pista: la
bicicletta con una sola ruota, la fune sospesa nel vuoto, scenette
comiche, giochi di prestigio. Il pubblico si mostra sempre
generoso con lei e la premia con applausi calorosi; lei risponde
con una graziosa riverenza. Ma é sempre triste. Un giorno, e qui
inizia la storia, la carovana del circo si fermò su un prato fuori
città. Domatori, clowns, trapezisti, erano in attesa di montare il
grande tendone colorato. Poco più in là, alcuni bambini del posto
giocavano allegri, e Martina, seduta su un gradino del carro, li
osservava seria. Martina, in mezzo a tanti adulti, era l'unica
bambina che viveva nel circo.

Quel
giorno le si avvicinò Baluba, il vecchio pagliaccio, il vecchio
amico di Martina. " Come stai mia piccola principessa?" " Ciao
Baluba rispose mormorando Martina. " Perché non vai con loro?"
chiese il pagliaccio indicando il gruppo di bambini che giocavano.
" No non mi interessa" " Sei sempre sola...non giochi mai...il
vecchio Baluba soffre per questo e vorrebbe che tu ti divertissi!"
Martina sgranò gli occhi verdi: " Io non posso giocare e
divertirmi! Per me il gioco é un mestiere ed io non riesco a farlo
fuori dal circo!". Il vecchio clown si fece scuro in viso. "
Piccola mia" le disse affettuosamente "credo di capire cosa vuoi
dirmi. Ma non temere, perché il tuo amico Baluba può forse
aiutarti..." " E come?" chiese sorpresa Martina. Il clown tirò
fuori dalla blusa un paio di lunghi calzettoni rossi. Li teneva in
mano con delicatezza, come se fossero intessuti con fili d'oro. "
Questi" disse con voce solenne " sono i calzettoni rossi di Mastro
Allegria, fatti con la lana della Gioia al telaio del
Divertimento".

"
Hanno un grande potere, chi li infila, abbandona in un lampo il
mondo della realtà per farvi ritorno solo dopo quattro giorni;
visiterà quattro fantastici mondi ed affronterà quattro prove. Se
le supererà tutte assaggerà la Bibita della Soddisfazione! Ma se
non supererà le prove...." " Se non supera le prove..?" fece eco
Martina, trattenendo il fiato. " Non potrà mai conoscere il
piacere di giocare lavorando e di imparare giocando!" concluse il
vecchio pagliaccio, scuotendo la testa. " Baluba" disse seria
Martina infilandosi i calzettoni rossi " sono pronta". " Allora"
le disse l'amico " ripeti con me: Quattro e Quattro e Quattro
ancora ma dipende sol da te, bimba nasci e nasci ora per giocare
anche con me". Martina non fece in tempo a ripetere quelle parole,
che si accorse di volare e, per la paura, chiuse gli occhi. Quando
toccò di nuovo la terra, li riaprì e si guardò attorno sbalordita.
Era in un posto bellissimo, in una magnifica valle di erba gialla
e soffice, spezzata qua e là da schegge lucide di mare grigio,
dove sguazzavano contente centinaia di foche. Un po' intimorita,
Martina si accostò alla riva di uno di quegli specchi d'acqua.
Guardò e riguardò e stette ancora a guardare; vedeva spruzzi e
schiuma, sentiva il rumore di applausi sgocciolanti, intravedeva
musi sorridenti e movimenti di ogni tipo...ma non capiva cosa
stava capitando.

Fattasi coraggio, chiese: " Cosa fate voi?" " Fate? Quali fate?
Noi siamo foche" le risposero dall'acqua. " Ti piacciono le nostre
invenzioni?" " quali invenzioni?" " Noi reinventiamo oggetti che
esistono già...Li trasformiamo, cercando di renderli perfettamente
inutili. Proviamo e riproviamo disegnando nell'acqua con la coda...che
ne so... telefoni senza fili, ricchi signori al verde, occhi che
non piangono, libri senza pagine... E le cose che reinventiamo,
quelle che non servono proprio a niente se non a farsi guardare,
quelle cose le costruiamo con la sabbia in fondo al mare... Vieni
a vedere con me!". Martina si tuffò nell'acqua e seguì la foca
fino in fondo al mare, dove c'era il meraviglioso Museo degli
oggetti inutili. " Sono belli anche se non servono a niente" disse
Martina ed aggiunse: " Anzi sono belli proprio perché non servono
a niente ed è dolce starli a guardare...". Sarebbe rimasta ancora
a lungo, ma d'improvviso i calzettoni rossi si illuminarono e per
magia il libro riapparve. Martina lo aprì e lesse: " Brava, sei
riuscita a trovare occhi per vedere la bellezza delle cose
inutili! Ora ti aspetta la seconda prova: andrai nel regno del
sottosuolo, dove ci si diverte facendo il lavoro degli altri.
Buona fortuna!"

E
Martina di nuovo volava. Si ritrovò in un fitto labirinto di
cunicoli e gallerie sotterranee dove incontrò uno gnomo che disse:
" Oh bella! Ma tu sei Martina del circo, di mestiere acrobata!".
Martina stupita, stava per rispondere quando lo gnomo riprese:"
Ovvio che ti conosco: qui conosciamo tutti i mestieri del mondo e
tutte le persone che fanno bene il loro mestiere. E noi
infatti..." Ma non terminò la frase ed era già sparito. Arrivarono
invece quattro gnomi astronauti del sottosuolo che, guardando
Martina, dissero: No, no, no stellina, qui non puoi fare
l'acrobata, no, no, no, qui non si fa quel che si faceva al piano
di sopra; però quel che si fa qui, come quello che si faceva su,
lo si fa bene. Quindi..." E anche i quattro astronauti scomparvero
senza terminare la frase. E tutti i simpatici gnomi che Martina
incontrò, facevano altrettanto; avevano tutti quanti quel brutto
vizio di non finire le frasi e quello ancora peggiore di non
lasciarsi fare nessuna domanda. Così Martina non sapeva dov'era,
cosa doveva fare... Stanchissima si sedette per terra, incrociò
mani e piedi e cominciò quasi a piangere. Sentì però una vocina
che le chiedeva:

"
Ma che lavoro stai facendo piccola Martina?". Davanti a lei c'era
uno gnomo vestito da...Martina! Con tanto di costume e
bicicletta,fune e bacchetta da prestigiatore! Pensa e ripensa,
veloce come sul trapezio, Martina rispose: " Io, signor Mestessa,
di mestiere guardo cosa capita intorno a me,faccio domande per
capire bene e trovo sempre come uscire dai guai!". Prese fiato ed
aggiunse: " E siccome mi diverte far bene il mio mestiere, ti
faccio subito questa domanda: " scusi Sisnore dov'é l'uscita?" E
così lo gnomo acrobata-Martina saltò con una piroetta sulla bici
del circo e, gridando a Martina di seguirlo, la guidò da vero
artista fino alle porte del mondo del cielo. Nella luce, su un
grosso cartello c'era una scritta: " Brava, hai capito che pensare
è un mestiere! Puoi affrontare la terza prova. Andrai a New York e
ti trasformerai in un animale per distrarre un uomo troppo serio e
troppo indaffarato." Martina pensò: " Voglio essere una mosca in
un grattacielo di New York!!"

Ed
era già al centesimo piano, minuscola mosca, tra tanti uomini che
si muovevano su e giù. Si infilò in una stanza, dove c'era un
tavolo lunghissimo e, intorno, tanti tipi zitti che guardavano
seri e timorosi un signore grasso, che leggeva e sbraitava strane
parole come: borsa, indici, tassi ed altre. Martina gli saltò sul
naso e gli sussurrò:" Ben detto John!" E al signore salì la mosca
al naso. Si infuriò così tanto che prese a fare gesti arrabbiati
finché cadde a terra, trascinandosi dietro penne, pennini,
computer, cartelle. " Presto tiratemi su!" gridò al soffitto. E
mentre i presenti cercavano di tirare su lui e la sua enorme
pancia, il signore...sorrise! Guardò la mosca e sussurrò: "Bé,
bisognerebbe pesare le parole. E bisogna che io mi pesi più
spesso..." " Ben detto John!" Gli ripeteva Martina-mosca, questa
volta senza prenderlo in giro. Ma Martina non poté finire la frase
perché improvvisamente fu trascinata via da una folata di vento.
Si ritrovò su una nuvola bianca. Non era più una mosca: era di
nuovo Martina, la piccola acrobata del circo; ai piedi indossava
un paio di calzettoni rossi e luminosi. In giro non c'era il libro
magico, questa volta.

C'era invece un quaderno bianco. Sulla prima pagina c'era scritto:
Quaderno di: Martina Acrobata- Pianeta Terra- Classe di Bambini.
Sulla seconda pagina in alto, c'era scritto: Prima ed ultima
frase. E sotto...non c'era scritto niente altro! " E adesso che
faccio?" si chiese Martina. " Su una nuvola...con un quaderno,
Prima e ultima frase?" Finché le venne il sospetto che toccasse a
lei scrivere la morale della fiaba della quale era ancora
protagonista. Insieme al sospetto, le venne in mano una penna. Sì,
era un segno che doveva scrivere la morale. Si ricordò che Baluba
le aveva parlato di " soddisfazione da bere". E così scrisse a
chiare lettere, come se fosse una pubblicità: " Per crescere
bisogna bere la bibita della soddisfazione!"

Ed
apparvero una bottiglia ed un bicchiere. Adesso sul quaderno c'era
scritto: " Bravissima! Hai superato tutte le prove!! E ora bevi:
hai fatto tanta strada! E buon ultimo viaggio!". Si risvegliò
davanti alla carovana del circo: erano passati ben quattro giorni
nel tempo della realtà. Il tendone era montato, gli spettacoli già
iniziati. Martina si sfilò rapidamente i calzettoni rossi: "
Baluba!" gridò a gran voce.

Aveva
una gran voglia di confidargli tutta la sua felicità, e di
convincerlo ad indossare anche lui i calzettoni magici, e con lui
che lo facessero tutti i pagliacci del circo, perché sparisca per
sempre la tristezza che c'é in fondo ai loro occhi.
Viva la Scuola!
Giorgia abitava in un paese piccolo ma molto bello, circondato da
campi coltivati dove, seminando, arando, raccogliendo lavorava la
maggior parte degli abitanti compresi i suoi genitori. In mezzo
alle case c'era una piazza con una chiesa, la farmacia. la scuola.
In questa scuola il fratellino di Giorgia,Filippo frequentava la
prima elementare. Giorgia era molto curiosa e guardando i quaderni
di Filippo e osservandolo mentre faceva i compiti aveva cominciato
a capire cosa significa leggere e quei segni sul libro e sul
quaderno che potevano diventare storie la affascinavano.

Quando andrò a scuola anch'io? - chiedeva alla mamma. Ma questa
non rispondeva o cambiava discorso: - Non ti piace aiutarmi in
casa? Lavorare col nonno nell'orto? Imparare a cucinare? A cucire?
A Giorgia tutte queste cose piacevano ma non capiva cosa
c'entrassero con la scuola. Il fatto era che la mamma lo sapeva
bene - che in quel paese c'era una vecchia abitudine e cioè che a
scuola andavano solo i maschi. Furono le parole della nonna che le
fecero scoprire questo:
- Niente scuola per te; tu starai a casa come hanno fatto tutte le
donne della famiglia e del paese. - Perché? - chiese la bambina -
Perché? La nonna scosse la testa:- È stato sempre così non c'è un
perché. Giorgia scoppiò in singhiozzi e pianse tutta la
sera. Poi andò dalla sua amica Mirella: - Ma tu lo sai che non
potremo andare a scuola?Mirella alzò le spalle la cosa non le
importava tanto - Potremo giocare di più disse.

Allora Giorgia andò a parlare col fratello:
- Perché noi femmine non possiamo venire a scuola con voi?
Filippo non ci aveva mai pensato e disse la prima cosa che gli
venne in mente: - Forse perché siete più stupide dei maschi.
Per tutta risposta gli arrivò un bel calcione sul didietro. Si
girò per restituirlo ma non la vide più. Forse sua sorella era più
stupida di lui...forse, ma sicuramente era più veloce. Quando
Giorgia compì sei anni non volle nemmeno la festa.- Cosa mi serve
avere sei anni se non posso andare a scuola?E più passava il tempo
e più si disperava. Adesso oltre a guardare i libri di Filippo,
quando poteva si recava alla scuola, si metteva sotto la finestra
di un' aula da dove poteva sentire quello che succedeva dentro.

Sentiva le spiegazioni del maestro, qualche rimprovero, qualche
risata, sentiva i bambini che leggevano le storie, che
cantavano... sentiva il silenzio che c'era durante le prove di
verifica e sognava, sognava a occhi aperti di poterci stare anche
lei. Un giorno convinse la sua amichetta Mirella ad andare con
lei, poi un' altra si unì a loro; dopo una settimana erano in
cinque, tutte appollaiate sotto la finestra. Il bidello le vide,
anzi le sentì, uscì con la scopa in mano e, pensando volessero
disturbare le cacciò in malo modo:- Questo non è posto per voi.
andate via altrimenti chiamerò i vostri genitori. Le bambine
scapparono ma il giorno seguente erano di nuovo lì cercando di far
meno rumore. Anche il maestro le aveva viste e aveva immaginato
che stessero giocando, poi tenendole d'occhio di giorno in giorno
capì: quelle bambine volevano venire a scuola.

Ci
pensò su e decise che avevano proprio ragione e che sarebbe stato
dalla loro parte. Ma come fare a convincere i genitori? E il
direttore? Durante l'intervallo si avvicinò a loro e parlarono
sottovoce dandosi appuntamento al giorno dopo per decidere un
piano strategico. Le bambine erano elettrizzate, a casa non
riuscivano a star ferme ma seppero mantenere il segreto. Ogni
giorno, dopo la chiusura della scuola si ritrovavano tutte col
maestro che riapriva per loro un'aula e lì, senza che nessuno lo
immaginasse, impararono a leggere. Si avvicinava il giorno della
festa del paese, quando, secondo la tradizione, ci si riuniva
tutti in piazza per mangiare, bere e divertirsi. In particolare
davano spettacolo i vecchi e i bambini: i primi facevano i loro
cori e al suono delle fisarmoniche ballavano come ai loro tempi, i
bambini recitavano quello che avevano imparato a scuola
partecipavano a una caccia al tesoro, a strane gare di tiro alla
fune, corse dentro i sacchi e altri giochi divertenti. Quell'anno
però ci fu una grossa novità. Quando tutti erano riuniti ed erano
allegri per aver mangiato e bevuto, il maestro si fece largo fra
la gente, salì sul palco dell'orchestrina e gridò: - Un po' di
silenzio, per favore, ci sono qui delle bambine che vi devono dire
qualcosa.

Tutti tacquero un po' meravigliati. Giorgia e le sue amiche
salirono sul palco rosse per l'emozione; avevano in mano un foglio
arrotolato che aprirono come fosse un documento importante.
Cominciarono a leggere e ognuna diceva una frase: - Anche noi
bambine vogliamo andare a scuola vogliamo imparare a leggere e
scrivere. Anche noi vogliamo saper fare i conti. - Da grande
voglio leggere il giornale come il mio papà.- Da grande voglio
fare la maestra.- Voglio inventare tante storie e scrivere un
libro. - Voglio leggere la storia del nostro paese.Già dalla prima
frase tutti guardavano strabiliati. perché nessuno pensava che
sapessero leggere. Poi qualcuno cominciò a gridare: - Basta,
questo non è uno scherzo. - Non mettiamo in mente queste
stramberie! - Le bambine stanno bene a casa! È stato sempre così!

Quando il maestro vide che le cose si stavano mettendo male e che
le bambine avevano già le lacrime agli occhi gridò: - Ma possibile
che non ci sia nessuno che dà ragione a queste bambine? Nessuno
che pensa che le cose possono anche cambiare? Guardatevi: non
siete vestiti come si usava trenta anni fa! Salta su la nonna di
Giorgia: È vero - disse - hanno proprio ragione. Ma lo
sapete che io non ho mai potuto rispondere alle lettere di mio
figlio che è emigrato in Australia? Quante cose avrei voluto
dirgli! - E io? - disse un' altra vecchina - Quando mio marito mi
scriveva dalla guerra dovevo andare dal parroco a farmi
leggere le lettere. Fanno proprio bene devono andare a scuola. - È
giusto bisogna cambiare: queste bambine sono state più brave di
noi - dicevano le mamme. Adesso nessuno protestava più, anzi tutti
si meravigliavano di non
averci pensato prima.

Il
direttore salito anche lui sul palco abbracciò le bambine poi
disse: - Ci vorranno altri banchi ma ci daremo subito da fare e al
più presto vi daremo il benvenuto nella nostra scuola. Seguì
un applauso e tutti erano contenti. Ma sapete chi era il più
felice? Proprio Filippo che andava in giro a dire ai suoi amici: -
Però che forza mia sorella!

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