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Siamo due sorelle, di nome Faiza e Mewhi; i
nostri genitori sono emigrati dal Pakistan diciassette anni fa.
Nel 1981, infatti, nostro padre, che lavorava su una petroliera è
sbarcato in Italia, pronto per partire per la Grecia. Mentre si
trovava alla stazione Termini per prendere il treno diretto a
Livorno, è stato derubato di tutto ciò che possedeva.
All'improvviso si è trovato solo, in una città straniera, senza
soldi e senza documenti. Per fortuna non si è perso d'animo ed è
riuscito a raggiungere suo fratello che abita a Orvieto. Ha
vissuto con lui e la sua famiglia, tutti residenti in Italia dal
1979, per qualche mese. Dopo poche ricerche, ha trovato un impiego
presso una ricca famiglia. Si è trasferito in un appartamento del
loro palazzo e ha cominciato a guadagnare i primi stipendi. Appena
ha avuto abbastanza soldi, è tornato in Pakistan a prendere nostra
madre. Dopo aver salutato tutti gli amici e i parenti, sono
arrivati in Italia pronti ad affrontare insieme una nuova vita.
Nostro padre lavorava e nostra madre aspettava il suo ritorno
passeggiando per le vie di Roma, andando al cinema e seguendo un
corso di italiano.

Nel 1984 sono nata io, Faiza, la sorella
maggiore, e mia madre ha cominciato ad avere molto da fare; e
sempre di più ne ha avuto con la nascita di Mewhi, nel 1985 e poi
di Humer, il più piccolo, nato nel 1992. Nel frattempo ci siamo
trasferiti prima a Sacrofano e poi qui, dove viviamo tuttora, nel
quartiere Prati. Nostro padre ha cambiato lavoro varie volte: ha
fatto il capo cantiere, poi ha preso in gestione un
negozio di alimentari e adesso lavora in un' agenzia di viaggi.
Noi lo abbiamo sempre visto la sera, al ritorno del lavoro; aveva
poco tempo da dedicare a noi figli. Grazie al suo impegno, però,
siamo riusciti ad avere tutto ciò di cui avevamo bisogno e spesso
cose superflue. In generale la nostra è una famiglia unita e per
fortuna siamo riusciti ad inserirci in questo paese senza tante
difficoltà. Non abbiamo mai incontrato atteggiamenti di rifiuto e
di discriminazione nei nostri confronti, a parte qualche raro
episodio in cui dei compagni di scuola si sono divertiti a
prenderci in giro a causa del colore della nostra pelle. Quello
che alcuni italiani pensano degli stranieri lo sappiamo bene:
siamo tutti persone disoneste, che rubano lavoro agli italiani o
che commettono reati se non hanno voglia di lavorare. Ma sappiamo
anche che non è così: c'è chi emigra in buona fede, pronto a
lavorare e a guadagnarsi da vivere onestamente. Conosciamo molti
pakistani che come noi vivono in Italia e con i quali ci
incontriamo spesso: fra di loro c'è chi fa il commerciante, chi il
portiere, chi l'impiegato e così via. Anche se i nostri genitori
si sono trovati bene in Italia, hanno mantenuto contatti con il
Pakistan, abbiamo fatto vari viaggi insieme durante i quali
abbiamo conosciuto i nostri parenti e i luoghi in cui vivono.

Abbiamo capito che il
Pakistan è un paese povero, con abitudini di vita diverse e
antiquate: le donne sono sottomesse al volere degli uomini, devono
imparare i lavori domestici, più importanti dell'istruzione,
devono portare vestiti che lasciano scoperto solo il viso e
soprattutto devono assecondare tutte le decisioni del marito. Di
fronte a questa realtà ci siamo sentite fortunate a nascere in
Italia dove nessuno ha negato i nostri diritti e la nostra libertà.
Non pensiamo di tornare a vivere in Pakistan e cercheremo, appena
sarà il momento, di trovare un lavoro, e costruirci una famiglia
qui in Italia.
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