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Sedici anni, ebreo di Ferrara, Franco viene
arrestato con la sua famiglia dalla polizia italiana il 25
febbraio 1944. Caricato su un camion, è rinchiuso per una notte
nei locali della vecchia sinagoga, devastata dalle squadracce
fasciste tre anni prima. Ancora non sa quale sarà la sua
destinazione e cerca di trascorrere la notte come meglio può, in
mezzo ai mobili e agli arredi fracassati del tempio dove suo
padre, Carlo , per tutta la vita aveva cantato liturgia ebraica.
La mattina del giorno successivo, le autorità italiane consigliano
alla sua famiglia, e agli altri prigionieri, di portare con sé
valige piene di vestiti estivi e invernali, libri, coperte e
materassi. Destinazione il campo di concentramento di Fossoli, nei
pressi di Modena.

Per tutti è un sollievo sapere che si resta
in Italia, visto che sugli ebrei internati in Germania e all'Est
girano voci poco rassicuranti, circa fucilazioni di massa, camere
a gas, forni crematori e fosse comuni grandi come stadi. Alla
stazione di Carpi, la sorpresa dell' arrivo: ad accogliere i
deportati ci sono le SS. Franco si stringe alla madre impaurito e
stupito. La donna, energica e decisa lo rassicura: "Sai bene che
il nostro paese è occupato dalle truppe tedesche. Ma qui siamo
sempre in terra italiana e possiamo ben sperare". Il treno è fermo
da circa dieci minuti quando arriva l'ordine di scaricare i
bagagli e di sbrigarsi. "Non siete venuti in vacanza" grida
un soldato in divisa nera. Poi rivolgendosi a Franco gli urla che
deve caricarsi il materasso sulle spalle. Il ragazzo è alto ma
gracile e un materasso di lana pesa. Gli bastano pochi passi per
inciampare e cadere a terra." Muoviti, bastardo di un ebreo!" gli
grida Hans Haage, comandante del campo di Fossoli che è venuto ad
accogliere i suoi nuovi ospiti, come un albergatore che si
rispetti. Tra i deportati scesi dal treno si aggirano dei
prigionieri che svolgono servizio di lavoro obbligatorio nella
squadra addetta ai trasporti bagagli e prigionieri. Uno di loro,
un certo Levi di Milano, si avvicina alla famiglia di Franco
ancora unita e, sottovoce, senza farsi notare borbotta una
domanda: "Da dove venite? Non,avete per caso dei parenti non
ebrei?" " Due nonne cattoliche,"

Franco. "Durante l'interrogatorio, allora,
quando vi chiederanno il luogo di provenienza, fate presente, con
discrezione, che avete dei parenti cattolici. "E Cosa cambia per
noi?" chiese il padre del ragazzo. " I tedeschi trattano
diversamente... meglio, gli ebrei di sangue misto" mentre parlava,
continuava a lavorare per radunare le valige in un mucchio vicino
al binario d'arrivo. " Gli ebrei puri, come dicono loro, alla fine
di ogni mese vengono deportati ad Auschwitz. Se avete parenti
cattolici, forse, riuscirete a rimanere nel campo di Fossoli..."
Al momento tutta la famiglia venne assegnata alle squadre di
ebrei che aiutavano nella conduzione del campo, in qualità di
capocamerata, capoblocco, o di responsabili di altri settori
(cucine, manutenzione, amministrazione). A Franco, quel lager in
terra italiana sembrò subito un normale campo militare. C'erano
due sottocampi a forma rettangolare, della misura di circa due
chilometri per uno. Ospitavano rispettivamente ebrei e misti da
una parte, e detenuti politici e militari dall' altra, in una
lunga serie di baracche, divise all'interno in una trentina di
celle, ciascuna con due cuccette; c'era un piazzale per l'appello
e un grande edificio centrale dove si mangiava. A parte il freddo
e la fame (il cibo scarseggiava anche per coloro che avevano la
possibilità di comprarselo o di farsi arrivare dei pacchi), ancora
in quei mesi, la vita sembrava piuttosto normale. Ai prigionieri
erano consentiti contatti con l'esterno, sia pure limitati e
sottoposti a censura e non c'erano terribili squadre di lavoro
coatto costrette a fatiche inverosimili. La sera, per esempio,
poteva capitare che si giocasse a carte o a scacchi; o che si
parlasse di qualche libro letto. Franco si fece persino mandare
una grammatica inglese, i quaderni per gli esercizi e un
vocabolario. La vita era dura, ma a tutti sembrava importante non
farsi troppe domande e vivere alla giornata: ogni settimana si
dovevano sistemare i nuovi arrivi, ogni mese bisognava preparare
le partenze e poi c'erano gli obblighi quotidiani: scattare sull'
attenti davanti a un soldato SS o fascista, tenere in ordine la
baracca, garantire la disciplina, far funzionare la cucina e la
scuola per i più piccoli, aiutare a preparare i bagagli di chi
veniva trasferito in Germania o altrove.

A volte le baracche dove c'erano tanti
bambini sembravano case, perché le donne stendevano al vento e al
sole, sul filo spinato, pannolini, fasce e lenzuoli. Sulla porta,
passando, si potevano vedere giocattoli e altre piccole cose. Le
SS cominciarono a stringere la morsa su Fossoli tra il maggio e il
giugno del 1944. Le razioni alimentari furono ridotte e, per la
prima volta, uomini e donne vennero separati; infine la discipline
si fece più severa. Un giorno, il comandante
del campo, maggiore SS Haage, diede una lezione dura ai
prigionieri ebrei: li fece radunare tutti vicino al filo spinato
che separava il lager ebraico da quello dei politici e sottopose a
una punizione mortale un prigioniero che aveva tentato la fuga. Il
fronte di guerra si avvicinava sempre più, costringendo i tedeschi
a risalire a Nord; i bombardamenti delle truppe alleate erano
frequenti anche in prossimità di Carpi e così un giorno il
comandante di Fossoli diede ordine di costituire delle squadre di
lavoro che avrebbero avuto il compito di sgombrare le macerie. In
genere, le SS di stanza al campo si avvalevano di un interprete,
ma una mattina un ufficiale tedesco pensò bene di cavarsela da
solo. Così si rivolse a un ebreo di Roma in modo perentorio e
aggressivo e questi, ovviamente non capì. La richiesta era
semplice. Il pover'uomo doveva mettersi subito in fila come gli
altri. Franco lo vide muoversi nella direzione opposta e subito
notò l'SS che estrasse la rivoltella e gli sparò alla testa, da
una distanza di sei metri. A sera, quando ancora spaventati per
l'accaduto commentavano la giornata di lavoro e la morte del
compagno, seppero dagli ebrei stranieri fuggiti in Italia da
qualche anno, e che avevano visto i nazisti all' opera in Austria
e in Germania, come simili episodi fossero la normalità. Il 20
maggio, il giovane ragazzo di Ferrara viene assegnato alla squadra
che prepara la partenza di 500 ebrei.

Tra di loro, bambini, donne gravide, vecchi
e una anziana signora di Firenze molto ammalata, incapace di
alzarsi dal letto. Al momento dell' appello, l'ufficiale SS chiede
spiegazioni. Franco risponde, mettendosi sull' attenti, con il
berretto in mano e gli occhi bassi. " Non è possibile trasportare
anche quella donna... può venire lei stesso a constatare... le sue
condizioni sono disperate, signore!" L'interprete non traduce e,
molto agitato per la condizione che si è venuta a creare si
rivolge all'SS dicendo che il ragazzo sarebbe andato subito a
prelevare e punire la giudea che non si era presentata
all'appello. Poi rivolgendosi sottovoce al ragazzo, gli dice: -"Se
non vuoi che succeda il finimondo, trova il modo di portare qui
questa donna... fatti aiutare da altri, fai come meglio credi, ma
sbrigati. In caso contrario, potresti pagare duramente per una
simile trasgressione!" Con la morte nel cuore, Franco torna alla
baracca e aiutato da tre compagni si avvicina alla vecchia,
febbricitante e incapace di reggersi in piedi. "Abbiamo
l'ordine di portarla al camion, per la partenza... "le mormora il
ragazzo in un orecchio e intanto i suoi compagni cercano di
distenderla su una coperta che funge da barella. Quando il camion
con gli ultimi deportati lasciò il campo, Franco si avvicinò
all'interprete, per avere spiegazioni: "Il nome di quella donna
era sulla lista e niente avrebbe potuto impedirne la partenza..."
"Ma come possono pensare di destinare al lavoro obbligatorio
neonati, vecchi e bambini?" chiese turbato. "È semplice" gli
rispose l'interprete, " all'Est per gli ebrei c'è soltanto la
morte!" Dal febbraio all'agosto del 1944, Franco vide passare dal
settore ebraico del campo circa un terzo dei 6.746 ebrei italiani
arrestati dai nazisti e dai fascisti per essere deportati. Vide
amici, parenti e conoscenti della sua Ferrara, e presto capì che
un simile destino sarebbe toccato anche a loro. L'ordine di
ripulire il campo da tutti gli ebrei, compresi i misti come lui,
arrivò il 2 agosto. La ferrovia era stata bombardata e non
funzionava, così l'ultimo convoglio fu trasportato in camion fino
a Verona. Alcuni furono destinati a Ravensbruck, come la mamma di
Franco, altri a Bergen Belsen o

ad Auschwitz; il ragazzo e suo padre
finirono a Buchenwald (una vera e propria città-lager dove tra il
1937 e il 1945 vennero internati quasi 234.000 prigionieri). Era
l'una del mattino, quando il ragazzo diciassettenne di Ferrara
attraversò l'ingresso del lager, insieme al padre e agli altri
italiani del suo convoglio: sul cancello, la macabra scritta Jedem
das Sein, vale a dire: «A ciascuno il suo». I nazisti
annunciavano con quel motto le loro intenzioni: eliminare ogni
forma di solidarietà tra internati, rompere amicizie, legami di
parentela, rapporti di fiducia, costringendo tutti a una lotta
orrenda e spietata per la sopravvivenza. A Buchenwald,
diversamente da Fossoli, il detenuto era assolutamente solo. Ma i
llager italiano non era stato certo un paradiso in terra; anzi,
aveva consentito la deportazione degli ebrei e dei politici verso
i centri di sterminio e di sfruttamento della manodopera tedeschi.
Fossoli era stato, dunque, un anello fondamentale della
deportazione dall'Italia verso la morte e l'orrore.
Campo di Fossoli
Nell'inverno del
1943, il campo di internamento di Fossoli, nei pressi di Carpi, in
provincia di Modena, passò sotto la direzione dei tedeschi. Era
diviso in due sottocampi. li «campo vecchio» (così denominato
perché sorgeva nello spazio del campo per prigionieri di guerra n.
73), gestito dalla Rsi di Mussolini e sorvegliato dalle forze di
polizia della questura di Modena, raccoglieva in prevalenza
prigionieri politici oltre a detenuti comuni, non soggetti alla
deportazione; il «campo nuovo», gestito direttamente dal comando
tedesco, comprendeva un settore per ebrei e un settore per
politici; veniva definito «campo di transito», Durchgangslager, e
le autorità italiane potevano accedere solo agli uffici del
Comando, non alle baracche dei prigionieri, rigorosamente isolati.

Visite e
colloqui venivano autorizzati con difficoltà, malgrado il
regolamento, e c'erano problemi per i pacchi e la corrispondenza.
Si ostacolavano anche i servizi religiosi. Per quanto riguarda il
settore ebraico, transitarono per il campo nuovo di Fossoli la
maggior parte degli ebrei catturati in Italia, nonché altri
internati appartenenti a «razze inferiori» e i misti. Come nei
lager nazisti, uomini e donne erano separati e i prigionieri
portavano un contrassegno (triangolo giallo, ebrei; triangolo
rosso, politici; azzurro per gli stranieri eccetera). Il campo
rimase attivo fino all' agosto del 1944, ma i trasferimenti verso
i lager di sterminio o di lavoro coatto nazisti cominciarono nel
febbraio del 1944. Tra i deportati ci furono molti bambini e
ragazzi, ma anche dei neonati di pochi mesi. La massima capienza
del «campo nuovo» fu di 1.000 internati nel settore ebraico e di
2.000 nel settore destinato ai politici. Nel settore ebraico vi
erano 8 baracche con una capienza massima di 256 prigionieri,
mentre nel settore politico i detenuti venivano ammassati in sette
baracche molto più capienti, ma pur insufficienti. Quotidianamente
le SS infliggevano ai prigionieri maltrattamenti e vessazioni, ma
l'episodio più feroce ebbe luogo il 12 luglio del 1944 quando per
rappresaglia vennero assassinati sessantasette internati tra ebrei
e politici. Secondo stime recenti e il materiale documentario
ritrovato si possono ipotizzare circa 2.450 deportati da Fossoli
per motivi razziali (in prevalenza ebrei) e 2.500 deportati per
motivi politici. Nel luglio del 1944, le autorità tedesche
occuparono parte del «campo vecchio» rilasciando alcuni detenuti e
inviandone altri in Germania come «lavoratori volontari». La
deportazione del 2 agosto 1944, che riguardò anche Franco , mise
la parola fine all'attività del campo di transito di Fossoli.

I campi e i
luoghi di detenzione per ebrei, civili e politici in Italia furono
quasi un centinaio. Tra i maggiori, oltre ai già citati: Borgo San
Dalmazzo (Cuneo); Gries (Bolzano); Renicci-Anghiari (in Toscana);
Ferramonti di Tarsia (Cosenza). I deportati ebrei dall'Italia e
dalle zone di influenza italiana (Dodecanneso) verso i lager
nazisti furono 8.556. Tra essi, 7.557 verranno assassinati. Il
numero dei bambini e dei ragazzi tra zero e vent'anni che perse la
vita è di 1.541 vittime.

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