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Dietro i bambù e gli hibiscus in fiore, si
nasconde il piccolo orfanotrofio e centro per disabili di Payaphyu,
nello Stato birmano più grande, lo Shan. Per i suoi circa 160
ospiti di ogni età, il centro è quasi sempre un luogo di non
ritorno. Soprattutto i malati, stigmatizzati e allontanati dalla
società birmana tra cui ciechi, sordi, muti, poliomielitici,
mutilati, epilettici, malati psichici, arrivano all’istituto
ancora bambini e lì invecchiano senza poter seguire percorsi
terapeutici o riabilitativi.
La povertà di queste
zone è estrema. L’unico contatto con il mondo esterno Suor
Benedetta Nu Nu, direttrice del centro fondato dal Pime nel
lontano 1962, lo ha attraverso le visite e le lettere di chi
aderisce al programma di adozione a distanza e degli operatori
umanitari di New Humanity .“Ogni giorno trovo orfani e disabili
alla mia porta. La verità è che sono costretta a respingerli
perché non posso aiutarli tutti. Vi chiederete – scrive la suora –
perché le famiglie non vogliono prendersi cura di queste persone.

Il motivo sono le
condizioni di miseria in cui vivono. Per far sopravvivere i loro
figli, possono solo lasciarli a noi”. Attualmente sono dodici le
suore, compresa Suor Nu Nu, che si prendono cura di 142 disabili e
28 orfani: 8 femmine e 20 maschi dai 4 ai 20 anni. Il
sovraffollamento è uno dei principali problemi del centro. Ecco
qualche stralcio delle lettere di Suor Nu Nu: "Cerco di sviluppare
le loro abilità manuali. Tutti gli handicappati e le sorelle si
sono riuniti per preparare cartoline di Natale. Con amore, 29
novembre 2002”. E ancora: “Nove bambini frequentano la scuola
elementare, uno la media e altri cinque le superiori”. Un grande
traguardo per la direttrice, che deve provvedere “a tasse
scolastiche, uniformi, quaderni e altri accessori”. La casa
d’accoglienza è dotata di una scuola interna per bambini
poliomielitici o con malformazioni “che non troverebbero
all’esterno l’accoglienza necessaria al loro sviluppo”. Pochi
frequentano corsi statali. “Sono riuscita a iscrivere un ragazzo
cieco a una scuola del governo, sta imparando alcuni lavori di
artigianato. Spero che tutto vada bene” Nel Myanmar, la Birmania
di un tempo, ogni servizio è regolato e controllato dai ministeri
e sottoministeri della giunta al potere: uno dei regimi più
sanguinari in Asia dal 1948 a oggi. Offrire una cultura ai propri
figli (l'alfabetizzazione é largamente diffusa) costa ai birmani
grandi sacrifici. Le scuole primarie sono presenti in quasi tutto
il Paese, ma non ricevono di fatto finanziamenti dallo Stato. Sono
le famiglie delle zone rurali, le più povere, a fornire vitto e
alloggio ai maestri provenienti dalle città. La struttura riesce a
garantire cibo e cure mediche ai minimi termini. Nel centro si
mangia quotidianamente riso con poco condimento e solo due volte
al mese della carne. La verdura è prodotta nella comunità con il
contributo dei più grandi che collaborano anche all’allevamento di
qualche maiale e gallina. Il Centro riceve delle donazioni dalla
Diocesi, da membri dell’esercito e benefattori privati locali,
spesso sono donazioni in natura. I disabili soffrono per la
carenza di assistenza medica e di appositi sostegni.

“Le malattie meno gravi
le curiamo in casa. Portiamo i ragazzi all’ospedale o in una
clinica solo in caso di estrema necessità. Per alcuni pazienti
poi, come i disabili, servono trattamenti specifici. Non sempre
siamo in grado di assicurarli. Non abbiamo soldi a sufficienza”,
dice ancora la suora. Nel centro mancano personale medico e
paramedico qualificato, un’infermeria e una farmacia. Le suore non
hanno alcuna preparazione sanitaria. In Myanmar i farmaci e le
visite sono a totale carico del paziente, anche quando è
ricoverato in ospedale. A Payaphyu coesistono patologie molto
diverse tra loro. Alcune di queste, in assenza di visite mediche,
non possono essere né diagnosticate né curate. Problemi di tipo
culturale, poi, aggravano le condizioni dei malati: l’epilessia
per esempio viene considerata una malattia contagiosa e
incurabile. Una giovane epilettica, madre di due figli, è stata
allontanata dal suo villaggio e dalla sua famiglia. Eppure le
crisi convulsive da cui è colpita sarebbero facilmente
controllabili con una terapia idonea. La donna non riesce ad
adattarsi alla vita nel centro ed è caduta in una profonda
depressione.Annullata
dal male oscuro è anche un’altra giovane madre della popolazione
Pa’O, una delle oltre 300 che abitano la regione. A causa della
malattia ha dovuto portare la figlia, di soli due mesi, al centro.
Intanto la nonna della bambina cerca di guadagnare qualche soldo.
Si sveglia all’alba per andare a vendere verdure nei mercati più
vicini.
Nell’isolamento più
totale vivono anche sordomuti, ciechi e ritardati mentali.
Riescono a comunicare solo per i bisogni primari. In genere dopo i
14 anni, smettono di studiare e vanno a lavorare i campi.
Visitando il centro, si sente il rumore stridulo delle
carrozzelle. Sono quelle dei bambini poliomielitici, vecchie di
anni. “Questo è un saluto di Joseph Aung, figlio adottato – scrive
Nu Nu in inglese con una calligrafia che ricorda i segni tondi e
apparentemente tutti uguali della sua lingua – Joseph va in una
scuola vicina e studia. Vede solo da un occhio, è abbastanza
intelligente e molto attivo”. “Mamma ti amo. Grazie. Tanti baci”,
aggiunge il bambino in italiano insieme a un disegno.

La suora utilizza le
offerte dei privati per far fronte alle spese di medicinali, cure,
stipendio del personale che deve assistere i piccoli. Quale futuro
attende questi ragazzi? In genere rimangono in istituto anche dopo
la maggiore età, i 18 anni. La maggior parte delle ragazze si
sposano o scelgono di aiutare le suore che le hanno cresciute. Il
destino dei giovani uomini, invece, è a senso unico: nessuno di
loro si è mai sposato. Alcuni vanno in seminario per diventare
sacerdoti. Altri rimangono al servizio del clero in un contesto di
scarsa autonomia.
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