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Rose Donkoah aveva appena undici anni, quando, un giorno di tre
anni fa, un uomo si è presentato all’ingresso della capanna nel
suo villaggio nei pressi del lago Volta, nel Ghana
centro-settentrionale. "Portami da un tuo familiare", le ha detto
l’uomo. "Qualche minuto dopo – racconta Rose al telefono – mia
madre si è avvicinata e mi ha detto che l’uomo mi aveva appena
comprata. I soldi le servivano per pagare la retta scolastica di
mia sorella maggiore. Avrei dovuto seguirlo, eseguendo ogni suo
ordine e comportandomi bene. Non l’ho mai più rivista".
Finalmente liberi. La settimana scorsa gli operatori dell’International
Organization for Migration (Iom) hanno riscattato e salvato 144
bambini-schiavi nella regione di Yegi, nei pressi del lago Volta.

Lavoravano a bordo di alcune imbarcazioni, al
servizio di pescatori che li avevano comprati a loro volta dai
trafficanti locali. Affamati e malati, di età compresa tra i tre e
i quattordici anni, sono stati portati in un centro di assistenza,
dove recupereranno le forze fisiche e psicologiche per tornare
dalle rispettive famiglie. Rose è una di loro.
Venduta dalla madre. "Sono stata venduta a un pescatore, un certo
Jones Mensah", continua. "Mi obbligava a lavorare dodici ore al
giorno. Se rifiutavo, mi picchiava. Se non prendevo abbastanza
pesce, mi picchiava. Usava un remo della barca, faceva un male
insopportabile. Con me c’erano altri bambini. Ci dava da mangiare
tre volte alla settimana, in genere la sera. Riempiva una scodella
con del kanke (una brodaglia a base di miglio di cui si nutrono i
poveri) e quello era il nostro pasto. La notte dormivo per terra,
nella capanna degli attrezzi. E piangevo. Volevo tornare dalla mia
famiglia"."Da queste parti un figlio è come una merce", dice
Joseph Rispoli, un giovane operatore dello Iom che si occupa dei
programmi di reintegro dei piccoli schiavi nella regione del lago
Volta. "Vengono da famiglie dedite all’agricoltura, che spesso non
hanno abbastanza soldi per mandare tutta la prole a scuola. Molti
nuclei familiari sono composti da 10 o più bambini, essendo
diffusa la poligamia. Così alcuni finiscono a lavorare nei campi,
o peggio, vengono venduti ai trafficanti.

Il commercio di bambini è un’attività molto redditizia". Ma quanto
costa un bambino? E le famiglie sanno dove va a finire? "In genere
le famiglie non ricevono più dell’equivalente di 40-50 dollari –
continua Rispoli – e spesso credono che i loro piccoli stiano
bene. La maggior parte di esse non ha idea delle condizioni
abominevoli in cui vivono i propri figli. Quando li ritroviamo
sono magrissimi, il loro corpo è pieno di lividi e fratture, a
testimonianza delle percosse subite. Sembra assurdo, ma questi
sono i più fortunati. Altri annegano dopo essere stati trascinati
dalle correnti del lago, sfiniti per le intere giornate passate a
pescare per i propri padroni. Quelli che sopravvivono alla fame e
alle botte soffrono di forti problemi psicologici e psicosomatici.
Hanno difficoltà a guardare negli occhi il loro interlocutore,
forse per la sudditanza psicologica che hanno subito. Sono restii
a parlare di una violenza che da queste parti emargina ancora di
più chi la subisce". Dopo aver passato uno o due mesi nel centro
di accoglienza di Yegi, i piccoli schiavi del pesce vengono
ricondotti dalle famiglie con una piccola cerimonia di
riunificazione: devono stringere la mano agli assistenti sociali
in segno di saluto e riabbracciare la propria madre. Ma alcuni di
loro covano tanta rabbia o tristezza che le passano accanto a
testa bassa e vanno a rintanarsi in un angolo. Oppure è la stessa
madre a non rivolere i figli indietro, giustificandosi dietro
all’impossibilità di mantenerli. L’adozione sarebbe anche una
soluzione e molte famiglie ricche della capitale, Accra,
sarebbero disponibili.

Ma adottare un bambino in Ghana non significa necessariamente
semplificargli la vita. Anzi, può marchiarlo a fuoco in una
società in cui l’adozione è tutt’ora spesso stigmatizzata."Alla
famiglia diamo abbastanza denaro per mantenere il bambino o la
bambina per due anni, con la promessa che verranno mandati a
scuola – dice l’operatore dello Iom – nella speranza di
reintegrare i piccoli e dar loro un futuro". Rose sogna di
studiare la matematica e di fare l’insegnante: "Quando andavo a
scuola mi piaceva molto fare i calcoli. Ma adesso ho solo voglia
di rivedere mia madre".
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