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Continuano incessantemente gli sbarchi di clandestini sulle nostre
coste. Riflessioni su un fenomeno dalle numerose e drammatiche
implicazioni.
Giungono ogni giorno e in numero
impressionante. Formano immense masse: uomini, donne e bambini,
anche piccolissimi. Credono di trovare qui un mondo decisamente
diverso da quello che scelgono di lasciarsi alle spalle. Credono
nelle condizioni di vita migliori, nel lavoro, in un'esistenza più
decorosa e meno stentata. Hanno aspettative, sogni, speranze e, come
tutti, vorrebbero vederli realizzati. E guida il loro cuore e le
loro menti l'auspicio che le brutture vissute finché erano nel
proprio Paese d'origine non tornino più ad angustiarli; che la fame,
la miseria e l'angoscia per sopravvivere siano, d'ora innanzi, solo
ricordi.

Non facili da cancellare, ma
perlomeno lontani dal presente e dal futuro. Sono i clandestini,
giovani vite che sbarcano in Italia quotidianamente, spesso neppure
in condizioni di buona salute, carichi di affanni e di paure. Nella
maggior parte dei casi, non hanno documenti con sé, ma si dicono
dotati di buona volontà di rimboccarsi le maniche e svolgere anche i
lavori più umili (quelli della terra o legati all'allevamento del
bestiame) che gli abitanti della patria, di sovente, disdegnano
perché "di qualità inferiore". Vengono portati nei centri di
raccoglimento appositi, ricoverati negli ospedali, se necessario,
trasferiti e distribuiti in più città e paesi. Insomma, si cerca di
fare il possibile anche per loro, ma non sempre è così semplice come
dirlo a parole. La loro situazione, d'altronde, è così ingarbugliata
e tesa, così precaria e vacillante che sarebbe disumano rifiutarsi
di ospitarli, di dar loro asilo e opportunità di lavoro. I Paesi da
cui provengono (in maggioranza Africa, Croazia, Liberia, Tunisia,
Sierra Leone, Pakistan, Etiopia e Palestina) versano in condizioni
tutt'altro che rosee e presentano divari enormi alloro interno;
ossia, fette di popolazione che vivono negli agi e nel lusso più
assoluto e ceti prostrati, posti letteralmente in ginocchio da
povertà e miseria.

Tra i primi, tra coloro che conducono
una vita invidiabile figurano i cani del racket, uomini che vivono
grazie ad un mestiere illegale ma che frutta loro tantissimo. Questi
trafficanti di schiavi hanno il compito di organizzare il viaggio ai
clandestini. Sono in stretto contatto con i capitani di barche e
gommoni; hanno conoscenze in ogni dove e chiedono, in cambio dei
loro favori, somme ingenti di denaro (in media, circa ottocento
euro) per ciascun essere umano da imbarcare. Il resto lo lasciano
fare al destino; se il soggetto dovesse morire, ad esempio - come
capita spessissimo - durante o dopo il lungo viaggio in mare, poco
male. Il loro compito finisce con l'incasso dei soldi.In via teorica
quest'attività costituisce un reato, anche se molti dei disperati
che decidono di abbandonare il proprio Paese la giudicano come una
fonte di salvezza. Negli ultimi periodi, però, parecchi clandestini
che sbarcano stremati sulle coste italiane hanno deciso di
collaborare con polizia e carabinieri per identificare questi avidi
trafficanti di esseri umani. Addirittura, il governo tunisino ha
accettato l'invito a collaborare con il nostro Paese per tentare di
arginare il gravoso e copioso fenomeno dell' immigrazione illegale.

Saranno migliorate le procedure
d'identificazione di coloro che raggiungono l'Italia per poterli,
poi, rimpatriare e saranno inviati uomini anche dalla nostra
penisola che, uniti alle Forze dell'Ordine tunisine, dovranno
presidiare le zone più esposte al rischio racket, in modo da poter
bloccare le lucrose attività dei "mercanti di schiavi".
Un programma che "suona" bene a sentirsi. Ma dobbiamo augurarci che
sia attuabile e, soprattutto, durevole nel tempo. Ne va della
dignità delle persone che, seppur diverse per colore della pelle,
hanno gli stessi diritti di tutti noialtri. E ne va anche della
nostra sicurezza di cittadini. In molti casi, infatti, non riuscendo
a reperire un lavoro decoroso, molti di quegli immigrati entrati in
Italia senza documenti, finiscono per cadere nelle grinfie del
crimine e dell'illegalità.
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