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In un museo importante, pieno di quadri e di
visitatori, c'era una saletta nella quale non entrava quasi mai
nessuno. Si trovava alla fine di una lunga galleria, dove erano
esposti i ritratti di personaggi famosi: nobili dame, con tanto di
pizzi e doppio mento, e cavalieri chiusi nelle armature fino ai
baffi. Ma di ammirare questi personaggi avevano voglia in pochi.
In generale i visitatori davano un' occhiata a quelle facce
severe, storcevano il naso e scappavano via. Quasi nessuno
s'affacciava alla saletta in fondo alla galleria e quelli che ci
arrivavano, dopo aver visitato tutto il museo, o avevano i piedi
gonfi per la stanchezza o avevano la pancia vuota. Così mettevano
appena la testa dentro, dicevano in fretta e furia «Belli, belli»,
e se ne andavano. E i quadri di questa piccola sala, che
stavano appesi lì da anni e anni, si annoiavano da morire. Tra
questi ce n'era uno che rappresentava una Madonna con un Gesù
Bambino addormentato sulle ginocchia e un angioletto accanto che
lo guardava.

La Madonna era giovane e bella e
l'angioletto era biondo, roseo e paziente. Appoggiava il braccio
destro sulle ginocchia della Madonna, il fianco contro la sua
gamba e guardava il bambino addormentato. Ma ogni tanto, forse
perché lo guardava da molto tempo, si lasciava sfuggire uno
sbadiglio. Ora, una volta capitò un fatto eccezionale: nella
galleria dei ritratti arrivarono un uomo, una donna e un bambino.
L'uomo e la donna erano i genitori del bambino ed erano venuti
apposta in quel museo per ammirare i quadri della galleria, perché
conoscevano di quei personaggi «vita, morte e miracoli», come si è
soliti dire, e ne volevano vedere anche l'aspetto. Il bambino si
chiamava Ubaldo, come uno di quei signori in armatura: era biondo,
roseo e per niente paziente; anzi, era il bambino più irrequieto e
prepotente che si possa immaginare. I suoi genitori erano due
illustri studiosi e stavano tutto il giorno con la testa sopra i
libri; per di più erano miopi come talpe e Ubaldo era costretto a
urlare, fare capricci e combinare guai in continuazione, perché
loro si accorgessero di lui. Anche quel giorno, il professore e la
professoressa Polidoro Caldara Vecellio Papes Mosena (gli studiosi
importanti hanno sempre molti cognomi), arrivati nella galleria
dei personaggi famosi, dopo aver raccomandato al figlio «Ubaldo,
fai il bravo», incollarono il naso al primo quadro e si
dimenticarono completamente di lui. E Ubaldo, come sempre, fu
libero di scorrazzare a suo piacimento. Ispezionò un paio di
ritratti, fece le boccacce a una dama ingioiellata e a un
omaccione vestito da guerriero, che non lo degnarono di uno
sguardo, si ripulì con cura il naso con il dito, sbadigliò
rumorosamente, strillò un paio di parolacce "Ubaldo, fai il
bravo!" disse sua madre; e poi, non sapendo che cos'altro fare,
passò nella saletta in fondo alla galleria.

Anche qui quadri, solo quadri! E il povero
Ubaldo, disperato, si mise sulle braccia, a testa in giù, e
cominciò ad andare avanti e indietro, indietro e avanti per la
stanza. Tanto per fare qualcosa. Aveva appena incominciato, che
senti qualcuno ridere. Si fermò di colpo, si rimise a testa in su,
si guardò attorno e non vide nessuno. Riprovò, di nuovo a testa in
giù, di nuovo la risata. Allora corse nella galleria: nessuno.
Solo i suoi genitori con il naso incollato a un altro quadro.
Ritornò nella saletta e fece un' altra prova. La risatina si
ripeté. Era una risata piccola piccola, come un campanello, la
voce di un bambino. Ubaldo si raddrizzò. - Dove sei? - chiese. -
Sono qui. La voce veniva dall' angolo meno illuminato. Ubaldo si
avvicinò e vide il piccolo angelo del quadro che rideva. - Perché
ridi? - Non ho mai visto nessuno camminare così. - Vuoi che lo
rifaccia? Il piccolo angelo fece di sì con la testa e Ubaldo
ripeté l'esibizione. L'angelo rise di nuovo. - Dev'essere
divertente, - disse. - Mi piacerebbe provare.- A me piacerebbe
provare le tue ali, - disse Ubaldo. - Perché non facciamo scambio-
Tu qui e io là? Il piccolo angelo era dubbioso: da quando
l'avevano messo in quella posizione non si era mai mosso. Nemmeno
con un dito. Poteva veramente? - Dài, - lo esortò Ubaldo, - solo
cinque minuti. lo mi metto le tue ali e tu i miei vestiti. Non se
ne accorge nessuno. In fondo, che male c'era? Solo cinque minuti,
aveva detto il bambino; e l'angioletto si decise. Sollevò con
delicatezza il braccio, spostò piano piano il fianco, si girò (non
guardò il Bambino addormentato né la Madonna), fece un piccolo
volo e fu a terra. Accanto a Ubaldo. Incredibile! I due bambini
erano identici: stessi capelli biondi, stessi occhi, stesso
colorito; eppure profondamente diversi. - Sbrigati, dammi le ali!
- ordinò Ubaldo. - Ma prima devi toglierti i vestiti. - I vestiti?
Mica sono scemo! - Con i vestiti sei troppo pesante, non puoi
volare. Ubaldo a malincuore si spogliò, mentre il piccolo angelo,
che non riusciva a toccare il pavimento perché era troppo leggero,
indossò i vestiti di Ubaldo e per la prima volta in vita sua mise
i piedi a terra. - Dammi le ali, adesso! L'angelo si tolse le ali,
gliele fece indossare e gli mostrò come doveva usarle. - Però devi
andare là: loro non possono rimanere soli. - Là dentro? Non sono
mica scemo! Oh, che bello, volo! Voolooo!! Pistaa!! E Ubaldo
cominciò a svolazzare per tutta la sala, qua e là, sbattendo
contro i quadri e le pareti. - Devi entrare là dentro, solo cinque
minuti, - ripeté l'angioletto con gentilezza. - L'hai promesso. Ma
Ubaldo non sentiva discorsi. - Volo! Evviva, pistaaa!! Su, giù, in
tondo, in modo sempre più frenetico. L'angelo gli ripeté la
richiesta, ma quando s'accorse che Ubaldo non lo ascoltava
nemmeno, alzò un dito, roseo e affusolato, e glielo puntò contro.
All'istante, Ubaldo si ritrovò dentro il quadro: il braccio destro
sulle ginocchia della Madonna, il fianco contro la sua gamba, a
guardare il Bambino addormentato. Come dipinto. - Le promesse si
mantengono, - disse il piccolo angelo e si mise a testa in giù,
cercando di camminare sulle braccia. Una prima volta e ricadde,
una seconda, e finalmente alla terza ci riuscì. - Evviva, cammino!
Pistaaa! Mentre andava avanti e indietro per la stanza, arrivarono
i genitori di Ubaldo, che avevano finito di visitare la galleria
dei ritratti. Videro l'angioletto e lo scambiarono per il figlio.
- Sei stato bravo, Ubaldo? Ti sei divertito?

Andiamo, che si è fatto tardi! Il piccolo
angelo, ubbidiente com'era, si rialzò subito e, non osando
contraddirli, li seguì. Da quel giorno visse con loro. Distratti e
per di più miopi, il professore e la professoressa Polidoro
Caldara Vecellio Papes Mosena non s'accorsero per niente dello
scambio. Una volta sola, quando qualcuno per complimentarsi della
bontà del loro bambino, disse: «Ma è un vero angelo! », si
guardarono un po' preoccupati e l'uno disse all' altra - Trovi
anche tu che Ubaldo sia cambiato? - Mah, non saprei. Comunque è
sempre stato un angelo di bambino. E tutto finì lì. Nemmeno
i visitatori del museo, né gli studiosi che ogni tanto esaminavano
il dipinto notarono qualche cambiamento. Ecco la Madonna, ecco il
Bambino, ecco l'angioletto biondo, roseo e paziente, che guardava
il Bambino addormentato. Nessuno s'accorse mai che, appena
voltavano le spalle, l'angioletto si girava e faceva loro le
boccacce.
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