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Nell'isola di Sicilia vivevano sette fratelli giganteschi e terribili. Il più mostruoso si chiamava Polifemo. Era figlio di Poseidone e apparteneva alla razza dei ciclopi, che avevano un unico grande occhio in mezzo alla fronte. Dopo che Odisseo e i suoi uomini ebbero lasciato l'isola dei Lotofagi, Zeus aveva scatenato un'altra violenta tempesta, e furono tanto sballottati da perdere la nozione del tempo e non sapersi più orientare. Così, quando videro profilarsi una grande isola verde tutta cosparsa di greggi ben pasciute, fecero salti di gioia. «Calate l'ancora!» gridò Odisseo. «Giù le scialuppe! Portiamoci qualche orcio del nostro vino migliore per barattarlo con qualcuna di quelle pecore, se troviamo il padrone. E poi ci faremo un banchetto.»
 E mentre i marinai lanciavano urla di felicità, affamati come erano dopo tante peripezie, Odisseo e undici uomini calarono una barca e raggiunsero la riva. Si incamminarono lungo un ripido sentiero tra le rupi, reggendo con cura gli orci di vino per non versarne neanche una goccia, e dopo una lunga arrampicata raggiunsero una grande caverna. Sembrava vuota. «Prendete qualche pecora bella grassa, intanto che aspettiamo il pastore» ordinò Odisseo. «Non vorrei perdere troppo tempo.» Avevano appena radunato una decina di pecore, quando udirono dei ruggiti e un pesante calpestio che faceva tremare le rocce. Terrorizzati, si tuffarono in fondo alla caverna nascondendosi dietro un masso. Ed ecco entrare un gigante dall'aspetto spaventoso. Si accoccolò sulla soglia, gracchiando: «Venite qui, mie greggi. Venite da Polifemo per essere munte». Odisseo ebbe un sussulto. Aveva sentito parlare di Polifemo e sapeva che erano nei guai. Conclusa la mungitura, il Ciclope accese il fuoco e, solo quando le fiamme cominciarono a farsi alte e brillanti, notò i dodici uomini nascosti dietro la roccia. Emise un assordante ruggito di rabbia. «Stranieri!» ringhiò. «Ladri di pecore! Vi farò a pezzi e vi mangerò per cena!» Un attimo dopo afferrò due uomini e se li cacciò in bocca, stritolandoli trai denti aguzzi. Poi, dopo aver rotolato un grande macigno all'ingresso della caverna, si distese a dormire. Mentre il suo russare echeggiava tra le pareti, Odisseo tentò di escogitare un piano. Ma non gli venne in mente nulla. Così, la mattina dopo, il gigante prese altri due uomini e li divorò come aveva fatto con gli altri. Dopo di che uscì con le pecore, rotolandosi il macigno alle spalle. Erano in trappola! Mentre camminava avanti e indietro per la caverna, cercando di pensare, Odisseo notò un tronco buttato in terra. Gli diede un'idea. «Venite qua, ragazzi» disse. «Aiutatemi ad appuntirlo.» «A che serve? Tanto ci mangerà lo stesso!» gemevano gli uomini, disperati. Ma a forza di insulti e moine, Odisseo riuscì a convincerli e il tronco divenne una lunga pertica appuntita. Lo stavano nascondendo in un angolo quando Polifemo fu di ritorno. Come la sera prima, munse le pecore e sbranò altri due uomini. Poi fece un rutto poderoso e dopo aver rotolato il macigno all'imbocco si distese per terra. Ma questa volta non si addormentò subito e Odisseo saltò fuori a parlargli. «Forse gradiresti un po' di buon vino, dopo un simile pasto, grande Ciclope!» gli disse timidamente.  
Ora il fuoco emanava un bel tepore. Polifemo vi si distese accanto e tese le sue enormi mani per scaldarle. « Ben fatto» disse. « Voi uomini sarete delle piccole, insignificanti creature, ma avete acceso un bel fuoco». Ulisse finse di essergli grato. « Vogliamo solo servirti, Polifemo» disse al Ciclope. « Lascia che ti portiamo del vino». Polifemo sorrise. "Buona idea" tuonò. « Visto che siete così piccoli, potete portarmelo con secchi...» disse indicando l'altro lato della caverna. Ulisse e i suoi compagni cominciarono a riempire i secchi nell'immenso orcio di vino.«Ce n'è abbastanza per riempire un lago!» sussurrò Ulisse. «Dobbiamo fare in modo che Polifemo lo beva tutto». Ci volle moltissimo per far ubriacare Polifemo, come desiderava Ulisse. I Greci fecero la spola a lungo, portando un secchio di vino dopo l'altro. Polifemo li bevve tutti. Quando il vino finì, il Ciclope sentì che aveva molto sonno, e finalmente chiuse il suo occhio e giacque russando sul pavimento. «Presto!» sussurrò Ulisse agli altri. «Prendiamo il suo bastone». Insieme, con tutte le loro forze, sollevarono da terra il palo. Lo trascinarono verso il fuoco e tennero l'estremità appuntita tra le fiamme finché non diventò rovente. « Bene!» disse Ulisse. « Ora solleviamolo... Forza. Più su! Più su!» Poi, quando il tronco fu abbastanza in alto, Ulisse disse ai compagni: « Piantateglielo nell'occhio! Pronti? Via!» Corsero in avanti tutti insieme e conficcarono l'estremità arroventata del palo nell'occhio chiuso di Polifemo. Si sentì un puzzo orrendo di bruciato, e il Ciclope cacciò uno spaventoso urlo di dolore. Si premette le mani sull'occhio, gridando e ruggendo, tanto che i Greci erano assordati dal rumore. « Perché è così buio?» muggì Polifemo. « Non vedo più niente!» Cominciò a tastare le pareti e il pavimento della caverna, cercando Ulisse e i suoi compagni. Le sue immense dita continuavano a percuotere iL terreno vicino a loro: erano abbastanza grosse per schiacciarli. Ulisse corse verso il mucchio di pelli di pecora. Velocemente ne lanciò una a ciascun compagno. « Copritevi con queste, e mettetevi a quattro zampe!» esclamò. « Poi raggiungete carponi l'ingresso della caverna». Svelti i Greci fecero quanto Ulisse aveva detto. Improvvisamente Ulisse sentì le dita del Ciclope tastare la pelle di pecora che gli copriva il dorso: avevano un peso colossale. Polifemo toccò ancora una pelle di pecora, poi un'altra e un'altra. Sotto ciascuna di esse c'era un Greco.
« Sono scappati» ruggì. « Quegli astuti furfanti! Mi hanno accecato e sono scappati. Sono rimaste solo le pecore nella caverna». Quanto più velocemente potevano, Ulisse e i suoi compagni uscirono carponi dalla grotta. Una volta fuori, si tolsero le pelli di pecora che avevano salvato loro la vita e corsero verso la spiaggia. « La nave è troppo danneggiata per salpare» disse in fretta Ulisse. « Ma le scialuppe sono a posto. Presto! Mettiamole in acqua e allontaniamoci dall'isola».  I Greci spinsero rapidamente le barche lontano dalla riva. Quando cominciarono a galleggiare, si diedero a remare più in fretta che potevano. Molte altre avventure attendevano Ulisse e i suoi compagni, prima che potessero far ritorno in Grecia e a casa. Essi però ricordarono sempre la notte in cui sfuggirono al Ciclope come la più orribile e pericolosa di tutte.
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