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Adima Cassab Fadel è educatrice a Rio de Janeiro.
Discorso tenuto alla festa nazionale di Macondo il 27 maggio
2001.
Grazie a voi che avete la pazienza
di ascoltare.

Voglio dirvi qualcosa sulla realtà
in Brasile e soprattutto a Rio de Janeiro dove noi ci troviamo a
lavorare con i bambini di strada. La nostra città, come tutto il
Brasile, soffre molto la violenza. Com'è questa violenza oggi? I
ricchi sono chiusi nelle loro case. Sono prigionieri della loro
ricchezza, perché hanno paura di quei poveri che hanno prodotto.
Noi tutti viviamo in una realtà violenta. Perché? Perché i ricchi,
sempre più ricchi, sono esenti da tasse, tasse che noi dobbiamo
pagare. Per darvi un'idea vi dico che l'1% dei ricchi possiede il
13,9% della ricchezza, mentre il 50% dei più poveri ne possiedono
il 12%. In Brasile muoiono 51.6 bambini ogni mille nati. Il 41,9%
della popolazione brasiliana è povera. Di questi ben 16 milioni
sono miserabili. Ogni bambino nasce con un debito estero di
milioni di dollari. E li dobbiamo pagare. Ma non riusciamo a
pagare neanche la metà degli interessi. Il primo punto critico è
la riforma agraria: non l'abbiamo fatta e penso che non la faremo.
Ogni giorno molti contadini vengono espulsi dalla terra. Si
trasferiscono nelle grandi città speranzosi che ci sia lavoro per
tutti, assistenza sanitaria, scuola, ma non c'è niente per nessuno
di loro. Questa gente si trasferisce in periferia o dentro le
città, nelle favelas, dove, in baracche di tre metri per quattro
vivono intere famiglie, e queste accolgono le nuove affinché
possano costruirsi in un fazzoletto di terra la loro baracca. Cosa
accade in questa nuova situazione?

L'uomo è stato educato a badare
alla sua famiglia, a dare loro il necessario; la donna e i figli
lo guardano, aspettano. La situazione è difficile e il padre è il
primo a non sopportarla. Non sopporta d'essere disoccupato e di
non poter far niente per la sua famiglia. Allora la abbandona per
trovare un'opportunità di lavoro. In pratica, scappa da una
situazione che non riesce a reggere: non tornerà più. La madre
rimane sola con i figli, magari incinta. A questo punto incarica
il più grande ad andare in città e a procurarsi il denaro per il
pane, il latte... Così un bambino di nove, dieci anni vive di
lavori umili, in genere come lustrascarpe, lavorando tutto il
giorno. Se alla sera ritorna dalla madre senza soldi, questa,
nervosa, lo sgrida e lo picchia. Non sono rari i casi in cui in
queste famiglie viene a convivere un uomo nuovo e, non essendo il
padre del bambino, manca il vincolo affettivo. E sovente anche
questo lo picchia per avere il denaro.

Questa situazione rimane tale
finché il bambino dice: "basta!", e non fa più ritorno a casa.
Perché dovrebbe tornarci? non c'è affetto per lui. E inizia
l'esperienza di rimanere per la strada e scopre tre cose: può
sopravvivere; quello che guadagna è tutto per lui; scopre la
libertà e a questa non vi rinuncerà più. Ecco creato il bambino di
strada! Ma nella strada cade nelle mani di altre forze, la
principale è la droga, il narcotraffico. Ha bisogno della droga
per poter andare avanti. Comincia con la colla. Poi deve
mantenersi. Non sempre ha la forza per lavorare. Così chiede la
carità o ruba. Impara un'aggressività verso gli altri. E quando
questo si realizza, sopraggiunge il castigo: la società si arma
contro di lui. Molti vi trovano la fine della loro vita per
l'intervento degli squadroni della morte, spesso mandati da
commercianti perché danno fastidio e rubano. Perché il bambino di
strada sta dov'è il commercio, lo si trova dove circola denaro
contante. Altra violenza è quella fatta sui bambini che non vivono
nella grande città ma devono iniziare subito a lavorare.
Recentemente ho visto su un giornale la foto di una bambina di
cinque anni col ciuccio in bocca e un machete che tagliava la
canna da zucchero.

Ma ce ne sono tanti altri di sette,
otto anni che lavorano nelle carbonaie. Un giorno questa violenza
avrà il suo ritorno dalla società, la società darà una risposta
alla violenza che fa un bambino: sarà il giorno che deve morire.
Questa è un'ingiustizia che grida forte dentro di noi che viviamo
vicino a loro. In favelas un bambino di nove, dieci anni guadagna
cinque volte di più della mamma che lavora tutto il giorno. Perché
da noi il salario minimo è di cento dollari, ma un bambino, solo
per fare da palo ai narcotrafficanti guadagna 5 o 6 salari. A 12
anni, se prepara i pacchettini della droga, guadagna da 8 a 10
salari. A 14 anni, se spaccia, guadagna 15-16 e una pistola. I più
coraggiosi si guadagnano un fucile AR15 e dai 20 ai 30 salari per
fare da guardie del corpo ai loro capi. Non arrivano ai 22 anni.
Ho vissuto in favela cinque anni. E ho visto tutti i giorni
passare dei cadaveri di bambini lungo un piccolo canale. Chi mai
saprà della loro morte? Rio de Janeiro conta otto milioni di
persone, circa la metà vive in favela. In ogni favela c'è il narco
traffico.

Abbiamo da poco iniziato a lavorare
in una parte della città, in un luogo diverso da dove abbiamo fin'ora
operato. E siamo andati a conoscere le comunità delle favelas. E
abbiamo capito che sette delle otto favelas visitate appartengono
ad una fazione di narco trafficanti chiamata "Comando vermelho"
(comando rosso), mentre una appartiene alla fazione denominata "Terço
comando" (terzo comando). Ne consegue che noi non possiamo
chiamare i bambini di tutte le favelas e invitarli a venire da
noi, perché un bambino del "Terço comando" non può stare assieme
ad uno del "Comando vermelho". E anche noi dobbiamo capire a quale
fazione apparteniamo, seppure non abitiamo in quelle favelas.
Perché se faccio qualcosa che può nuocere al mio "comando", il
capo di quest'ultimo mi può ordinare che per quel giorno non si fa
scuola, i bambini vengono spediti a casa e si chiude, per quel
giorno, la scuola. Quel poco che riusciamo a dare lo
trasformano in voglia di vivere. I poveri non hanno bisogno di
tanto. Quel poco che riescono ad avere, senza bisogno di cercare
le infinite ricchezze, fa la loro felicità. Queste cose non si
vivono solo a Rio de Janeiro, ma in tutto il terzo mondo. Questo è
quanto vi posso raccontare.

Ma voglio aggiungere che avere da
voi questa solidarietà, ma soprattutto questa presenza insieme a
noi, ci da la forza di continuare, ci fa capire che non è tutto
perso, che nel mondo è possibile avere un luogo dove le persone si
possono incontrare, possono amare, possono vivere e fanno crescere
la speranza.
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