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Miguel, il piccolo giornalista del Barrio del Potosì. “Mi chiamo Miguel Quiňόnez Marías. Ho dodici anni e studio nella scuola Riva Esmeraldas, nel settimo grado. Vivo nel Potosí. Tutti i giorni mia zia mi prepara i manghi in pacchetti da vendere nel bus. Ogni pacchetto costa 25 centesimi.
A volte, invece, vendo la pipa, cioè il cocco fresco di cui si può bere l’acqua”. La storia di Miguel è un esempio di come i bambini possano vivere in Ecuador. Il piccolo venditore abita ad Esmeraldas, capoluogo dell’omonima provincia costiera ecuadoriana. Circa 150.000 abitanti, la più importante raffineria del paese, il porto, qualche industria di trasformazione del legname che arriva dal polmone verde al confine con la Colombia e, per il resto, una situazione generale di difficoltà economica. Il sessantacinque per cento delle famiglie vive di lavori saltuari, in nero. E’ dunque normale che i bambini collaborino al sostentamento della famiglia, vendendo caramelle sui pullman, lavorando come lustrascarpe nelle piazze e prestandosi per piccole commissioni. E a Miguel non manca lo spirito di iniziativa. Ha infatti accettato con entusiasmo di fare il corrispondente dall’Ecuador per una volontaria dell’ Ovci che dopo quattro mesi di servizio è appena tornata in Italia.
“Nonostante l’immenso dispiacere nel lasciare questo posto e questi amici – racconta la volontaria– sono stata costretta a tornare. Ma prima di partire ho detto a Miguel che mi serviva un giornalista. Sono io quel giornalista? Mi ha risposto. Certo sei tu, gli ho spiegato. Ogni mese mi mandi le ultime notizie degli amici, cosa sta cambiando, come vanno le cose. Al ché lui mi ha detto: ci sto. Ci vediamo presto. Adesso vado a vendere i manghi”. E questo è quanto Miguel ha raccontato nel primo numero del suo giornalino dal Barrio del Potosí. “Mi piace giocare a calcio – racconta Miguel -. Mi piace anche fare i compiti e dare una mano in casa. Ogni sera spazzo, riordino e poi vado a dormire”. La famiglia di Miguel abita nel quartiere chiamato Potosí, dal nome di un benzinaio che si incontra scendendo una scala laterale che dalla città porta al fiume e alle case. Attraverso quella scala emergono tutti i giorni frotte di bambini, soprattutto maschi, che si guadagnano la giornata arrangiandosi. C’è chi porta la spazzatura, chi spazza i marciapiedi e chi fa tappa fissa dai gringos di Calle Morona,inevitabilmente vittime del fascino di questi piccoli imprenditori affamati.
“Il mio quartiere è vicino al fiume, di fronte alla Isla Grande. Ci vive molta gente – scrive il piccolo giornalista -. I miei amici si chiamano Patricio, Andrés, Gillo, Coco, Rosalba, Leni, Cateto, David, Carmen, Fernanda, Gina, José, Victor Hugo, Kayapo, Ciro, Circuito. Tutti insieme facciamo il bagno nel fiume, giochiamo a Ce l’hai , a nascondino e a sinqueterones. Uno si prepara e gli altri salgono sulla sua schiena finché tutti si cade. Mentre saliamo e cadiamo bisogna cantare: Segunda la que te hunda. Tercera la toca entierra. Cuarta la que te parta. Quinta la patadira. Sexta con una mano. Septima sin ni una mano. Octava la medialuna. Novena la carambola. Altre volte andiamo a pescare conchimalas e tilapias, che poi vendiamo per un dollaro. Altre volte vendo i manghi o il cocco”. Lungo il fiume del Barrio del Potosí, negli ultimi anni, sono nate molte case di canna, tirate su da famiglie numerose che campano con poco. Questa gente è costretta ad arrangiarsi scadendo spesso in attività non proprio legali.
 Il borseggio è quasi normale. Quando qualcuno arriva alla scala c’è sempre chi è pronto a investigare e a informare chi sta sotto, per evitare di incappare in poliziotti o in qualche avversario appartenente ad altre pandillas ”. “Questo è solo un quadro sintetico di quello che accade là normalmente. Adesso, per le novità, non resta che aspettare il secondo numero del giornalino Barrio del Potosí, scritto e diretto da Miguel Quiňόnez Marías, dodici anni e tanta voglia di fare”.
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