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Tanto tempo fa c'era una damigella che viveva in un castello; era una bionda e bella fanciulla. Il castello sorgeva alto su una rupe, sotto la quale c'era una gola in cui scrosciavano le acque di un torrente di montagna. Il posto era bello, ma la vita vi si svolgeva sempre uguale. I giorni trascorrevano senza che mai succedesse qualcosa di nuovo. Alla damigella non mancava niente, tuttavia sentiva spesso il desiderio di qualcosa che neppure sapeva nominare. Passava giorni interi sulle mura del castello a guardare giù nella gola, ma non vi vedeva altro che il torrente scorrere nel suo angusto letto. Un giorno dalle mura videro un cavallo al galoppo salire lungo lo stretto viottolo che portava al castello. In sella c'era un forestiero dalla pelle scura e dai capelli neri.
Quando il cavaliere balzò di sella e bussò forte al portone del castello, la damigella sentì che il suo destino si stava compiendo: si era innamorata del forestiero. Tremando aprì il portone. Il cavaliere le disse che veniva da lontano e cercava un rifugio per la notte. La damigella lo fece entrare e lo invitò a sedersi a tavola: gli mise davanti i cibi e le bevande più prelibate. I due stettero a lungo seduti l'uno accanto all'altra. Il cavaliere parlò alla damigella della sua terra, che aveva dovuto abbandonare perché vi regnava la miseria più nera. Parlò del lungo e faticoso viaggio che aveva compiuto e dei progetti che pensava di realizzare in quel nuovo paese. Anche se a volte faticava a capire ciò che il cavaliere le diceva, dato che questi aveva scarsa dimestichezza con la lingua del posto, tuttavia la ragazza pendeva dalle sue labbra e contemplava intenerita il suo volto, tanto diverso da quello degli uomini della sua terra. Non ci volle molto alla damigella per capire che lo straniero ricambiava il suo amore. Egli passò la notte al castello, si trattenne anche il giorno dopo e la notte successiva e infine fu convenuto che sarebbe rimasto per sempre. Poco tempo dopo la fanciulla e il cavaliere si sposarono. Erano così felici di stare insieme che non si accorsero che parecchia gente non approvava la loro unione. Quelli che maggiormente la osteggiavano erano i genitori della ragazza. Il giorno delle nozze sua madre non faceva che sospirare, e quando i due sposi si scambiarono gli anelli esclamò ad alta voce: «Guardate che belle mani bianche ha mia figlia! Questo matrimonio non potrà andare a buon fine: lei così bionda, fine e delicata, e lui così scuro e diverso!».
Il cavaliere e la sua sposa si trasferirono in un altro castello, dove vissero felici. E la loro felicità fu ancora più grande quando nacque loro una bambina. Era bellissima, con la pelle bianca della madre e i capelli neri del padre. Fu chiamata Belinda: i suoi genitori l'amavano molto ed erano disposti a fare qualsiasi cosa per lei. Passarono gli anni. Belinda diventava grande e per lei era naturale che i suoi genitori fossero l'uno diverso dall'altra. Le piaceva starsene sulle ginocchia di suo padre e farsi raccontare da lui le storie della sua terra natia. Più il tempo passava e più il cavaliere si sentiva a proprio agio in quel paese, che ormai era diventato la sua patria. Ben presto prese a occuparsi delle proprie attività, come facevano i cavalieri originari di lì. C'erano però delle usanze a lui care che aveva portato dalla sua terra d'origine e alle quali non voleva rinunciare. Ad esempio, nessuno come lui teneva in conto l'ospitalità. Chiunque bussasse alla porta del castello veniva ricevuto con cordialità e accompagnato nel salone, dove gli venivano offerti i cibi più prelibati. L'ospite aveva a sua disposizione un alloggio per la notte, e sempre il cavaliere lo invitava a prolungare il suo soggiorno al castello. La damigella si era innamorata dello straniero anche per quel suo insolito modo di comportarsi. Però in seguito le idee della donna cambiarono: ella pretese che il marito lasciasse perdere quelle sue usanze. Ma il cavaliere non intendeva rinunciarvi, e così iniziarono i contrasti tra i due. La moglie gridava: «Se davvero mi amassi sarebbe facile per te farla finita con queste stupide abitudini! Senza contare che la gente si fa beffe di me, quando viene a sapere che mio marito si comporta in questo modo!». E il cavaliere urlava di rimando: «Se davvero mi amassi non baderesti a quello che dice la gente! Quando si trattava di sposarmi ti andavo bene com'ero, e adesso dovrei comportarmi agli occhi degli altri come se non fossi uno straniero! Mai e poi mai!». Così andavano le cose. E intanto i due avevano dimenticato quanto erano stati felici l'uno con l'altra e con la loro figlia. Belinda non riusciva a capire come mai tutto fosse cambiato e soffriva molto. I litigi si fecero sempre più aspri e frequenti. Una mattina la mamma svegliò la figlia dicendole: «Alzati, Belinda: partiamo!». Belinda era sconcertata, nessuno le aveva parlato di un viaggio da farsi. Solo mentre stava per uscire dal portone del castello su una carrozza insieme a sua madre e a tutti i bagagli, la bambina si accorse che suo padre non era con loro. Si rivolse alla mamma, che le disse: «Dobbiamo andarcene. Tuo padre e io siamo troppo diversi, non avremmo mai dovuto sposarci». Pronunciò queste parole con una tale risolutezza che Belinda non osò più fare domande.
 Il viaggio portò la carrozza al castello sulla rupe dove la mamma aveva vissuto prima di sposarsi. Madre e figlia si sistemarono là. Adesso era Belinda a salire spesso sulle mura e guardare giù verso il torrente che scorreva in fondo alla gola. Sentiva la mancanza di suo padre, e stava a lungo a osservare se per caso non apparisse sul viottolo che portava al castello. Ed ecco che un giorno il padre si presenta davvero: arriva su un cavallo al galoppo, balza di sella e bussa con forza alla porta del castello. La madre di Belinda apre una finestra e gli grida: «Che vuoi qui? Vattene per la tua strada, questo non è il tuo castello né il tuo paese e io non sono più tua moglie!» . «Ma Belinda è mia figlia!», urla il cavaliere, «voglio vederla, voglio parlarle e stare con lei!».Anziché rispondergli, la donna chiude la finestra e fa uscire le guardie perché lo caccino via. Piena di tristezza, Belinda sta a guardare il padre che si allontana.
 Egli tuttavia ritornò, portando altra gente con sé. Chiese nuovamente di poter vedere la figlia, e di nuovo ottenne un rifiuto. I cavalieri che erano venuti con lui cercarono di dare l'assalto al castello, ma furono respinti. E il cavaliere si presentò una terza volta davanti alla fortezza, gridando: «Voglio vedere mia figlia! Soltanto per un'ora! Lasciatemela vedere!».  La damigella si affacciò a una finestra: «Vuoi portarla con te nella tua terra, lo so bene! Non ti darò mai mia figlia!». Col passare del tempo la contesa si fece sempre più aspra. Quanto più il padre cercava di penetrare nel castello per poter vedere la figlia, con un seguito sempre più numeroso di cavalieri e scudieri, tanto più il castello veniva fortificato, le mura elevate, il fossato approfondito. Un giorno Belinda si fece coraggio e disse alla madre: «Quando mio padre verrà, lasciami uscire! Mi piacerebbe tanto rivederlo, parlargli, stargli in braccio e ascoltare le sue storie!» . La madre si coprì il volto con le mani e rispose tra i singhiozzi: «Non posso, figlia mia! Ti rapirebbe, lo so! Se potesse averti nelle sue mani, ti porterebbe lontano e io non ti rivedrei più!». Belinda non riusciva a crederci: sapeva che suo padre non le avrebbe mai fatto del male. Tuttavia non poteva contraddire sua madre, così afflitta e preda di un pregiudizio tanto angoscioso.
La vita della bambina al castello si faceva di giorno in giorno più difficile e insopportabile. Sua madre era diventata talmente ansiosa che non trascurava nulla per rendere il castello sempre più sicuro e inespugnabile. Le mura furono elevate e in cima ad esse furono collocati spuntoni aguzzi di ferro, il fossato fu reso più largo e profondo, pattuglie di sentinelle si alternavano di continuo nei giri di ronda. Anche all'interno del castello molte cose cambiarono. Belinda non poteva quasi più lasciare la propria stanza, che era sempre più simile a una prigione. Non poteva più salire sulle mura e a malapena si ricordava di aver giocato nel bosco. Passava le sue giornate leggendo libri e si sfogava sognando una vita migliore di quella che le toccava sopportare. Un giorno trovò in uno degli scaffali della biblioteca un vecchio libro con una pesante rilegatura in pelle, che con gli anni aveva visto ingiallire le sue pagine e si era ricoperto di polvere. Incuriosita, lo sfogliò e vi trovò una storia che la avvinse fin dalle prime righe.«Un ricco signore possedeva un frutteto, in cui crescevano dei bellissimi meli carichi di frutti. Quando le mele furono mature, il proprietario tutto compiaciuto prese a passeggiare ogni tanto per il frutteto assaporandone qualcuna. Un giorno passò di lì un uomo, si fermò vedendo tutti quei bei frutti e disse: "Per favore, datemi una di queste mele squisite. Voi ne avete tante, e io ho una fame!". "Eh no", rispose il ricco signore, "tu vuoi derubarmi, conosco le tue intenzioni. Se ti dessi una mela, me le prenderesti tutte!". «Il riccone cacciò via il poveretto e lo minacciò, dicendogli che avrebbe sguinzagliato i cani se si fosse fatto rivedere. Ma quando il mattino dopo tornò nel giardino, vide che sui suoi meli non c'era neanche più un frutto.
Sotto l'albero più grosso c'era un foglietto, su cui erano scritte queste parole: "Se mi avessi data una delle tue mele, me ne sarei andato contento. Ma la fame si faceva sentire, allora mi sono nascosto nelle vicinanze per riempirmi lo stomaco facendomi beffe di te. Mentre la notte scorsa mi stavo introducendo di nascosto nel tuo frutteto, pensavo: visto che sono un ladro, posso rubare quanto voglio. E così mi sono preso tutte le mele. Se me ne avessi regalata una, mi sarebbe bastata quella"». Belinda lesse più volte il racconto, poi prese il libro, andò da sua madre e le lesse ad alta voce la storia. Arrivata alla fine, disse a voce bassa: «La stessa cosa vale per noi. Mio padre ha voglia di vedermi, e se il suo desiderio non sarà soddisfatto mi rapirà. Quanto più grande è la sua voglia di vedermi, con tanto maggiore insistenza tenterà di arrivare a me. Non c'è castello al mondo che sia in grado di opporsi a una tale brama. Per me ormai questo castello è diventato una prigione da cui non posso uscire». La madre di Belinda tacque a lungo, poi mormorò: «Forse hai ragione. La mia paura di perderti è così grande che non ti credo al sicuro neppure protetta dalle mura più solide e dai fossati più profondi. Certo non riuscirò mai a costruire una muraglia che sia più alta della mia paura». Proprio allora da fuori si sentirono urla e strepito di armi: il castello veniva attaccato un' altra volta dal padre di Belinda e dai suoi amici. «Vieni con me», disse la madre a Belinda. Uscirono insieme dalla stanza, attraversarono il cortile e giunsero davanti alla porta del castello. La donna ordinò alle guardie di aprirla: esse ubbidirono incredule ed esterrefatte. Davanti alla porta si erano raccolti molti guerrieri a cavallo, guidati da un gagliardo cavaliere vestito di un' armatura scintillante, con la visiera abbassata. Quando la porta si aprì e Belinda e sua madre uscirono dal castello, ogni rumore cessò. Nessuno parlava, solo i cavalli sbuffavano piano e battevano gli zoccoli sul terreno.
Il cavaliere che stava davanti a tutti gli altri alzò la visiera dell' elmo. Belinda riconobbe suo padre. «Ascolta», disse la donna rivolta al cavaliere, «eccoti nostra figlia. Mi è molto difficile vincere la paura che tu la rapisca per portarla nella tua terra. Ma ti crederò, se davanti a tutti questi cavalieri mi darai la tua parola d'onore che me la riporterai». «Davanti a tutti questi cavalieri ti do la mia parola d'onore», disse solennemente il padre di Belinda levando la mano. «Vieni, Belinda, è da tanto tempo che aspetto di vederti, da troppo tempo! Questa sera ti riporterò a casa». Belinda corse da suo padre, che la issò a cavallo e si allontanò lentamente con lei. Felice, la bambina fece un cenno con la mano a sua madre, dicendo: «Stasera sarò a casa!». E sapeva che sarebbe stato così.
Per i genitori: «lI presunto rapimento» ovvero la paura è una cattiva consigliera
Antefatto
Belinda ha sette anni. Sua madre è tedesca, suo padre è uno straniero dalla pelle scura. Dopo che i due si sono separati, la donna sottrae la figlia al marito e giustifica il suo comportamento dicendo di temere che la bambina venga rapita dal padre. Quest'ultimo, non potendo più vedere la figlia, minaccia effettivamente di portarsela con sé al suo paese. La minaccia accresce il timore della donna, che tiene nascosta la figlia.
Obiettivo
La fiaba ha lo scopo di indurre Belinda a esprimere il suo desiderio di star vicina al padre. La madre deve riconoscere che il suo modo di comportarsi può aumentare il pericolo di un rapimento, se non addirittura favorirlo. Non esiste ostacolo che sia più difficile da superare della paura della madre. La bambina, al posto di una gradevole sensazione di sicurezza, prova un senso di oppressione e reclusione. In fondo occorre far capire alla donna che suo marito, pur minacciandola, gode, com'è giusto, della fiducia di sua figlia.
Procedimento narrativo
La metafora rende evidente che con l'escalation il problema diventa apparentemente irresolubile. Può essere utile il consiglio offerto da una fiaba nella fiaba. La soluzione proposta è la seguente: «In una situazione che si è bloccata fa qualcosa di nuovo, e fallo fino in fondo».
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