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Un bel giorno dell'ottobre 1943 videro tornare a casa mio nonno, liberato perché i francesi erano di nuovo amici e ci furono momenti di allegria e di gioia, ma anche di passione per i figli al fronte. Poi mio nonno venne giù a Modena e andò dall' amico commerciante di cavalli, Tullio Pellicani. Quando gli raccontò ciò che aveva subito nel campo di prigionia, il Pellicani si mise a piangere e gli diede a credito un mulo e un cavallo per tornare a fare gli spettacoli: «Scegliti quelli che vuoi, me li pagherai quando avrai i soldi». Poi il nonno tornò a Prignano. Quando i carabinieri videro il nonno con i due animali lo accusarono subito di furto e telefonarono all'allevatore di Modena che disse: «lo a Giovanni ne avrei dati anche di più, ma lui si è accontentato di quelle due bestie!» Allora il maresciallo dei carabinieri si scusò con il nonno, gli strinse la mano e lo considerò persona degna di fiducia e di stima.
Dopo qualche giorno la mia famiglia lasciò definitivamente Prignano e si fermò a Modena. Qui si trovarono tutti i figli rimasti della zia Mariettina, dello zio Noti e del nonno, andarono a manghel un po' di vino (manghel significa "andare a chiedere") e una sera fecero una grande festa d'addio. Al mattino infatti le tre famiglie si divisero: la zia Mariettina con i suoi figli cominciarono a girare nella zona di Milano, lo zio Noti verso Ferrara e la Romagna (poi nel bolognese), noi nel mantovano e nel modenese. Continuavamo a posteggiare, anche se gli uomini nello spettacolo erano pochi perché i figli del nonno erano tutti al fronte. Visto che mancava anche il toni per un periodo fu mia mamma a ricoprire quel ruolo. Il suo nome d'arte era il più buffo e strano mai sentito in una pista da circo: "Conserva". Vestita da toni faceva anche le entrate. Nell'Aprile del 1945 c'erano i tedeschi in ritirata. Molti sinti facevano i partigiani.Per esempio mio cugino Lucchesi Fioravante stava con la divisione Armando, ma anche molti di noi che facevano gli spettacoli durante il giorno, di notte andavano a portare via le armi ai tedeschi. Mio padre e lo zio Rus tornarono a casa nel 1945 e anche loro di notte si univano ad altri sinti per fare le azioni contro i tedeschi nella zona del mantovano fra Breda Salini e Rivarolo del Re (oggi Rivarolo Mantovano), dove giravamo con il postone che il nonno aveva attrezzato. Erano quasi una leggenda e la gente dei paesi li aveva soprannominati «I Leoni di Breda Solini», forse anche per quella volta che avevano disarmato una pattuglia dell' avanguardia tedesca.
Erano entrati nel cuore della gente come eroi, anche per il fatto che usavano la violenza il minimo necessario, perché fra noi sinti non è mai esistita la volontà della guerra, l'istinto di uccidere un uomo solo perché è un nemico. Questo lo sapeva anche un fascista di Breda Solini che durante la Liberazione si era barricato in casa con un arsenale di armi, minacciando di fare fuoco a chiunque si avvicinasse o di uccidersi a sua volta facendo saltare tutta la casa: «lo mi arrendo solo ai Leoni di Breda Salini». Così andarono i miei, ai quali si arrese, ma venne poi preso in consegna lo stesso da altri partigiani, che lo rinchiusero in una cantina e lo picchiarono.  Erano anni brutti, si vedevano morti lungo le strade, e durante i bombardamenti, spesso , dall' alto,  le nostre carovane venivano scambiate per convogli militari, e si rischiava di prendersi una mitragliata. Una di queste aveva ucciso gli animali che erano stati comperati dal nonno a Modena. Un mattino che eravamo montati a Rivarolo, venne a parlare con mio nonno un ufficiale tedesco per ordinarci di fare, la sera stessa, uno spettacolo d'arte varia.
Il nonno disse che non avevamo nessuno che suonasse, ed allora i tedeschi gli proposero di prendere a suonare Gorni Kramer, il famoso maestro d'orchestra, che abitava proprio in quel paese. Così la sera quel famoso maestro suonò (lui pure obbligato) nel nostro spettacolo. Dopo due giorni in quella zona ci fu la liberazione. I partigiani presero Gorni Kramer e suo padre Gallo e lo volevano fucilare, perché qualcuno in paese aveva detto che era un collaborazionista che lavorava per i tedeschi. Il nonno insieme a mio padre ed allo zio corsero sul posto, si fecero riconoscere come i "Leoni di Breda" e spiegarono che il maestro aveva suonato solo perché obbligato, e che se avessero fucilato lui, dovevano fucilare anche loro che pure avevano fatto i numeri per i tedeschi, ma che erano stati partigiani come loro contro i tedeschi. Così il capo dei partigiani lasciò perdere tutto e Gorni Kramer dovette la sua vita al nonno e ai suoi figli. Con la liberazione tutta la famiglia era riunita, mancava solo il Fradelin, che si dava per morto in prigionia o disperso. Lo zio Fradelin era a Gorizia l'8 settembre del' 43. In quella zona i soldati tedeschi impararono dell' Armistizio prima ancora dei nostri soldati, roba da vergognarsi di essere italiani. Tanto che i nostri soldati si ritrovarono prigionieri che non capivano neanche cosa stesse accadendo. Così tutti i prigionieri furono mandati nel campo di prigionia di Lisphenausen in Germania, e lì lo zio stette fino a che fu liberato, costretto ai lavori forzati sulla linea ferroviaria di Kassel.
 Di questo noi non si sapeva niente, e la nonna chiese alla Madonna delle Grazie di Mantova, pregando nel grande santuario, che suo figlio potesse tornare a casa. Dopo due giorni la grazia era esaudita e venne a casa lo zio Fradelin. Io avevo sei anni e mi ricordo bene: aveva un fagottino sulle spalle ed era magrissimo per gli stenti che aveva patito. Pesava 36 Kg. La nonna non faceva altro che ripetere: Da pedaras u Deval vias chere, che nella nostra lingua significa: "Ringraziando Iddio è tornato a casa".
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