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Nel1960 il nonno con i
figli, visto che gli affari andavano bene, decise di comperare un
circo con il sapitò. Aveva un tendone ovale e misurava 18 metri
per 24. Lo comperammo dal circo Faggioni, visto che loro se lo
fecero nuovo. Lo abbiamo contrattato e un giorno partimmo da
Cittadella per andarlo a prendere in un magazzino di Ravenna. Il
sapitò ci consentiva di lavorare anche d'inverno e di avere più
attrezzi a disposizione. Il primo spettacolo fu a Modena, in uno
spiazzo che c'era in via Pergolesi. Era tutto un divertimento. Ero
giovane, facevo tante amicizie, e come artisti venivamo invitati a
cena in casa dei gagi. Era usanza, anzi, che dopo lo spettacolo,
sulla pista, si facessero mangiate e bevute insieme agli
spettatori.

Oppure cucinava la nonna
qualche piatto sinto, come la stènfardi, una pasta che viene cotta
nell'umido del ragù anziché nell'acqua bollente, oppure la
fricassea, che è una frittata con lardo, cotiche, cipolla, aglio,
conserva, pepe, pane grattugiato e patate. Il nonno invece era
insuperabile a cucinare le lumache, che faceva in più di dieci
modi diversi. Nel 1961 mi sono sposato al modo nostro e insieme a
mia moglie abbiamo messo su una famiglia. Nel febbraio del 1962,
che eravamo fermi in Cittadella a Modena, mi nacque il primo
figlio, Johnny, all'ospedale S. Agostino. Mi sono sentito molto
contento e molto felice di essere diventato padre. Poi alla fine
del'63, in novembre è nato Bob, e fui ancora più contento di
essere padre di due maschi. Nel'65, in luglio, è nata la Pen ed
ero ancora più contento perché avevo una femmina. E così ne ho
avuti otto. Verso la metà degli anni' 60 cominciano anni
molto difficili per il circo. Anche gli Orfei entrano in crisi.
Gli Orfei sono una famiglia particolare, onestissima, che per
pagare i loro artisti puntualmente facevano debiti in prima
persona: così anche nei periodi in cui sembrava dovessero mollare
tutto. Forse sono stati salvati economicamente dai film di
Maciste. Infatti la serie di quei film ebbe un ritorno di immagine
ed economico per loro molto importante di immagine perché molti di
loro recitavano in quei film, economico perché furono impegnati i
loro animali feroci.

Gli Orfei sono una famiglia che stimo
molto, sia per la fortuna che hanno avuto, ma soprattutto perché,
anche in televisione, non hanno mai rinnegato la loro origine
sinta, al contrario dei Togni. Moira, qualche tempo fa, scrisse e
cantò anche una canzone in romanes e mandò qualcuno dei suoi a
chiedere come si chiamavano le lacrime: roepe. In quel periodo
anche per noi le cose cominciano ad andare male. La gente, con lo
sviluppo di altre attrazioni, veniva meno. Forse preferiva andare
a ballare, o guardare la TV, oppure trascorrere le serate al
cinema. Poi le amministrazioni cominciavano a concederci solo zone
più marginali. Molte sere non c'era incasso e i più giovani erano
demotivati, dicevano di voler smettere con quel lavoro, che si
rischiava l'osso del collo per niente, ed erano presi dalla noia.
Molte famiglie circensi come la nostra avevano già chiuso, ed
erano andate a lavorare in circhi più grossi, ma era una vita
peggiore, perché si doveva fare tutto il lavoro di montaggio, di
manutenzione, più due spettacoli giornalieri, per una busta paga
che spesso non bastava. Con il pianto nel cuore il nonno e lo zio
decisero che era giunto il momento di smettere, ma la cosa che ci
interessava di più era di girare, perché quella sì che è una forza
che abbiamo dentro nel sangue. Così vendettero a Francesco Orfei
il sapitò e decisero che avremmo comprato delle giostre.
Nell'estate del 1964 eravamo senza niente. Non avevamo più il
circo e non avevamo acquistato ancora le giostre. lo ebbi l'idea
di posteggiare da solo insieme a mia moglie Antelma, senza
attrezzi, solo con cento sedie. Mia moglie era molto brava e
sapeva fare salti mortali d'altezza da 5 tavoli e , soprattutto,
faceva salti di scimmia (ne faceva fino a dieci di fila!). Poi
faceva caucciù, cioè il contorsionismo, e i balletti gitani al
suono di un giradischi. lo facevo il toni, il trampolino e i salti
a terra.

Essendo solo in due a lavorare non si aveva
il tempo per andare in camerino a cambiarsi, per questo allo
spettacolo mancava un po' di ritmo. Poi la gente era sempre più
esigente e cominciava ad avere delle pretese. Lavorammo per due
mesi e mezzo, poi decidemmo di comperare le giostre. Era l'autunno
del '64 e per noi finiva il tempo del circo. A ripensarci adesso
provo molta nostalgia, soprattutto per questo ultimo periodo in
cui ho lavorato con a fianco mia moglie. A riguardo voglio
raccontare un altro episodio tragico e bello che ci successe a
Ravenna nel 1961. Mia moglie Antelma stava facendo i salti
d'altezza e slanciò il salto mortale finale all'indietro.
Tecnicamente riuscì bene, solo che cadde fuori dal pagliericcio, e
si ruppe l' osso della caviglia. La presi e la portai al pronto
soccorso. Solo a vedere il dottore cominciò a gridare che non era
carnevale, che quello era un posto serio. Dovetti sudare sette
camicie per scusarmi. Il fatto è che, preso dalla fretta ,ero
rimasto vestito da toni, con la giacca e il trucco, e di cambiarmi
non ci avevo proprio pensato! Mia moglie Antelma non poté lavorare
per cinquanta giorni. Le mie prime due giostre erano un tiro a
razzi e una giostrina per bambini senza motore, che facevamo
girare a mano, poi in un secondo momento con un mulo. Dal '64 ad
oggi ho sempre girato per fiere e per Luna Park in giro per i
paesi, porando il divertimento ovunque: S. Giacomo, Mirandola,
Fossa di Concordia, S. Prospero, Quarantoli, Gavello,
Guardaferrarese, Alberone, Ro, Berra, Gradisca, Voghenza, Goro e
tante altre piazze. Fino agli anni settanta questo lavoro dava
delle soddisfazioni: c'era la disponibilità di buone piazze e
dunque la possibilità di guadagnare bene. Poi anche se mancava il
fascino del mondo del circo, questo era un lavoro che permetteva
di girare, e questo per me era una cosa molto importante. Intanto
la mia famiglia cresceva ed io ero molto contento. Credo di essere
stato una buona guida per i miei figli, perché ho insegnato loro a
vivere nel rispetto e nella lealtà come mi hanno mostrato i miei
vecchi.

Ho dato a loro il nostro mestiere e loro lo
hanno imparato fin da quando erano piccoli, perché hanno preso
tutto come un gioco. Loro sono diventati rispettosi con la gente,
sia gagi che sinti, mi hanno sempre aiutato e mi hanno donato
tutti i miei nipotini. ln inverno ho sempre continuato a fermarmi
insieme a tutti loro a Modena: dal' 43 al'46 a Canaletto, dal' 48
al '70 in Cittadella, dal '70 all'82 in via Razzaboni alla ,Sacca.
Dagli anni '70 il lavoro è andato sempre peggio ed è cominciata
una vera discriminazione verso noi giostrai sinti, il numero di
piazze si è ridotto, quelle che ci vengono offerte
sono sempre più decentrate e vengono tutelate sempre più le grandi
giostre rispetto a quelle piccole. I Comuni
concedevano permessi sempre più controvoglia, specie a chi non
aveva giostre dei grandi baracconi o le grandi
novità. Mi ricordo un episodio in particolare, ma potrei
raccontarne tantissimi altri simili a questo. Nel 1974 chiesi al
nuovo sindaco di Bomporto il permesso di montare a Solara, una
piccola frazione. Lui disse di no e inventa una scusa.
Dice che quella che avevo chiesta era una piazza vicino alla
chiesa e che non si poteva fare uno spettacolo vicino a un
luogo sacro, che era una cosa "oscena". Non voleva sentire
ragioni. lo venni a sapere che in quella stessa piazza la
settimana prima il Comune aveva organizzato una parata con la
banda e le majorette. Allora andai alla caserma dei carabinieri a
denunciare il fatto. «Se la mia giostrina per bambini fa uno
spettacolo osceno», dissi io, «le majorette della banda musicale
lo fanno ancora più osceno, perché mentre ballano con la minigonna
ci si vedono anche gli slippini. La mia giostra invece non fa
vedere un bel niente!».

Poi continuo: «Visto che neanche il parroco
è contrario alla mia giostrina, perché il sindaco mi vuole negare
la concessione dopo anni che ci vado?» Il maresciallo, dopo avermi
ascoltato, telefonò al Sindaco: «Non capisco quale spettacolo
osceno può fare una giostrina. lo le chiedo, come maresciallo dei
carabinieri di dare il permesso al De Barre, perché ha una
famiglia numerosa da sfamare, ed è giusto che lavori». Anche le
leggi e i regolamenti diventavano sempre più severi e noi sinti
siamo comunque i meno tutelati e i meno rappresentati. Nella
nostra categoria infatti chi fa il bello e il cattivo tempo sono i
pirdi e i dritti.
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