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Due sposi avevano
avuto un figlio quando non erano più giovani e non speravano più
di averne e il ragazzo, di nome Jacal, crebbe viziato dal troppo
amore, dalle troppe attenzioni. Era prepotente, non gli piaceva
lavorare, spesso disobbediva ai genitori che non avevano il
coraggio di rimproverarlo e ricondurlo sulla retta via. Un giorno
la madre disse a Jacal:"Vai nel campo a raccogliere, qualche zucca
matura e delle pannocchie di mais per la cena". Il ragazzo non
aveva voglia di raccogliere zucche e mais, preferiva vagabondare
per la foresta senza fare niente, se sua madre voleva degli
ortaggi poteva andare a coglierli di persona. Stava inoltrandosi
nel folto quando vide una casa modesta, con il tetto di paglia. Su
una panca accanto alla porta era seduto un vecchio con la faccia
rugosa e gli occhi del colore del cielo in tempesta che fumava la
pipa.

Jacal
non lo salutò, non gli rivolse parole rispettose come devono fare
i ragazzi quando incontrano degli anziani, lo fissò soltanto, a
lungo, con aria insolente. Il vecchio smise di fumare e disse:
«Che cosa fai qui, ragazzo? Che cosa vuoi?» Jacal aveva camminato
a lungo e aveva fame. Rispose: «voglio che qualcuno mi dia
qualcosa da mangiare». «Nessuno lo farà, se ti comporti in modo
così villano. Non mi hai neanche rivolto un saluto e pretendi,
invece che chiedere con gentilezza. Ma non voglio essere troppo
severo con te, entra, mangeremo insieme.» Il vecchio e il ragazzo
cenarono fianco a fianco, poi Jacal affermò, con il solito tono
arrogante, che non aveva intenzione di tornare a casa a dormire e
ottenne di restare per la notte nella casa con il tetto di paglia.
La mattina seguente, al risveglio, disse al suo ospite: "Questo
posto mi piace, resterò con te per un po' di tempo». "Resta, se
vuoi» concesse il vecchio «ma io ora devo andarmene, ho dei lavori
da sbrigare e tornerò solo al tramonto. Tu, in cambio dell'
ospitalità, farai cuocere i fagioli per la cena.» Jacal pensò che
quello era un lavoro ben poco faticoso e acconsentì. "Bada, però,»
aggiunse il vecchio «dovrai mettere in pentola solo tredici
fagioli, non uno di più, non uno di meno. Ora ripeti quello che ti
ho detto.» "Ma sì, ma sì, mica sono stupido!» sbuffò Jacal. «Solo
tredici fagioli in pentola.» Il vecchio se ne andò scuotendo la
testa, Jacal fece una passeggiata nella foresta intorno alla casa
e rientrò al momento di cuocere i fagioli. Prese una pentola, la
riempì d'acqua, la mise sul fuoco e ci gettò dentro i tredici
fagioli. La pentola era grande, i fagioli quasi non si
vedevano."Sono troppo pochi per la cena" rifletté Jacal ad alta
voce "e non possono di certo sfamare due persone. I vecchi, si sa,
hanno poco appetito, ma io ne ho molto.»

E aggiunse altre due grosse manciate di
fagioli. Poco dopo l'acqua cominciò a bollire e i fagioli
cominciarono a gonfiarsi, a gonfiarsi, tanto che traboccarono
dalla pentola. Jacal raccolse e li mise in un'altra ancora più
grande. I fagioli continuarono a gonfiarsi al punto che tutte e
due le pentole si spaccarono e l'intero contenuto si sparpagliò
per terra. Quando il vecchio tornò a casa, vide quello sfacelo e
si arrabbiò. "Perché hai disobbedito ai miei ordini? Ti avevo
raccomandato di cuocere solo tredici fagioli, non uno di più, non
uno di meno.» Jacal non rispose, stava finendo di raccogliere i
fagioli dal pavimento. "Per stasera faremo a meno della cena»
riprese il vecchio. «Domani cuocerai di nuovo i fagioli, tredici,
naturalmente. Ah, un' altra cosa: qui in casa puoi fare tutto
quello che vuoi, curiosare dappertutto, ma non devi
assolutamente aprire quella porticina laggiù, nell'angolo.
Hai capito?» Jacal rispose con un cenno della testa, senza aprire
bocca. Quella notte, affamato per avere saltato la cena, si girò e
rigirò a lungo nel suo giaciglio e al mattino, quando il vecchio
uscì dopo avergli ripetuto gli ordini della sera prima, andò di
nuovo nella foresta con la speranza di saziarsi con della frutta
selvatica ma non ne trovò, era ancora acerba. Quando tornò a casa,
sempre più affamato, era ora di cuocere i fagioli. Questa volta ne
contò scrupolosamente tredici e li gettò nella pentola quando
l'acqua cominciò a bollire. Ora che non aveva più niente da fare,
il ragazzo cominciò a chiedersi che cosa ci fosse dietro quella
porticina che gli era stato proibito di aprire. Forse del cibo?
Del buon pesce affumicato o delle focacce di mais che il vecchio
non voleva dividere con nessuno.

La curiosità cresceva. Alla fine
Jacal si avvicinò alla porta e l'aprì. Vide
una stanza piccola, in penombra, che conteneva solo tre grandi
giare chiuse da pesanti coperchi e un baule con dentro due
mantelli, uno rosso, piuttosto pesante, e uno azzurro più leggero.
Una scoperta deludente, quella, a che cosa potevano servire dei
mantelli in piena estate? E dentro le giare, usate di solito per
l'acqua, che cosa poteva esserci? Jacal sollevò il coperchio della
più grossa. Immediatamente dalla giara cominciarono a uscire
grosse nuvole scure e minacciose che invasero la stanza, uscirono
dalla finestra e salirono a oscurare il cielo coprendo il sole. Un
freddo terribile avvolse la terra. Tremante, mezzo assiderato,
Jacal corse al baule, afferrò il mantello rosso e se lo avvolse
intorno al corpo. Non aveva finito di farlo che la casa fu scossa
dal fragore di un tuono e lui venne lanciato nel cielo mentre si
scatenava una violentissima tempesta. Il vecchio era sulla via del
ritorno. Sentì il rombo del tuono, sentì pioggia e grandine
abbattersi sulle sue spalle e subito pensò a Jacal,
alla sua abitudine a disobbedire. Corse a casa, scoprì la
porticina spalancata, scoprì la giara scoperchiata da cui
continuavano a uscire grossi nuvoloni. Subito rimise il coperchio
al suo posto, poi guardò dentro il baule e vide che mancava il
mantello rosso. «Quello sciocco ragazzo ha usato il mantello delle
tempeste!» esclamò. Indossò il leggero mantello azzurro e uscì
all'aperto. Subito la tempesta si placò e ]acal piombò giù dal
cielo, svenuto, proprio tra le braccia del vecchio che lo depose
sul letto e tornò nella stanza segreta. Aprì di nuovo la giara e
tutte le nuvole che avevano coperto il cielo vi furono risucchiate
dentro; poi ripose nel baule sia il mantello azzurro che quello
rosso e si dedicò a Jacal, gli tolse gli abiti fradici di pioggia
e grandine, lo portò vicino al fuoco, gli dette da bere un sorso
di liquore. Jacal aprì gli occhi. «Dove
sono? Che cosa è successo?» domandò con un filo di voce.

«È successo che a causa della tua
disobbedienza hai rischiato di morire. Se io non avesse capito,
dallo scatenarsi della tempesta, che avevi aperto la giara e
indossato il mantello rosso, se non fossi corso in tuo aiuto,
saresti rimasto nel cielo tra le nuvole, per sempre.» «Ma tu... tu
chi sei?» chiese Jacal, tremando di paura.«Sono Tlaloc, il Signore
della Pioggia, colui che interviene quando la siccità inaridisce i
campi, quando il calore dell' estate diventa troppo intenso,
quando i fiumi e i torrenti rischiano di andare in secca. Spero
che la lezione ti sia servita, ragazzo, e che d'ora in avanti
diventerai rispettoso e obbediente.» Jacal
promise e implorò Tlaloc di lasciarlo tornare a casa, giurò che da
quel momento in poi avrebbe obbedito ai genitori, che sarebbe
stato un figlio devoto e un buon lavoratore. Il Signore della
Pioggia glielo permise e lo congedò con un abbraccio. Da quel
giorno Jacal mantenne tutte le sue promesse, diventò la
consolazione dei genitori e ogni volta che il cielo si rannuvolava
e cadeva la pioggia, il suo pensiero correva a Tlaloc, colui che
aveva cambiato la sua vita.
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