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Vita e morte al campo

Venne l'alba. Immersi nel fango e nell'acqua
che ancora il cielo rovesciava a scrosci su di loro, gli ebrei
radunati nel bosco di betulle furono costretti ad alzarsi da terra
e a muoversi in direzione di un grosso edificio in mattoni rossi,
sormontato da un grande camino. Il crematorio 4. Tra le SS che
scortavano quel mesto corteo, c'erano uomini in divisa da detenuti
che cercavano sottovoce di parlare con tutti quelli che riuscivano
ad avvicinare. Davano consigli e istruzioni per sfuggire alla
morte. " Los, los... Aufstehen... Los...
Aufstehen..." urlava intanto l'ufficiale. Elisa Springer sentì una
mano posarsi sulla sua spalla, si girò e vide un detenuto dei
magazzini Canada: " Cerca di mostrarti in buona salute, datti una
pettinata, pizzicati le guance... Ce la puoi fare!"le disse,
allontanandosi subito.

L'ufficiale continuava a imprecare contro
gli sporchi ebrei che non volevano affrettare il passo e
distribuiva continuamente colpi di frusta, come se quegli esseri
umani sofferenti fossero bestie da circo. A un tratto Vittorio ed
Elisa si trovarono affiancati: "Ho saputo da un prigioniero che
adesso la polizia del campo procederà a una selezione... "Che cosa
significa?" chiese Elisa, spaventata. "Scelgono quelli che
faranno parte delle squadre di lavoro" rispose l'amico sottovoce.
"Oggi, sembra comunque che la procedura sia diversa dal solito. In
genere, la selezione degli abili al lavoro viene fatta sulla rampa
di arrivo... Non per niente la chiamano Judenrampe (la
rampa degli ebrei). Ma stanotte c'era troppa fretta e si
aspettavano convogli non previsti, che hanno costretto i tedeschi
a sistemarci nel bosco di betulle." "Allora, adesso le cose
miglioreranno" disse Elisa con poca
convinzione. "Non si conoscono i criteri con cui le SS fanno le
loro scelte... Forse in ragione dei bisogni di manodopera del
momento. Ma una cosa è sicura: se ci
spediscono nella fila di destra, ci rimarranno soltanto poche ore
di vita". Elisa Springer rimase sconvolta da questa affermazione:
"Cosa dici? Sei impazzito!" Intanto la colonna dei
deportati si era fermata davanti a un ufficiale con il camice
bianco, aperto sopra una divisa nera da SS. Scuro di capelli, il
suo viso non lasciava trapelare la benché minima emozione.
Dedicava poco più di dieci secondi a ciascuno e poi, dopo aver
chiesto l'età, divideva la colonna in due tronconi: destra e
sinistra. Accanto a lui, un deportato politico ucraino, che
osservava in silenzio la selezione, annotava su un registro le
generalità di coloro che erano destinati alla colonna di sinistra.
L'ufficiale medico SS era Joseph Mengele, il dottor
Morte; lo scrivano ucraino, un certo Bogdan, matricola
numero 3637, internato nel lager da ormai quattro anni. Quando fu
la volta di Herta con i suoi bambini, Elisa notò che l'SS in
camice bianco non alzò nemmeno gli occhi su di lei. Con il
frustino la spinse nella fila dove c'erano in maggioranza vecchi,
donne gravide, ammalati, invalidi e bambini. In quel momento si
sentì persa. Senza pensare a quello che le aveva detto Vittorio,
chiese in buon tedesco di poter seguire l'amica. D'improvviso, con
uno scatto di rabbia, Bogdan prese Elisa per un braccio, la
riportò nella colonna di sinistra e le disse: " Resta dove sei,
domani mi ringrazierai". Mengele non fece caso al fatto e proseguì
imperterrito il suo lavoro. Terminata la selezione, Herta e i suoi
figli e tutti i deportati della colonna di destra furono condotti
all'interno del cortile di quel fabbricato in mattoni rossi con un
grosso camino che fumava in continuazione. In meno di due ore
sarebbero stati fumo e cenere. Gli uomini e le donne rimasti sul
posto vennero spinti invece in due baracche diverse, destinate
alla disinfezione e alle docce.

Subito Elisa si vide costretta a spogliarsi
nuda davanti ai soldati SS armati e alle sorveglianti: come tutte
le donne, venne depilata, in ogni parte, le furono tagliati i
capelli e quando per pudore cercò di coprirsi il seno e di
nascondere il sesso, un nazista la colpì in faccia con un frustino
e le disse, ridendo con disprezzo: "Le braccia sui fianchi sporca
giudea". Come preda di una catena di montaggio, Elisa e le sue
trecento compagne di sventura passarono nella sala docce. I corpi
nudi erano cosi pressati che tutte ebbero la sensazione di
soffocare. Asciugate con enormi ventole che producevano aria
calda, subito dopo, ricevettero divise e abiti consunti, senza
biancheria e con zoccoli disuguali. Quel locale adibito alla
rasatura e alla disinfezione dei nuovi arrivati al campo era
chiamato «Sauna», uno spazio dove il deportato, dopo il lungo
viaggio, capiva definitivamente che il destino dei viventi ad
Auschwitz era quello di essere una massa di carne e ossa, che
vivrà perennemente ammucchiata, utile soltanto per l'energia
muscolare che sprigionava. L'ultima tappa dell'ingresso fu la
registrazione e la marchiatura del numero di matricola sull'
avambraccio sinistro. Per Elisa Springer, A24020. Il periodo di
quarantena fu duro ma trascorse senza incidenti. Elisa Springer
voleva vivere, a tutti i costi, e cercava di non cedere. Non
voleva darla vinta ai suoi aguzzini. Eppure, condizioni di
esistenza difficili da sopportare, vessazioni d'ogni genere,
sovraffollamento, torture, unite alla fame, alle epidemie di tifo
e alla depressione psichica indotta dalla violenta segregazione
erano la causa, ogni giorno, di centinaia di morti tra uomini e
donne, poco prima considerati abili al lavoro. Poi venne la vita
al campo. Ecco come lei stessa la racconta per brevi tratti,
segnati da una sofferenza sempre uguale.Trascorsi la mia
detenzione nel settore B di Auschwitz Birkenau) e
precisamente nella baracca I2... Costruita in legno, lunga circa
ottanta metri, senza finestre e con due entrate: una posteriore e
una anteriore. In mezzo una stufa di mattoni rossi con un camino
alto che io non ho mai visto funzionare nemmeno quando la
temperatura esterna scendeva a più di venticinque gradi sotto
zero. Alle pareti erano appoggiati dei tavolacci a castello su tre
piani separati uno dall'altro da un metro di altezza, sicché
non si poteva mai rimanere seduti con la schiena diritta, ma ci si
doveva
curvare assumendo la posizione degli animali rintanati nelle loro
cucce. Fummo costrette a dormire in dodici su quei tavolacci
larghi due metri e lunghi uno, sdraiate su un fianco e
immobilizzate, perché la mancanza di spazio impediva ogni
movimento... In questa terribile situazione cercai di sistemarmi
al meglio e occupai un posto all' ultimo piano riuscendo a
collocarmi sul margine esterno del tavolaccio in maniera tale da
avere più aria. Rimanevo in quella posizione tutta la notte in un
dormiveglia da incubo durante il quale la realtà perdeva i suoi
contorni per confondersi con i ricordi del passato e con
l'angoscia del presente. All' alba verso le cinque venivamo
svegliate dalla Blockowa I7, iniziava così la nostra giornata
fatta di miseria e paura... Ogni giorno c' era l'appello che aveva
luogo all'aperto.

Ci obbligavano in fila per cinque a rimanere
immobili con lo sguardo fisso per lunghe ore... L' impossibilità
di muoverci era assoluta e se qualcuna cedendo alla stanchezza e
agli stenti, crollava, le SS la sottoponevano alle più svariate
punizioni, coinvolgendo anche chi le aveva prestato aiuto. La
tecnica delle punizioni variava a seconda dei casi e dei momenti,
si passava dalle bruciature con il ferro rovente, alla strappo
delle unghie, ai calci o alle bastonate inferti con crudeltà...
Fra tutte, una delle più frequenti consisteva nel farei
inginocchiare con le mani sollevate verso l'alto
reggendo mattoni molto pesanti,
così eravamo costrette a rimanere immobili per ore fino a
quando non perdevamo i sensi. Le punizioni venivano riservate
anche a chi non comprendeva subito gli ordini impartiti dai
tedeschi.. . Una mattina per avere aiutato durante l'appello una
compagna che era sul punto di svenire, fui chiamata fuori dal
gruppo da un ufficiale che davanti a tutte con un ferro rovente,
mi bruciò la parte interna della coscia destra... Le continue
tensioni psicologiche e i maltrattamenti cui eravamo sottoposte
quotidianamente venivano aggravati dalla povertà del regime
alimentare. Al mattino ci veniva dato del surrogato di caffè che
io utilizzavo per lavarmi gli occhi e sciacquarmi la bocca, dal
momento che in quel periodo nel campo l'acqua scarseggiava. A
mezzogiorno veniva distribuita una zuppa grigiastra a base di rape
e ortiche... Nonostante bruciasse tremendamente, riuscivamo a
mandarla giù ugualmente. Un pezzo di pane di circa 250 grammi
fatto di farina di castagne e segatura doveva bastarci fino al
giorno dopo. Per cena ci veniva distribuito un quadratino di
margarina e un pezzetto di carne... Di notte, spesso venivamo
svegliate dalle grida di alcune compagne che litigavano
ferocemente. Ricordo madre e figlia. Una accusava l'altra di
rubarle il pezzo di pane che si era messa da parte per il giorno
dopo...Nel settembre del I944 ci fu un' epidemia di scabbia. Mi
ammalai anch'io. Le nostre baracche erano luride e fetide l' unica
coperta in dotazione era piena di pidocchi e sporca di
escrementi... Per oltre cinquant'anni Elisa Springer nasconderà la
sua storia di giovane ebrea deportata. Unico segno visibile, che
nessuno volle mai scorgere, un cerotto sul numero di matricola
tatuato nell' avambraccio sinistro. La piccola Lisl, così la
chiamavano mamma e papà Springer, oggi è una signora anziana, e si
direbbe realizzata e felice. A chiunque le chiede di Auschwitz
risponde: "Non ho mai smesso di vivere là... non ho mai lasciato
quel luogo di sterminio, i miei fratelli ebrei, morti senza
colpa".
Campo di concentramento e di sterminio di
AUSCHWITZ

Il campo di
Auschwitz venne aperto nel maggio del 1940, nei sobborghi di
Oswiecim, un villaggio polacco vicino a Cracovia. Fin dai primi
giorni, il comandante fu Rudolf Hoss, che in passato era stato
ufficiale a Dachau. Destinato originariamente ad accogliere 10.000
prigionieri di guerra russi,
divenne presto un campo di concentramento tra i più duri, dove i
detenuti venivano avviati al lavoro coatto. Già all'inizio del
1942 i prigionieri registrati risultavano 36.285, mentre i morti
per torture, esecuzioni, esperimenti medici e fame erano più di
20.000. Nel gennaio del 1942 venne completata la costruzione di un
nuovo campo alle dipendenze del precedente, denominato
Auschwitz-Birkenau, previsto per 100.000 prigionieri di guerra,
che in realtà divenne il più grande campo di sterminio degli ebrei
d'Europa. Il sistema Auschwitz comprendeva anche un campo
annesso alla costruzione degli impianti della IG Farben, chiamato
Auschwitz-Monowitz, dove lavorò anche Primo Levi. In realtà, a
parte i tre nuclei principali, dal lager di Auschwitz dipendevano
più di quaranta sottocampi di lavoro. Il totale dei deportati ad
Auschwitz viene oggi stimato nella cifra di 1.613.455, uomini e
donne, in prevalenza ebrei; mentre il totale dei morti è di
1.471.595 tra uomini, donne e bambini, dei quali almeno 1.000.000
furono ebrei. Questi dati da capogiro sono per difetto e tuttavia
rendono un'idea della dimensione dello sterminio perpetuato ad
Auschwitz dai nazisti. Lo sterminio di massa ebbe inizio nel
gennaio del 1942 e venne attuato con il funzionamento industriale
di quattro grandi camere a gas con annessi forni crematori (in
precedenza erano in funzione: una camera a gas nel
campo principale e due bunker ,
la casetta rossa e la casetta
bianca a Birkenau).

Per uccidere
gli ebrei veniva usato lo Zyklon B, con il quale nei periodi di
massimo funzionamento delle camere a gas si
uccidevano fino a 20.000 ebrei al giorno. Per chi non veniva
ucciso immediatamente dopo l'arrivo, la sopravvivenza media nei
sottocampi di lavoro forzato era da tre a sei mesi. Vi furono
deportati ebrei da tutta l'Europa, prigionieri russi, politici,
polacchi, zingari. L'ultimo appello nel campo fu fatto il 17
gennaio 1945 a dieci giorni dalla liberazione. Quando il 27
gennaio l'armata rossa entrò nel campo, nei vari settori e
sottocampi c'erano ancora 9.000 internati. Quanto ai bambini e ai
ragazzi ebrei oggi si calcola che ne siano stati internati più di
220.000. Oltre a questi, 11.000 adolescenti e bambini zingari. Il
giorno della liberazione, i detenuti
ancora in vita di età inferiore ai
quattordici anni erano 400,
per lo più molto ammalati e debilitati dalla fame, dal lavoro e
dagli esperimenti medici.

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