Home Su Liliana Segre La storia di Remy Il diario di Hans La storia di Simon Il silenzio di Elisa Una bimba Rom L'amica perduta Pino Franco Anna Frank Paura sotto le stelle Una bambina...  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vita e morte al campo

Venne l'alba. Immersi nel fango e nell'acqua che ancora il cielo rovesciava a scrosci su di loro, gli ebrei radunati nel bosco di betulle furono costretti ad alzarsi da terra e a muoversi in direzione di un grosso edificio in mattoni rossi, sormontato da un grande camino. Il crematorio 4. Tra le SS che scortavano quel mesto corteo, c'erano uomini in divisa da detenuti che cercavano sottovoce di parlare con tutti quelli che riuscivano ad avvicinare. Davano consigli e istruzioni per sfuggire alla morte. " Los, los... Aufstehen... Los... Aufstehen..." urlava intanto l'ufficiale. Elisa Springer sentì una mano posarsi sulla sua spalla, si girò e vide un detenuto dei magazzini Canada: " Cerca di mostrarti in buona salute, datti una pettinata, pizzicati le guance... Ce la puoi fare!"le disse, allontanandosi subito.
 L'ufficiale continuava a imprecare contro gli sporchi ebrei che non volevano affrettare il passo e distribuiva continuamente colpi di frusta, come se quegli esseri umani sofferenti fossero bestie da circo. A un tratto Vittorio ed Elisa si trovarono affiancati: "Ho saputo da un prigioniero che adesso la polizia del campo procederà a una selezione... "Che cosa significa?"  chiese Elisa, spaventata. "Scelgono quelli che faranno parte delle squadre di lavoro" rispose l'amico sottovoce. "Oggi, sembra comunque che la procedura sia diversa dal solito. In genere, la selezione degli abili al lavoro viene fatta sulla rampa di arrivo... Non per niente la chiamano Judenrampe (la rampa degli ebrei). Ma stanotte c'era troppa fretta e si aspettavano convogli non previsti, che hanno costretto i tedeschi a sistemarci nel bosco di betulle." "Allora, adesso le cose miglioreranno" disse Elisa con poca convinzione. "Non si conoscono i criteri con cui le SS fanno le loro scelte... Forse in ragione dei bisogni di manodopera del momento. Ma una cosa è sicura: se ci spediscono nella fila di destra, ci rimarranno soltanto poche ore di vita". Elisa Springer rimase sconvolta da questa affermazione: "Cosa dici? Sei impazzito!" Intanto la colonna dei deportati si era fermata davanti a un ufficiale con il camice bianco, aperto sopra una divisa nera da SS. Scuro di capelli, il suo viso non lasciava trapelare la benché minima emozione. Dedicava poco più di dieci secondi a ciascuno e poi, dopo aver chiesto l'età, divideva la colonna in due tronconi: destra e sinistra. Accanto a lui, un deportato politico ucraino, che osservava in silenzio la selezione, annotava su un registro le generalità di coloro che erano destinati alla colonna di sinistra. L'ufficiale medico SS era Joseph Mengele, il dottor Morte; lo scrivano ucraino, un certo Bogdan, matricola numero 3637, internato nel lager da ormai quattro anni. Quando fu la volta di Herta con i suoi bambini, Elisa notò che l'SS in camice bianco non alzò nemmeno gli occhi su di lei. Con il frustino la spinse nella fila dove c'erano in maggioranza vecchi, donne gravide, ammalati, invalidi e bambini. In quel momento si sentì persa. Senza pensare a quello che le aveva detto Vittorio, chiese in buon tedesco di poter seguire l'amica. D'improvviso, con uno scatto di rabbia, Bogdan prese Elisa per un braccio, la riportò nella colonna di sinistra e le disse: " Resta dove sei, domani mi ringrazierai". Mengele non fece caso al fatto e proseguì imperterrito il suo lavoro. Terminata la selezione, Herta e i suoi figli e tutti i deportati della colonna di destra furono condotti all'interno del cortile di quel fabbricato in mattoni rossi con un grosso camino che fumava in continuazione. In meno di due ore sarebbero stati fumo e cenere. Gli uomini e le donne rimasti sul posto vennero spinti invece in due baracche diverse, destinate alla disinfezione e alle docce.
Subito Elisa si vide costretta a spogliarsi nuda davanti ai soldati SS armati e alle sorveglianti: come tutte le donne, venne depilata, in ogni parte, le furono tagliati i capelli e quando per pudore cercò di coprirsi il seno e di nascondere il sesso, un nazista la colpì in faccia con un frustino e le disse, ridendo con disprezzo: "Le braccia sui fianchi sporca giudea". Come preda di una catena di montaggio, Elisa e le sue trecento compagne di sventura passarono nella sala docce. I corpi nudi erano cosi pressati che tutte ebbero la sensazione di soffocare. Asciugate con enormi ventole che producevano aria calda, subito dopo, ricevettero divise e abiti consunti, senza biancheria e con zoccoli disuguali. Quel locale adibito alla rasatura e alla disinfezione dei nuovi arrivati al campo era chiamato «Sauna», uno spazio dove il deportato, dopo il lungo viaggio, capiva definitivamente che il destino dei viventi ad Auschwitz era quello di essere una massa di carne e ossa, che vivrà perennemente ammucchiata, utile soltanto per l'energia muscolare che sprigionava. L'ultima tappa dell'ingresso fu la registrazione e la marchiatura del numero di matricola sull' avambraccio sinistro. Per Elisa Springer, A24020. Il periodo di quarantena fu duro ma trascorse senza incidenti. Elisa Springer voleva vivere, a tutti i costi, e cercava di non cedere. Non voleva darla vinta ai suoi aguzzini. Eppure, condizioni di esistenza difficili da sopportare, vessazioni d'ogni genere, sovraffollamento, torture, unite alla fame, alle epidemie di tifo e alla depressione psichica indotta dalla violenta segregazione erano la causa, ogni giorno, di centinaia di morti tra uomini e donne, poco prima considerati abili al lavoro. Poi venne la vita al campo. Ecco come lei stessa la racconta per brevi tratti, segnati da una sofferenza sempre uguale.Trascorsi la mia detenzione nel settore B di Auschwitz Birkenau) e precisamente nella baracca I2... Costruita in legno, lunga circa ottanta metri, senza finestre e con due entrate: una posteriore e una anteriore. In mezzo una stufa di mattoni rossi con un camino alto che io non ho mai visto funzionare nemmeno quando la temperatura esterna scendeva a più di venticinque gradi sotto zero. Alle pareti erano appoggiati dei tavolacci a castello su tre piani separati  uno dall'altro da un metro di altezza, sicché non si poteva mai rimanere seduti con la schiena diritta, ma ci si doveva curvare assumendo la posizione degli animali rintanati nelle loro cucce. Fummo costrette a dormire in dodici su quei tavolacci larghi due metri e lunghi uno, sdraiate su un fianco e immobilizzate, perché la mancanza di spazio impediva ogni movimento... In questa terribile situazione cercai di sistemarmi al meglio e occupai un posto all' ultimo piano riuscendo a collocarmi sul margine esterno del tavolaccio in maniera tale da avere più aria. Rimanevo in quella posizione tutta la notte in un dormiveglia da incubo durante il quale la realtà perdeva i suoi contorni per confondersi con i ricordi del passato e con l'angoscia del presente. All' alba verso le cinque venivamo svegliate dalla Blockowa I7, iniziava così la nostra giornata fatta di miseria e paura... Ogni giorno c' era l'appello che aveva luogo all'aperto.
Ci obbligavano in fila per cinque a rimanere immobili con lo sguardo fisso per lunghe ore... L' impossibilità di muoverci era assoluta e se qualcuna cedendo alla stanchezza e agli stenti, crollava, le SS la sottoponevano alle più svariate punizioni, coinvolgendo anche chi le aveva prestato aiuto. La tecnica delle punizioni variava a seconda dei casi e dei momenti, si passava dalle bruciature con il ferro rovente, alla strappo delle unghie, ai calci o alle bastonate inferti con crudeltà... Fra tutte, una delle più frequenti consisteva nel farei inginocchiare con le mani sollevate verso l'alto reggendo mattoni molto pesanti, così eravamo costrette a rimanere immobili per ore fino a quando non perdevamo i sensi. Le punizioni venivano riservate anche a chi non comprendeva subito gli ordini impartiti dai tedeschi.. . Una mattina per avere aiutato durante l'appello una compagna che era sul punto di svenire, fui chiamata fuori dal gruppo da un ufficiale che davanti a tutte con un ferro rovente,  mi bruciò la parte interna della coscia destra... Le continue tensioni psicologiche e i maltrattamenti cui eravamo sottoposte quotidianamente venivano aggravati dalla povertà del regime alimentare. Al mattino ci veniva dato del surrogato di caffè che io utilizzavo per lavarmi gli occhi e sciacquarmi la bocca, dal momento che in quel periodo nel campo l'acqua scarseggiava. A mezzogiorno veniva distribuita una zuppa grigiastra a base di rape e ortiche... Nonostante bruciasse tremendamente, riuscivamo a mandarla giù ugualmente. Un pezzo di pane di circa 250 grammi fatto di farina di castagne e segatura doveva bastarci fino al giorno dopo. Per cena ci veniva distribuito un quadratino di margarina e un pezzetto di carne... Di notte, spesso venivamo svegliate dalle grida di alcune compagne che litigavano ferocemente. Ricordo madre e figlia. Una accusava l'altra di rubarle il pezzo di pane che si era messa da parte per il giorno dopo...Nel settembre del I944 ci fu un' epidemia di scabbia. Mi ammalai anch'io. Le nostre baracche erano luride e fetide l' unica coperta in dotazione era piena di pidocchi e sporca di escrementi... Per oltre cinquant'anni Elisa Springer nasconderà la sua storia di giovane ebrea deportata. Unico segno visibile, che nessuno volle mai scorgere, un cerotto sul numero di matricola tatuato nell' avambraccio sinistro. La piccola Lisl, così la chiamavano mamma e papà Springer, oggi è una signora anziana, e si direbbe realizzata e felice. A chiunque le chiede di Auschwitz risponde: "Non ho mai smesso di vivere là... non ho mai lasciato quel luogo di sterminio, i miei fratelli ebrei, morti senza colpa".
Campo di concentramento e di sterminio di AUSCHWITZ

Il campo di Auschwitz venne aperto nel maggio del 1940, nei sobborghi di Oswiecim, un villaggio polacco vicino a Cracovia. Fin dai primi giorni, il comandante fu Rudolf Hoss, che in passato era stato ufficiale a Dachau. Destinato originariamente ad accogliere 10.000 prigionieri di guerra russi, divenne presto un campo di concentramento tra i più duri, dove i detenuti venivano avviati al lavoro coatto. Già all'inizio del 1942 i prigionieri registrati risultavano 36.285, mentre i morti per torture, esecuzioni, esperimenti medici e fame erano più di 20.000. Nel gennaio del 1942 venne completata la costruzione di un nuovo campo alle dipendenze del precedente, denominato Auschwitz-Birkenau, previsto per 100.000 prigionieri di guerra, che in realtà divenne il più grande campo di sterminio degli ebrei d'Europa.  Il sistema Auschwitz comprendeva anche un campo annesso alla costruzione degli impianti della IG Farben, chiamato Auschwitz-Monowitz, dove lavorò anche Primo Levi. In realtà, a parte i tre nuclei principali, dal lager di Auschwitz dipendevano più di quaranta sottocampi di lavoro. Il totale dei deportati ad Auschwitz viene oggi stimato nella cifra di 1.613.455, uomini e donne, in prevalenza ebrei; mentre il totale dei morti è di 1.471.595 tra uomini, donne e bambini, dei quali almeno 1.000.000 furono ebrei. Questi dati da capogiro sono per difetto e tuttavia rendono un'idea della dimensione dello sterminio perpetuato ad Auschwitz dai nazisti. Lo sterminio di massa ebbe inizio nel gennaio del 1942 e venne attuato con il funzionamento industriale di quattro grandi camere a gas con annessi forni crematori (in precedenza erano in funzione: una camera a gas nel campo principale e due bunker , la casetta rossa e la casetta bianca a Birkenau).
 Per uccidere gli ebrei veniva usato lo Zyklon B, con il quale nei periodi di massimo funzionamento delle camere a gas si uccidevano fino a 20.000 ebrei al giorno. Per chi non veniva ucciso immediatamente dopo l'arrivo, la sopravvivenza media nei sottocampi di lavoro forzato era da tre a sei mesi. Vi furono deportati ebrei da tutta l'Europa, prigionieri russi, politici, polacchi, zingari. L'ultimo appello nel campo fu fatto il 17 gennaio 1945 a dieci giorni dalla liberazione. Quando il 27 gennaio l'armata rossa entrò nel campo, nei vari settori e sottocampi c'erano ancora 9.000 internati. Quanto ai bambini e ai ragazzi ebrei oggi si calcola che ne siano stati internati più di 220.000. Oltre a questi, 11.000 adolescenti e bambini zingari. Il giorno della liberazione, i detenuti ancora in vita di età inferiore ai quattordici anni erano 400, per lo più molto ammalati e debilitati dalla fame, dal lavoro e dagli esperimenti medici.

Fai felice Il Paese e scrivi un tuo commento se ti piace questo  sito o questa pagina
Questo sito é autofinanziato...fai crescere con il tuo sponsor il Paese.
   
Il Paese dei Bambini che sorridono" ©
Partita Iva02895640361
Tutti i diritti riservati agli autori stessi.
E' severamente proibito copiare testi e immagini.
I trasgressori saranno perseguiti legalmente.
Per contatti scrivere:   Franca