
















 |

|
C'era una volta un topolino che viveva nella
sua tana con la mamma. Era un topolino come tutti gli altri: non
era né più piccolo né più grosso, né più coraggioso né più fifone,
né più furbo né più sciocco di qualsiasi altro topolino. Tuttavia
a suo modo era uno strano tipo, proprio come tutti noi. Questo
topolino però aveva una particolarità tutta sua: diceva che il suo
papà era uno scoiattolo. Naturalmente non era vero, perché, come
tutti sanno, il figlio di uno scoiattolo è uno scoiattolo e il
papà di un topo è un topo. Ma il nostro topolino era fermamente
convinto che il suo papà fosse uno scoiattolo. Chiunque avesse
visto anche solo una volta un topo e uno scoiattolo avrebbe potuto
dirgli che il suo papà era un topo e non uno scoiattolo.

L'unica cosa che il suo papà aveva in comune
con gli scoiattoli era un brillio vagamente rossiccio del pelo.
Per il resto il papà del topolino assomigliava a quello che era,
vale a dire a un topo. Al nostro topolino avevano detto infinite
volte che il suo papà era un topo: gliel' avevano ripetuto la
mamma, la nonna, la maestra, lo zio, gli amici e tutti i compagni
della squadra di calcio in cui giocava. Ma il topolino si ostinava
ad affermare che il suo papà non era un qualsiasi topo, bensì uno
scoiattolo. Perciò, diceva, il suo papà era forte, svelto,
intelligente e scaltro, sapeva spiccare salti altissimi e sapeva
correre molto veloce, tutte cose queste che gli scoiattoli sanno
fare benissimo. Il topolino continuava a ripetere questa
filastrocca, a proposito e, ahimè, anche a sproposito. A lungo
andare la storia di suo padre che era uno scoiattolo finì per
scocciare tutti, e bastava che aprisse la bocca per dire: «Dunque,
il mio papà.. .», che tutti prendevano a sbuffare e si mettevano a
cantilenare in coro: «È il più forte, il più svelto e il più
intelligente scoiattolo che ci sia al mondo! Peccato solo che sia
un topo!».Se il nostro topolino protestava, gli amici gli
voltavano le spalle e non lo stavano più a sentire. Così con
l'andare del tempo egli finì per trovarsi piuttosto solo: gli
altri topolini giocavano con lui sempre più raramente. Questo
fatto preoccupava molto la sua mamma: vedeva che il suo piccolo
sempre più spesso restava da solo e che gli altri lo prendevano in
giro. Sovente cercava di farlo ragionare e gli diceva: «Il tuo
papà è un topo, come tutti i papà dei tuoi amici. Lo sai bene,
no?».Ma il topolino scuoteva il capo e rispondeva: «No, mamma, il
mio papà è uno scoiattolo, e non un topo qualunque!».

La mamma si lambiccava il cervello notte e
giorno nel tentativo di venire a capo della faccenda. Da una parte
sapeva bene che il papà del suo piccolo era un topo e non uno
scoiattolo: e chi meglio di lei avrebbe potuto saperlo? Dall'
altra parte però credeva di sapere quale fosse il motivo per cui
suo figlio continuava a sostenere con tanta caparbietà una
sciocchezza del genere. Il fatto era che il piccolo non vedeva
quasi mai suo padre. Infatti i genitori si erano separati da molto
tempo, e lui viveva da solo con sua madre. Il topolino aveva visto
il papà soltanto un paio di volte in vita sua, e l'ultima volta
era stato tantissimo tempo fa. Probabilmente non l'avrebbe neppure
riconosciuto, se l'avesse incontrato per caso. La maggior parte
dei suoi amici topolini viveva con entrambi i
genitori. C'erano sì dei topolini i cui genitori si erano
separati: vivevano con la loro mamma, oppure con il loro papà,
oppure un po' con l'uno e un po' con l'altra. Tutti conoscevano il
loro papà e l'avrebbero riconosciuto anche in una notte buia in
mezzo all'infuriare di una tempesta. La mamma credeva che il suo
piccolo continuasse a raccontare quelle sciocchezze riguardo al
padre scoiattolo perché non conosceva bene il suo vero papà. Le
sarebbe piaciuto cambiare le cose, ma non sapeva come fare.
Frattanto il topolino era sempre più convinto di avere come padre
uno scoiattolo. A scuola andava male: invece di stare attento e di
partecipare attivamente alle lezioni, passava il tempo a disegnare
scoiattoli. Quando andava a scuola adesso stava sempre per conto
suo, mentre prima faceva chiasso e giocava a rincorrersi con gli
altri.

Stava a guardare le cime
degli alberi, per vedere se c'erano degli scoiattoli sui rami. Il
pomeriggio se ne stava a casa tutto solo, perché i suoi amici ne
avevano abbastanza delle solite storie su suo padre scoiattolo e
non lo venivano più a chiamare. Una mattina, mentre faceva
colazione, la mamma lo guardò tutta seria e gli disse: «Oggi
pomeriggio, quando tornerai a casa da scuola, troverai qui il tuo
papà. Verrà a trovarti e potrete fare una gita insieme». Il nostro
topolino si avviò a scuola tutto contento. Cantava ad alta voce e
a tutti i topolini che incontrava gridava: «Oggi arriva il mio
papà! Arriva il mio papà scoiattolo!». Ma gli altri non gli davano
retta, troppo spesso avevano sentito parlare di quel suo
papà scoiattolo. A scuola il topolino non vedeva
l'ora che le lezioni finissero per poter correre a casa. Quando
finalmente suonò la campanella, sfrecciò via come un lampo e
giunse alla sua tana col fiatone. Trovò un topo seduto al tavolo
di cucina. Era un topo come tutti gli altri: piccolo, con il pelo
lucente vagamente rossiccio, i baffi tremolanti, gli occhi
neri e un bel musetto appuntito.«Dov' è il mio papà?», chiese il
topolino ad alta voce. «Mamma, hai detto che sarebbe venuto il mio
papà!».«È lui», disse la mamma indicando il topo, i cui baffi ora
tremavano ancora di più. Il topolino lo guardò e gridò: «Quello
non è il mio papà! Quello non è che uno stupido topo!

Il mio papà è uno scoiattolo e non un topo
qualunque!». I baffi del topo presero a tremare sempre di più e i
suoi occhi luccicarono, come se stesse quasi per piangere. Fece
una smorfia e disse con un filo di voce: «È vero, piccolo mio,
sono solo un topo e non uno scoiattolo. Ma sono il tuo papà, e
desidero giocare con te nel parco». Al topolino l'idea non
piacque. Non voleva avere niente a che fare con quel presunto
padre. E ancor meno voleva essere visto in giro con lui. Cosa
avrebbero pensato gli amici, dopo che lui aveva sempre detto che
il suo papà era uno scoiattolo?Alla fine però si lasciò
convincere. Andarono al parco, dove giocarono a nascondino e a
prendersi, mangiarono un pezzo di formaggio, bevvero qualcosa e
tornarono a giocare a prendersi. Fu un bel pomeriggio e volò via
senza che se ne accorgessero. Verso sera si sedettero sull'erba
l'uno vicino all' altro e stettero a guardare il sole che
tramontava dietro gli alberi.«È stato bello oggi, ragazzo mio»,
disse il topo a bassa voce, «e soltanto adesso mi accorgo di
quanto mi sei mancato.

Mi piacerebbe vederti spesso, per fare con
te quello che i padri fanno con i figli. Sei d'accordo?».«Sì,
papà», disse piano il topolino. Suo padre lo guardò con tenerezza,
e si vedeva chiaramente che era contento che il topolino lo avesse
chiamato «papà». Poi il topo accompagnò a casa suo figlio. Per
strada incontrarono un compagno di scuola del topolino, che
squadrò i due e poi esclamò: «Ehi, topolino,
tuo padre non assomiglia per niente a uno scoiattolo. Non è che un
topo!». Il topolino trasalì. Poi alzò la testa ed
esclamò a sua volta: «Ma certo che è un topo! Però è forte,
intelligente, scaltro, salta altissimo e corre veloce, proprio
come uno scoiattolo! Hai qualcosa da dire?».Guardò in su verso il
suo papà, poi i due si scambiarono una strizzatina d'occhi e
proseguirono verso casa.
Per i genitori: «Il topolino»
ovvero il superpadre sognato
Antefatto
I genitori di Sven sono separati da
tre anni e non hanno alcun interesse a incontrarsi
di nuovo. Sensi di colpa e di pudore, oltre
al ricordo di offese fattesi a vicenda, impediscono loro di avere
contatti. Tutti e due intraprendono una
carriera professionale. Sven, ben inserito dal punto di vista
sociale, cresce con la madre. Colpisce il fatto che, quanto più a
lungo stia lontano dal padre, tanto maggiori siano le
fantasticherie che egli racconta sul suo conto. Le storie che il
bambino racconta sono talmente irreali che i suoi amici
cominciano a prenderlo in giro e a evitarlo.
A tali comportamenti Sven reagisce ripiegandosi su se stesso e
accentuando la sua tendenza alle fantasticherie.
Obiettivo
La fiaba è destinata a essere
letta ad alta voce alla madre, che dei due genitori è quella che
ha avuto il diritto a prendersi cura del figlio. La madre dovrà
fare tutto il possibile per inserire nuovamente il padre nella
vita del figlio, di modo che il ragazzo
possa farsi di lui un'immagine obiettiva.
Procedimento
narrativo
La fiaba trasferisce il problema in
una metafora avente come protagonisti degli animali, e resta in
tal modo vicina alla consapevolezza del bambino. I mezzi
stilistici adoperati sono quelli dell' esagerazione e della
ripetizione. Le molte fantasticherie che un bambino può crearsi
riguardo al genitore assente vengono riunite in un unico motivo, e
ciò conferisce forza alla metafora.
|
Fai felice Il Paese e scrivi
un tuo commento se ti piace questo sito o questa pagina

Questo sito é
autofinanziato...fai crescere con il tuo sponsor il Paese.
|