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"In vettura, si parteee..." va ripetendo mio
padre con voce tonante. La sveglia ha già suonato, ma il suo
tuonare insistente, petulante non ottiene l'effetto previsto. Mi
giro nel letto, cercando di ignorarla. Le lancette segnano le
quattro del mattino. Pure bisogna alzarsi. Si parte per le
vacanze. Si parte per il paesello sabino in cui i miei sono nati e
al quale sono rimasti profondamente attaccati. Il luogo più bello
del mondo, per loro, dal quale mia madre non vorrebbe mai tornare
nell'odiosa città.

Più che una partenza per le vacanze estive,
sembra un trasferimento, tanti sono i bagagli che rivedo
accumulati accanto alla porta d'ingresso. Ma non c'è tempo da
perdere. Si deve prendere il primo treno del mattino, l'accelerato
Roma-Ancona, l'unico che degni di una fermata la stazioncina di
Passo Corese, trentasette chilometri da Roma,
ignorata dai superbi diretti e direttissimi. La
"botticella", lusso d'eccezione giustificato proprio
nell'imponente bagaglio, ci porterà a Termini, come brevemente si
diceva allora per indicare la vecchia stazione centrale, quella
con la pensilina reale su uno dei lati. Alle cinque e
quarantacinque precise, il disco verde, lontano tra il groviglio
dei binari, dà via libera. Il capostazione fischia il segnale di
partenza, la locomotiva risponde con il fischio del vapore
liberato, le ruote si muovono lentamente, i finestrini si
abbassano per lo sventolio dei fazzoletti... Molti viaggiatori
scenderanno alla prima stazione, a quindici chilometri o giù di
lì. Ma allora, partire era pur sempre "morire un poco", come
diceva il poeta francese. E anche a me sembrava di andare tanto
lontano, di fare un lungo, vero viaggio che avrei poi raccontato
alle compagne di scuola. Del resto, il mio viaggio era veramente
lungo. Prendeva lo stesso spazio di tempo con il quale oggi si può
raggiungere un lontano continente extraeuropeo. Portonaccio...
Settebagni... Monterotondo...

Alla folle velocità di circa trenta
chilometri l'ora, l'accelerato procede fischiando a intervalli,
vomitando fumo nero, e di lì a poco i visi già sudati dei meno
accorti viaggiatori si orneranno di strani baffi scuri. Rallenta,
ferma, riparte, accelera, rallenta. Dal finestrino, scomparse le
poche case e le arcate di Porta Maggiore, sfilano campi e prati,
prati e campi e mucche e cavalli a branchi. In lontananza, il
Soratte cambia continuamente profilo e mi sembra un monte
altissimo. Il Tevere appare e scompare. Non saprei dire
esattamente quanto tempo sia trascorso dal momento della partenza,
ma certo il sole è già alto quando mi ritrovo sulla banchina della
piccola stazione, prima meta del nostro viaggio, di nuovo
circondata da pacchi e valigie, dopo aver superato l'angoscia
della discesa del vagone, gli scalini troppo alti, il macchinista
che forse non aspetta, fermata di due minuti e due minuti sono
tanto pochi. Il treno riparte senza di noi. I vagoni sfilano
lentamente. Terza classe, legno e legno; seconda classe, una bella
felpa azzurra; prima classe, velluto rosso, poggiatesta candidi,
tendine ai vetri. Sogno dei sogni ad occhi aperti.

Un signore in bombetta. Una signora con le
rose al cappello e un velo che avvolge tutto e salva dal fumo
nero.. "C'è... non c'è... e se c'è..." Ma eccolo l'atteso,
l'insostituibile, il salvatore: Luciano, il vetturale. E c'è anche
il suo calesse che allo schiocco della lunga frusta parte a grande
velocità, per rallentare poi subito dopo. Il vetturale Luciano era
un personaggio importante. Piccolo, magrolino, con un cappelluccio
alla cacciatora ornato da tre piumette sul lato, baffi e capelli
già brizzolati, era il collegamento tra stazione e paese, mi pare
fungesse anche da procaccia postale. Bisognava avvertirlo prima
della partenza, prenotarlo, e lettere e telegrammi correvano tra
città e contado per dare ed avere assicurazioni e conferme.
Possedeva più cavalli e più muli e vari tipi di carrozze a due e
quattro ruote, distinte da nomi particolari come biga, calesse,
cacciatora. Guidava con piglio sicuro e parlava ai cavalli, che
gli obbedivano. La strada carrozzabile ,la via Salaria sassosa e
polverosa procedeva tra brevi tratti rettilinei e molte curve,
discese, salite.

La carrozza traballava e gli scossoni mi
arrivavano fin dentro. Ecco un bel tratto piano e tutto diritto.
Il cavallo prende il trotto, il vento mi scompiglia i capelli;
adesso sì che è bello. Ma ecco subito una discesa, bisognava
rallentare, la manovella del freno cigola, le ruote stridono: "Leee...",
ripete il vetturale strisciando quasi affettuosamente, con tono
persuasivo, sulla vocale finale, e il cavallo si mette al passo.
Più terribili sono le salite. La bestia fatica, bisogna
alleggerire il peso. Il vetturale scende e procede a piedi e così
fanno gli eventuali viaggiatori di sesso maschile. La salita
diventa più dolce; di nuovo un rettilineo e di nuovo tutti in
carrozza, al piccolo trotto. Intanto il paesaggio intorno viene
cambiando. Diminuiscono i prati, le colline si fanno più numerose
e vicine, in fondo le valli e qualche torrente sassoso, in
lontananza il profilo dei monti che mi sembrano altissimi. Qua e
là sulle cime dei colli i paesi più o meno piccoli, ognuno col suo
bel campanile che domina i tetti con le tegole di terracotta delle
case e casupole come rannicchiate intorno a cercar protezione. Sui
fianchi dei colli gli oliveti a perdita d'occhio, i tronchi
contorti e cavi, i rami fluenti, le palline preziose ancora
verdissime, pendule tra le foglie dal doppio colore, verde e
argento. "Saranno nere a novembre", spiega mia madre, riandando
agli anni giovani, quando insieme a tante ragazze come lei si
chinava a raccogliere le nere bacche molli e gonfie, dimenticando
nel canto il freddo pungente che spacca le labbra e gonfia le mani
di geloni. C'è la glicerina, crema insuperabile e già raffinata, e
c'è anche l'olio dell'orcio che fa la pelle bella e morbida.
Raccoglierle a una a una? Quasi. E non c'è macchina che tenga.
L'albero antico non darà il suo frutto se non alla mano dell'uomo.
La strada costeggia ora la macchia, la fitta boscaglia di querce,
quercioli e rovi dove, spiega sempre mia madre, si nascondevano i
briganti ad aspettare "i signori" in carrozza e "o la borsa o la
vita", intimavano spianando il fucile a "trombone". lo guardo
attenta e ansiosa le strane ombre che si disegnano qua e là sul
bianco terreno... Non si sa mai... Eccoci finalmente alla stazione
di posta, sorta di rimessa per cavalli e osteria insieme, dove ci
si potrà riposare.

"È già quasi mezzogiorno", dice il vetturale
dando uno sguardo al sole alto nel cielo e uno all'ombra degli
alberi che si allunga sui campi. I cavalli vengono staccati,
asciugati dal sudore con una coperta di lana, abbeverati adagio e
già son chini a macinare la biada che un capace secchio offre come
compenso alla lunga fatica. Il paese è ancora lontano e rimane la
salita più dura. Ci sediamo attorno ad un tavolo, si scartano
pacchi e pacchetti e comincia un di pic-nic al quale l'oste
fornisce un certo vinello asprognolo e dissetante. "Già gli
antichi Romani...", mi ronza nella mente di ragazzina appena
acculturata. La sosta dura più o meno a lungo. Si aspetta la
brezzolina pomeridiana che attenui la calura delle ore estive e di
nuovo in marcia, o meglio in carrozza. I numeri sulle pietre
miliari diventano via via più alti. Le giravolte della strada
aumentano. Le salite si fanno più marcate.

Ecco un rumore di acque che ben conosco, un
ponte dall'antica arcata. Ecco l'ultima salita, la più ripida e
dura sulla via Quinzia. Ecco la vigna del nonno e la stalla dell'
asino amico e il maiale che grugnisce. Il vetturale schiocca la
frusta; il cavallo consapevole e pronto affronta al trotto, per
l'entrata trionfale, l'ultimo breve tratto di strada, per fortuna
piano e rettilineo, e si ferma sulla piazza del paese, mentre i
ragazzini che ci hanno inseguiti urlano tra l'ironico e
l'ammirato:"Li romani, li romani!"È ormai pomeriggio avanzato. Il
viaggio è finito. Chilometri sessantatré.

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