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E adesso
come sul bordo di un pozzo
mi cadono dalla mano
sogni e speranze.
Ho un telaio come mamma.
La luce del giorno
non conosco più.
Il mio cuore se ne va
attraverso le crepe dei muri,
come portato dal vento.
Dove si fermerà?
Latif 11 anni cucitore di palloni
"La raccolta di poesie "Cuori di
Bambino", scritta dagli alunni della classe IID (a. s. 1998/99)
della Scuola Media Statale "Alfieri" di San DamianoD'Asti, sotto
la guida della prof. Barbara Serra, è risultata tra i vincitori
del Concorso nazionale del Ministero per la Solidarietà sociale in
sinergia con il Ministero della Pubblica Istruzione sul tema dei
Diritti dei bambini e delle bambine. La classe è stata premiata a
Roma, durante la Cerimonia per la Giornata contro lo sfruttamento
del lavoro minorile 16 aprile 1999, nelgiorno della ricorrenza
della morte del bambino pakistano Iqbal Masiq."
Era nato nel 1983 Iqbal Masih e aveva quattro anni
quando suo padre decise di venderlo come schiavo a un fabbricante
di tappeti. Per 12 dollari. E' l'inizio di una schiavitù senza
fine: gli interessi del "prestito" ottenuto in cambio del lavoro
del bambino non faranno che accrescere il debito. Picchiato,
sgridato e incatenato al suo telaio, Iqbal inizia a lavorare per
più di dodici ore al giorno.

E' uno dei tanti bambini che tessono tappeti in
Pakistan; le loro piccole mani sono abili e veloci, i loro salari
ridicoli, e poi i bambini non protestano e possono essere puniti
più facilmente. Un giorno del 1992 Iqbal e altri bambini escono di
nascosto dalla fabbrica di tappeti per assistere alla celebrazione
della giornata della libertà organizzata dal Fronte di Liberazione
dal Lavoro Schiavizzato (BLLF).Forse per la prima volta Iqbal
sente parlare di diritti e dei bambini che vivono in condizione di
schiavitù. Proprio come lui. Spontaneamente decide di raccontare
la sua storia: il suo improvvisato discorso fa scalpore e nei
giorni successivi viene pubblicato dai giornali locali. Iqbal
decide anche che non vuole tornare a lavorare in fabbrica e un
avvocato del BLLF lo aiuta a preparare una lettera di "dimissioni"
da presentare al suo ex padrone.

Durante la manifestazione Iqbal conosce Eshan
Ullah Khan, leader del BLLF, il sindacalista che rappresenterà la
sua guida verso una nuova vita in difesa dei diritti dei bambini.
Così Iqbal comincia a raccontare la sua storia sui teleschermi di
tutto il mondo, diventa simbolo e portavoce del dramma dei bambini
lavoratori nei convegni, prima nei paesi asiatici, poi a Stoccolma
e a Boston: «Da grande voglio diventare avvocato e lottare perché
i bambini non lavorino troppo». Iqbal ricomincia a studiare senza
interrompere il suo impegno di piccolo sindacalista. Ma la storia
della sua libertà è breve. Il 16 aprile 1995 gli sparano a
bruciapelo mentre corre in bicicletta nella sua città natale
Muridke, con i suoi cugini Liaqat e Faryad. «Un complotto della
mafia dei tappeti» dirà Ullah Khan subito dopo il suo assassinio.

Qualcuno si era sentito minacciato dall'attivismo
di Iqbal, la polizia fu accusata di collusione con gli assassini.
Di fatto molti dettagli di quella tragica domenica sono rimasti
poco chiari Con i 15 mila dollari del Premio Reebok per la
Gioventù in Azione ricevuti nel dicembre '94 a Boston, Iqbal
voleva costruire una scuola perché i bambini schiavi potessero
ricominciare a studiare...
Tappeti fatti a
mano sotto i nostri piedi
Santos, 15 anni, mastica con voracità una
manciata di riso presa da una ciotola di metallo in un sudicio
locale di Baktapur, alla periferia di Katmandu. Sono le 10 e
trenta del mattino. Santos è in piedi dalle 4, e da sei ore è
seduto davanti a un telaio per fare tappeti. “Ho iniziato quando
avevo 8 anni – racconta –, lavoro 18 ore per circa 15 rupie al
giorno (meno di 20 centesimi di euro)”. Santos, suo fratello di 14
anni, una sorellina di 7 anni e mezzo e il loro padre sono tutti
impiegati in una fabbrica di tappeti, dentro un anonimo edificio
di mattoni rossi. Lavorano schiena contro schiena uomini, bambini
e donne con neonati tra le braccia che, come equilibriste,
annodano e curano il piccolo allo stesso tempo. Qualcuna allatta
mentre annoda. Un neonato che ha già poppato guarda fuori dalla
culla appesa al soffitto.

I bambini sono impiegati in tutti i
settori. Nell’edilizia lavorano per la produzione di alcuni
materiali, come la ghiaia, che viene fatta a mano, a colpi di
martello, o per la raccolta della sabbia dai letti dei fiumi,
sempre a mano. Anche se il Nepal non ha una tradizione pari a
quella del Pakistan, nel paese vi sono molte fabbriche di tappeti
(oltre che essere più facilmente controllabili i bambini hanno il
pregio di fare nodi più piccoli e precisi grazie alla dimensione
ridotta delle dita), molti dei quali destinati all’esportazione a
basso costo. L’anagrafe in Nepal non esiste e censire i bambini è
ancora più arduo, perché la cittadinanza non viene considerata un
diritto dalla nascita ma un diritto che si acquisisce solo a 16
anni. Formalmente quindi i bambini nepalesi non esistono. Non si
sa quanti siano rispetto all’intera popolazione, si sa solo che
sono molti.

Come in tutti i paesi poveri la popolazione
è mediamente molto giovane. Secondo i dati dell’Organizzazione
mondiale del lavoro ogni anno in Nepal vengono commerciati circa
12.000 bambini come lavoratori, semi schiavi o anche nel giro
delle adozioni internazionali. Ci raccontano che circa 500
bambini, divisi in gruppi di 10 o 20 al massimo, girovagano tra
foreste e montagne, villaggi abbandonati e valli selvagge per
fuggire dall’arruolamento forzato. Nei villaggi qualcuno sa dove
si nascondono, ma c’è un tacito patto: nessuno deve parlare di
loro. La voce potrebbe arrivare ai guerriglieri o all’esercito, e
i bambini sarebbero facile preda degli uni o degli altri. La
miseria dei villaggi contadini spinge molte famiglie ad affidare i
figli ad abbienti nepalesi delle città. Nelle case dei benestanti
cittadini di Katmandu è normale trovare come sguatteri bambini che
arrivano dalla campagna. Non sono pagati, ma hanno un letto e
cibo, e i più fortunati, davvero pochi, vengono anche mandati a
scuola. Nei villaggi di campagna è il latifondista a prenderli in
casa, quasi sempre preferendo le bambine che vengono ridotte in
semi schiavitù. Quelle che restano al villaggio imparano in fretta
il futuro ruolo di madre, massaia e contadina. Accudiscono i
fratelli più piccoli e a 10 anni li portano con sé legati alla
schiena con uno straccio.

Uno dei segni di crisi della società
nepalese è lo sfaldamento della famiglia tradizionale, che
rappresentava una sorta di ammortizzatore sociale essendo di tipo
patriarcale ed estremamente solidale al suo interno. Questo
sfaldamento è all’origine del fenomeno dei bambini di strada.
Secondo calcoli approssimativi sarebbero circa 5.000 in tutto il
paese, di cui un migliaio nella sola Katmandu.

Li trovi che dormono nei parchi, sopra
cartoni lungo le strade, a fare l’elemosina agli incroci o
rintronati dalla colla (aspirandola con forza si ottiene un
effetto stupefacente) appoggiati contro un muro o accasciati per
terra. Chi non sopravvive rovistando nel pattume fa il bigliettaio
sui taxi collettivi. A ogni fermata del mezzo grida il nome della
zona della città dov’è diretto, riscuote il prezzo del biglietto
da chi sale, lo consegna all’autista. A fine giornata se gli va
bene ha guadagnato 90 rupie, un euro.
Sono 4.000 le associazioni nepalesi
che si occupano dei bambini di strada, un vero e proprio paradosso
numerico. Basterebbe infatti che ogni associazione si facesse
carico di uno o due bambini per risolvere definitivamente il
problema.
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