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L'avvenimento del paese era la "festa" con
la processione. Musica in testa, dietro la fila doppia di
ragazzine e ragazze vestite di bianco, le figlie di Maria, con il
nastro azzurro a tracolla e il lungo velo di tulle fissato sul
capo da mazzolini di fiori finti, con lo stendardo dal ricamo
azzurro su campo bianco. Poi, gli appartenenti alla confraternita
col mantellone rosso listato di nero e il cappuccio nero sulle
spalle.

Poi portata a spalla dagli uomini più
robusti del paese, la statua della Vergine col bimbo in braccio,
belli tutte e due, tutti e due vestiti di seta e merletti, l'una
bruna, l'altro biondo e roseo. Dietro, l' arciprete sotto il
baldacchino con indosso i paramenti più ricchi, circondato dai
chierichetti in cotta bianca, con il turibolo e l'incenso. Ai
lati, due carabinieri. Poi la lunga fila di donne, le "madri
cristiane" , sempre a due a due, con la candela in mano, col
nastro e medaglia sul petto, in costume sabino o con il vestito
delle occasioni; e poi la folla più o meno disordinata che segue
devota o distratta, facendo eco al canto. Tutto proprio come nei
film del cinema neorealista che verranno molto più avanti. Le
processioni, cioè le "feste", veramente erano tre. Una in
primavera, intorno a Pasqua, una in agosto e una in ottobre.
Quella di agosto sostituiva alla statua della Vergine Maria quella
del santo patrono, alto e biondo, con uno strano vestimento rosso
bordato d'oro, di vaga ispirazione romana; il capo circondato
dall'aureola, l'aria ispirata, in una mano la palma e di lato la
graticola su cui i pagani avevano sentenziato la sua fine e lui
testimoniato la sua fede. Ma la processione con la "p" maiuscola
era quella di primavera, anche se in tutte tre il rituale, nei
preparativi e nello svolgimento, era alquanto simile. Meta di
questa processione era una piccola cappella tra gli ulivi, su un
colle vicino, da raggiungere dopo una discreta scarpinata con
discese e arrampicate che scomponevano a un certo punto l'ordine
della lunga fila. La chiesina era semplice, modesta, intonacata di
bianco, con le tegole sconnesse che lasciavano penetrare la
pioggia segnata in righe giallastre lungo le pareti. In fondo,
l'immagine azzurra della Madonna col bambino, in pittura naive e
intorno tanti cuori d'argento per "grazia ricevuta". Il paese
entrava in agitazione già molti giorni prima di quello fissato.
Ferri da stiro carichi di carboni incandescenti in azione; amido
per avere belli e insaldati pizzi e ricami di abiti e sottabiti;
il velo di tulle grande, quadrato, accuratamente spiegato per
controllare eventuali possibili trinciature; biacca alle scarpe
bianche di tela; e fuori anche i vestiti della festa, per tutti,
battuti, spolverati, stirati.

La banda provava gli inni religiosi con
"Mira il tuo popolo, o bella signora...". L'arciprete provava
l'organo, le donne della congregazione lustravano la chiesa,
tiravano fuori candele e stendardi, controllavano le vesti delle
statue e le acconciature. In casa della zia Angelina si apriva
l'antica cassa intagliata, quella del corredo, alla ricerca delle
coperte più belle da mettere alle due finestre sulla piazza, a
guisa di arazzo, e ne uscivano anche i grossi ceri da portare in
mano, giallognoli, decorati. Tutto era un fermento, come in un
lungo sabato del villaggio che durasse più giorni .Intanto si
preparavano i dolci d'uso. Le belle pizze rotonde con sopra i
confettini multicolori e le palline d'argento e i ghirigori di
chiara d'uovo battuta con lo zucchero, e i "ciambellotti", ricordo
nostalgico. Le pizze, a seconda del tipo, richiedevano alcuni
patemi di lievitazione o lunga fatica per battere le uova come a
zabaione. Veniva una donna ad aiutare la zia, un donnone robusto
dalle braccia nerborute. Teneva ben salda sulle ginocchia una
grande terrina in cui erano stati lasciati cadere a uno a uno i
tuorli, dieci, dodici, fino a venti e lo zucchero attentamente
misurato a cucchiaiate, secondo la dose tramandata da madre a
figlia, e cominciava a battere con la "frusta" d'acciaio.

E batteva, e batteva, guai a fermarsi, pena
il fallimento dell' impresa, fino a quando non si era formato lo
zabaione denso che scendeva giù in tanti giri a spirale, segno che
si era al punto giusto. Arrivò poi in aiuto il frullino a
manovella, ma la prima parte del lavoro era sempre fatta a mano,
perché così la riuscita era migliore, e non so se fosse veramente
così o se non si trattasse piuttosto di una punta di diffidenza
verso lo strumento già precursore di altri più diabolici aiuti. La
zia era per il progresso, ma l'uso imponeva la sua legge: non si
sa mai...La mia passione, i "ciambellotti", come si può già
intuire dal nome, erano invece una cosa rustica, della pasticceria
povera. Tondeggianti, irregolari, potevano riuscire allungati ad
asola o di storti a destra o a sinistra. Ricordo vagamente la loro
formula a base di farina, olio, niente uova, niente zucchero, un
profumo di vino. La pasta veniva stesa in un lungo e grosso
cordone, poi tagliato in pezzi più o meno uguali, e ogni pezzo
ripiegato a ciambella, così alla buona, i lembi estremi
sovrapposti pigiando forte col pollice e assicurati con uno
steccolino. Venivano poi immersi pochi alla volta nell'acqua che
bolliva nel grande paiolo, tirati su, scolati e messi ad
asciugare. Si spalmavano di olio, vi si incidevano sopra, con la
punta del coltello, alcuni segni lunghi e passavano in forno a
"colorire". Ne uscivano dorati, friabili, irripetibili. Si
conservavano a lungo e io li sgranocchiavo, golosa. Il loro sapore
particolare fatto di niente e di tutto, di semplicità e di
sapienza antica, sapore di cosa povera e pur preziosa, fa parte
per me del sapore del tempo perduto. Nel rito della festa i "ciambellotti"
rientravano in un curioso modo: entro cesti ricolmi attendevano la
processione al ritorno dal santuario, al rientro in paese, e,
lanciati abilmente come dischi volanti dai giovani paesani,
andavano ad infilarsi nei lunghi ceri che le ragazze stringevano
nella destra.

Uno... due... tre: le "figlie" più belle ne
ricevevano di più e li portavano come trofei. Le campane intanto
suonavano a festa, a distesa: il loro inno di bronzo si fondeva e
confondeva con l'inno della banda, mentre i canti di gloria
salivano di tono. Giunti sulla piazza, tutto si arrestava formando
un grande semicerchio: al centro l' arciprete e i suoi accoliti
"Ne ha fatti venire due; no, tre", bisbigliavano le donnette
orgogliose, si disponevano per la benedizione. E qui il momento
culminante: le scopparelle, i petardi. Un vero bombardamento, un
fumo denso. E io, le mani a tappare le orecchie, ma non finivano
mai, che l'importanza della festa si misurava anche dalla quantità
dei botti. L'ordine era di stare fermi, anzi in ginocchio, perché
c'era la benedizione, a capo chino, e così stavano tutti, fino
all'ultimo petardo. lo cercavo uno scalino su cui lo stare
inginocchiata fosse meno scomodo e una porta dietro cui rifugiarmi
se gli scoppi diventavano troppo paurosi. Gli spari mi facevano
sussultare. Nell'insieme però tutto quel clima particolare, fatto
di confusione, di allegria, di suoni, di canti, di rumori, di
colori, mi distraeva, mi eccitava, anche se non tutto mi piaceva.
Ma, restia a mettermi in prima fila, non volli mai prendere parte
alla processione vestita di bianco, anche se la cosa avrebbe fatto
molto piacere a mia madre che ricordava gli anni della sua
giovinezza, quando la processione era più bella e le ragazze erano
più belle e lei era tra le più belle e tutto era più bello...
Inevitabilmente. Tutto alla fine si scioglieva e si scomponeva,
come a teatro. Ognuno tornava tra le quinte della propria casa,
dove il "pranzo" con il lusso della portata di carne, con i
parenti riuniti per la circostanza, si concludeva con il vino
migliore. Nel pomeriggio, la piazza si animava di nuovo per la
corsa al sacco e per l'albero della cuccagna.

Le gambe infilate nel sacco legato con una
corda alla vita, gli uomini che partecipavano alla corsa dovevano
fare un certo percorso alla fine del quale li aspettava il premio:
una bottiglia di olio o cinque lire. Si muovevano a salti, simili
a grossi fantocci e ogni tanto qualcuno ruzzolava fra le risate
generali. L'albero della cuccagna, innalzato al centro della
piazza, mostrava in cima un prosciutto, o più salami, o una pizza
di formaggio. Bisognava arrivare a prenderli. Per aumentare la
difficoltà dell' ascesa, il palo veniva spalmato generosamente di
grasso. Su e giù, non era facile raggiungere la cima. Prima del
tramonto la banda teneva il suo concerto. A sera, se la colletta
aveva reso bene, i fuochi d'artificio, i "razzi matti", rossi
gialli azzurri verdi argento, portavano verso il cielo i loro
mille punti luminosi. Così il paese godeva la sua grande giornata
di divertimento e d'evasione. Più tardi entrava in scena
"l'ubriaco", il "matto" del paese. Girava qua e là, abbracciandosi
ai pali o agli stipiti delle porte. Declamava versi scombinati,
gesticolava verso la luna e i passanti in lunghi soliloqui
incoerenti fatti di frasi sconnesse. Intorno, una cerchia di
ragazzini che aizzavano e sbeffeggiavano.

Aveva un soprannome che non ricordo. Era
innocuo, ma a me faceva molta impressione, un misto di paura e di
pena. Era giovane e allampanato. Ti veniva incontro con gli occhi
sbarrati, allucinati. Cercava di abbracciarti, poi forse non
l'avrebbe mai fatto. Non provocava risse. Forse cercava conforto.
Forse aveva lui stesso paura. Ogni paese aveva, una volta, questa
figura, un po' strana, un po' pazza; in bilico, a seconda dell'ora
e del giorno, tra il normale e l'anormale. Un drogato, drogato dal
vino. Un drogato di allora. Destinato, metteva in guardia il libro
di scuola, al delirium tremens.

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