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Un giorno un uccello bianco scese giù dal
cielo.
Leggero, si posò sopra un grande
libro aperto che uno sconosciuto aveva dimenticato sulla spiaggia,
un bel libro enorme, fragile, solitario. Il vento, piano piano ne
agitava le pagine, un vento dolce, spensierato, che veniva dal
mare. E l'uccello piluccò delle parole dai fogli di carta.

Inghiottì giustizia, parola,
libertà; gustò ascolto, dignità, tolleranza; si deliziò con pace,
tenerezza, differenza; si saziò di gioia, compassione, amicizia.
Avendo recuperato le forze ed avendo placato la sua fame, riprese
il volo verso cieli più lontani. Dopo giorni e notti di viaggio
estenuante, si posò infine sotto un sole torrido, in un vasto
deserto dalle cento aride dune, dove il vento scatenato, infuocato
urlava di rabbia, senza barriere, senza meta, venendo dal nulla,
carico di amari veleni e di sabbie sparse. Attraverso il suo
sguardo acuto, all'orizzonte sfocato dalla sabbia in movimento,
vide ben presto apparire un miraggio fra il cielo limpido,
azzurro, senza una nuvola e le pieghe appena accennate del suolo
incandescente. Dalla terra rossa e oro, apparve una città,
rintanata in palazzi dalle buie finestre e in segreti giardini
invasi dal verde.

Gente silenziosa circolava per le
strade portando sacchi di frutta, pile di dolci, montagne di pane,
pesanti giare piene d'acqua, che non avrebbero calmato né la loro
pena, né la loro fame, ma i muti richiami dei loro grandi occhi
spenti. Sui marciapiedi, bambini sfiniti dormivano tra le braccia
imponenti di madri scarne, mentre principi, coricati su sete
preziose, ridendo fragorosamente gettavano i loro avanzi ai cani.
L'uccello aprì il becco e seminò qualche parola sul suolo
screpolato delle aride viuzze. Seminò libertà, giustizia, dignità,
parola e si lanciò con un gran battito d'ali verso altre vite,
errando su nuovi lidi. Dopo giorni e notti di viaggio, si posò
infine sul tetto di una città dove, fra grattacieli di vetro,
cemento e acciaio, si accalcavano senza tregua uomini
affaccendati. Li vide avanzare con indifferenza su binari,
marciapiedi, scale mobili, in una imperturbabile danza, dai ritmi
implacabili, dai sordi scalpiccii... Vide grigi quartieri dai
fitti palazzi, dove abitavano a migliaia uomini disillusi.

Le loro teste traboccanti di
preoccupazioni, di sconforto, si chinavano verso terra,
appesantite dalla tristezza. I loro visi di cera, di metallo o di
ebano, esprimevano solitudine, fatica, dolore. L'uccello aprì il
becco e seminò qualche parola nella città senza cuore dalle
molteplici sbarre. Là, sui grigi selciati, cresceva soltanto
violenza, competizione, rivalità, diffidenza. Seminò tolleranza,
seminò differenze e seminò tenerezza, ascolto, nel silenzio. Poi,
con un gran battito d'ali, riprese il volo verso altre vite,
errando su nuovi lidi. Giunse sopra un paese devastato da una
guerra assurda, così lunga, così crudele. che non si sapeva
nemmeno più chi l'aveva cominciata.

Aprendo il becco ancora, per
l'ultima volta, seminò compassione, pace, amicizia e gioia. Poi si
allontanò, con un battito d'ali, per volare via, più in alto e più
lontano nel cielo. Sfinito, ritornò lentamente sulla spiaggia dove
le pagine del grande libro ancora si agitavano. E in quel momento,
si rese conto che aveva dimenticato di piluccare una parola senza
la quale nulla esiste, nulla può cominciare a sbocciare, nè a
crescere. La prese nel becco e, come un'artista che lancia al
vento una poesia, un accordo di chitarra o un raggio di luce, la
gettò in aria, allegramente, con vigore... E la parola si avvolse
tutt'attorno alla terra... Era la parola amore, senza la quale
l'esistenza non é che una prigione o un lungo peregrinare.

Poi l'uccello ripartì per il luogo
da dove era venuto. Appena prese il volo, sparì. Sulla spiaggia
rimase soltanto un libro bianco, aperto, sul quale dei bambini
venivano a volte, la sera, a reinventare delle parole: felicità,
allegria, speranza, innocenza, danza, risa, viaggi... Il vento
piano piano, ne agitava le pagine, un vento dolce, spensierato che
veniva dal mare.
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