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Per i genitori
 
Questo racconto é la storia di Giuseppe nel momento della separazione dei genitori. Esso si propone di aiutare un bambino che viva un' esperienza analoga a definire i suoi timori, ad esternarli, ad affrontarli in una maniera costruttiva; e vuole offrire ai genitori che si separano spunti di riflessione e suggerimenti sul modo di comportarsi. Ciò è ancora più doveroso se si pensi che separazione e divorzio vengono attuati dai genitori allo scopo di restituire alla loro vita un'armonia che era perduta, della cui perdita il bambino certamente aveva risentito e della cui riconquista certamente il bambino beneficerà. Non è facile per un bambino vivere senza traumi l'esperienza della separazione dei genitori. Per il bambino la famiglia è il primo punto di riferimento, e tutto ciò che si verifica al suo interno influisce sul modo in cui egli si pone in relazione con il più vasto ambiente sociale. Come in tutte le situazioni nelle quali il bambino partecipa in prima persona, è necessario che non gli si nasconda l'evidenza di ciò che sta accadendo: uno degli elementi che contribuiscono a caricare di tensione la separazione dei genitori è quell' atmosfera di tragedia e di mistero che, inutilmente occultata, il bambino intuisce e di cui soffre. Non nascondere la realtà, dunque, ma nemmeno addentrarsi nelle ragioni che l'hanno determinata, anche in caso di una situazione conflittuale: è necessario tenere presente che la separazione è ricercata e attuata per risolvere i conflitti, non per crearli. Se il bambino mostra di voler conoscere i motivi della separazione, gli si può spiegare che gli adulti si separano, o cessano di essere indispensabili l'uno all'altro, nello stesso modo in cui può avvenire che un bambino si distacchi da un amico e lo sostituisca con un altro. La chiave di volta nell' affrontare con il bambino la realtà della separazione dei genitori è cercare di fargli comprendere che essa non significa la fine della famiglia quale il bambino ha bisogno di intenderla, cioè come garanzia di sicurezza e di amore. Il padre e la madre, insieme e separatamente, durante questo delicato periodo offriranno al bambino segni tangibili del loro interessamento e partecipazione alla sua vita, della loro protezione, del loro amore. Con i fatti, senza estremismi, il padre e la madre che si separano sono chiamati a fare comprendere al bambino che in nessuna maniera la loro separazione implica una perdita di amore, e che questo amore è "per sempre": il padre e la madre si separano tra loro, ma né il padre né la madre si separano dal bambino.
Quel giorno, all' uscita della scuola, Giuseppe non sapeva più che altro fare per trattenere Guendalina. Si era fatto spiegare i compiti, le aveva mostrato la sua collezione di francobolli che aveva portato con sé nella cartella, ma non era ancora riuscito a parlarle dei suoi gravissimi problemi. Le lanciò un' occhiata supplichevole « Ti prego, Guen, non puoi fermarti altri cinque minuti?» «Mi dispiace, non posso» rispose Guen, una ragazzina con una ben treccia di capelli rossi. «Devo andare a  casa. A pranzo c'è anche la nonna e non posso fare tardi.» Anche Giacomo, il più piccolo dei tre amici, salutò Gius all' angolo della strada. 
« Te ne vai anche tu?» gli chiese Giuseppe. «Ehi, che ti prende?» ribatté Giac, che aveva un bel ciuffo di capelli biondi tutti spettinati. «Hai paura di star solo?». «Paura io?.. È che non ho voglia di tornare subito a casa a sentire papà e mamma che litigano tutto il giorno» concluse Gius. Giuseppe si avviò tutto solo verso casa. La osservò dal fondo della strada, e gli parve ancora più bella ora che il giardino era in fiore. Ebbe voglia di correre. «Mamma!» urlò con tutto il fiato aprendo la porta. «Sono arrivato!» Ma gli venne incontro soltanto Maciste, il buffo cagnolone tutto pelo bianco e nero. In quei giorni era malinconico anche lui: non gli parve vero che il suo adorato padrone fosse ritornato allegro! A Giuseppe bastò aprire la porta della cucina per capire che c'era qualcosa che non andava: la mamma aveva un' aria molto seria. «Mamma, che cosa è successo?» «Preparati per venire a tavola» disse la mamma. «Parleremo dopo.» Ciò che la mamma gli disse, Giuseppe se lo aspettava da un pezzo, ma ora le sue parole gli parvero assurde. «Papà ed io abbiamo deciso di separarci» disse la mamma.
«Quando?» chiese Giuseppe con un filo di voce."Non.. perché... come?  quando?". Aveva capito che la decisione era stata presa e che in nessun modo lui avrebbe potuto cambiaria. La mamma continuava a parlare, ma Giuseppe non l'ascoltava. All'improvviso gli parve di non potere più resistere: si alzò da tavola e fuggì in camera sua. Giuseppe non voleva vedere nes non voleva sentire più nulla. Ma quando fu nella sua camera, perfino i giocattoli non gli parvero più gli stessi. Giuseppe scagliò a terra l'album dei francobolli. "Perché papà e mamma si separano Non mi vogliono più bene!" concluse. La mamma lo trovò disteso sul immerso in un mucchio di cuscini. Faceva ciondolare una mano e accarezzava il pelo folto di Maciste.
 La mamma lo guardò con tenerezza. Sapeva che in quel momento le sue  parole erano inutili. Allungò la mano e gli accarezzò i riccioli neri. Giuseppe a poco a poco si calmò. Il giorno dopo Giuseppe non andò a scuola. Papà voleva stare con lui. Andarono allo zoo. Gius stava attaccato alla mano del padre come se volesse impedirgli di andarsene. Il padre capiva che cosa significava quella stretta, e la ricambiava con amore. Ad un tratto nella gabbia vicina delle scimmie presero a litigare. Urlavano e si  inseguivano, si minacciavano, senza un motivo apparente. «Gius» disse il padre «credi che gli animali siano felici in queste gabbie?»
Al ragazzino la domanda parve strana e non rispose. «Vedi» continuò il padre «a volte, senza che nessuno lo voglia o ne abbia colpa, anche la casa diventa una gabbia in cui tutti vivono male. Allora, non è meglio aprire la porta perché tutti possano avere una vita migliore?» «Ma io, papà» disse Giuseppe. «A me non pensate?» «Tu sei il primo dei nostri pensieri! La mamma ed io abbiamo deciso di separarci perché così saremo più sereni: potremo occuparci meglio di te, e farti sentire meglio il nostro affetto. » Era proprio questo che a Giuseppe pareva impossibile: come si fa ad amarsi se nemmeno si vive tutti insieme?  Il padre gli aveva detto che avrebbero continuato a vedersi regolarmente, che sarebbero andati insieme in vacanza, ma questo non era la stessa cosa che stare insieme ogni giorno, lui, il papà, la mamma.
 Di notte, nel sonno, le paure di Giuseppe assumevano le forme di un incubo. A scuola non stava attento, a casa non aveva più voglia di studiare e neanche di giocare. Non aveva più voglia di nulla. Quando veniva interrogato non riusciva a rispondere: ma in fondo era contento di andare male, perché era un modo per punire i suoi genitori. Sperava anche di ammalarsi, così papà e la mamma sarebbero stati in  pena per lui e, forse, non si sarebbero più separati.
 I suoi amici Guendalina e Giacomo cercavano in tutti i modi di aiutarlo «Ma perché pensi che i tuoi non ti vogliano più bene?» continuava a ripetergli Guen, che aveva dieci anni ed era la più grande dei tre. «Anch'io ho avuto questa paura quando stava per nascere il mio fratellino. E invece i miei vogliono bene a me e anche a lui. E giochiamo così bene insieme!» «Anch'io» intervenne Giac «ero disperato quando è morto il nonno, e invece basta che io pensi a lui, e lui mi parla e mi dice tante cose, come quando era vivo.» «Che cosa c'entra?» replicò Gius, che talvolta trovava i discorsi di Giacomo un po' strani: forse perché Giac aveva solo otto anni, mentre lui ne aveva nove. «Mio padre non è mica morto!» «E non sarebbe peggio?» gli fece considerare Guen. «Continuerai a vederlo e a stare con lui. Dovresti credergli quando dice che tutto andrà meglio di prima!» Quando si sentiva dire queste cose, Gius alzava le spalle, irritato. Ma lo strano fu che Guen e Giac avevano ragione. Già dopo una settimana la situazione gli parve meno tremenda. Forse, in fondo al cuore, sperava ancora che papà e mamma non si sarebbero separati.
Fino al giorno in cui, tornando da scuola, trovò il padre che stava facendo le valigie. Seguirono giorni terribili. Papà gli telefonava, lo andava a prendere a scuola, gli proponeva programmi da fare insieme, ma Giuseppe rimaneva chiuso e scontroso. La mamma si occupava di lui ancora più di prima, ma tutte le sue tenerezze non riuscivano a fare breccia nel cuore di Gius. Per fortuna c'erano Giac e Guen, ma quando erano insieme non facevano più gli stessi giochi e non parlavano più delle stesse cose di prima. Quanto stava accadendo a Giuseppe aveva cambiato un po' anche loro. I giorni passavano, ma Giuseppe non riusciva a rasserenarsi. Anzi: c'erano momenti in cui le lacrime erano più forti di lui. In uno di quei momenti telefonò al padre, ma poi non seppe che cosa dirgli. Il padre capì ugualmente.
«Aspettami, vengo a prenderti!» gli disse. Andarono in uno snack bar, un posto fantastico, tutto luci e colori. Gius all'inizio non sapeva che cosa dire, e il papà non lo forzò a parlare. Gli raccontò invece la storia di un cane di un suo amico, e così Gius lo mise al corrente delle ultime avventure di Maciste. Papà gli parlò del suo lavoro, e Gius gli disse del «buono» che aveva preso in matematica, e poi gli raccontò della festa del compleanno di Guendalina, e tante altre cose che prima gli sarebbero sembrate troppo insignificanti per dire al padre. Era bello sentirsi così amici, padre e figlio.
Forse era vero che, senza le discussioni e le tensioni di ogni giorno, sarebbe stato possibile volersi tutti più bene. Anche il rapporto con la mamma divenne più sereno. A Giuseppe incominciò a fare tenerezza quella donna che ora risolveva tanti problemi da sola, e sentì il desiderio di starle più vicino e di aiutarla. Accompagnarla al supermercato a fare la spesa gli piaceva quasi quanto giocare al pallone.
 Sì, perché si era iscritto ad una squadra di calcio e il padre gli aveva regalato l'equipaggiamento. E agli allenamenti, due volte alla settimana, lo accompagnavano ora il papà, ora la mamma. La pena era tornata a farsi sentire forte il giorno della prima partita del torneo. Tutti i compagni di squadra avrebbero avuto ad incitarli il papà e la mamma insieme. Lui si sarebbe dovuto accontentare dell'uno o dell'altro. Ne provava una pena così acuta, che non aveva neppure detto ai genitori che quello era il giorno della partita. Meglio nessuno che uno solo! Ma poi, negli spogliatoi, Giuseppe fu sopraffatto dall' avvilimento. «Ragazzi, in campo!» chiamò l'allenatore. «Mettetecela tutta!» Una parola! A Giuseppe sembrava di avere le gambe di piombo!
«Forza, Gius!» si sentì incitare dal fondo del campo.Erano Guen e Giac. Gius si girò verso di loro e vide anche il papà e la mamma. Non erano soli: col papà c'era Anna, una sua amica, e con la mamma c'era Mario, un collega di lavoro. Giuseppe li aveva conosciuti, e fu contento di vederli lì. Urlavano e lo incitavano tutti e quattro, anzi, tutti e sei, tenuto conto di Giac e di Guen. «Forza, Gius, bravo!» si sbracciavano a fare il tifo. Chissà che cosa gli successe: la felicità a volte fa questi scherzi. Gius si sentì diventare un altro, un gigante, un campione. Si impossessò della palla, corse come una valanga verso la porta avversaria, tirò con tutta la forza. «GOAL!» urlarono tutti.
 Ma il grido di mamma e papà, dai bordi del campo,  risuonò più chiaro degli altri.
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