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Solo le persone molto anziane sanno che, in
un tempo molto anteriore a quello della loro giovinezza, è
esistita un' epoca in cui gli alberi non soltanto avevano un'
ombra, ma anche un' anima e una voce, una voce che esprimeva i
sentimenti della loro anima. Gli alberi più alti avevano una voce
profonda, quelli piccoli l'avevano più acuta. La voce degli
arbusti era un fruscio e quella della campanula si sentiva da
lontano. Le erbe invece non facevano che un lieve ronzio, perché
la loro anima era così fine e delicata che occorreva un orecchio
esercitato per udirne la voce. Di giorno tutte le piante
svolgevano il loro lavoro il compito più facile l'avevano i
girasoli, che al mattino si limitavano a tendere i loro fiori
verso il sole e ne seguivano il corso fino al tramonto, e le rose,
che non dovevano fare altro che aprire i petali ed emanare tutt'intorno
il loro profumo. Ben più duro era il lavoro per altri fiori, che
dovevano produrre parecchio nettare per api e bombi.

Però il compito più pesante era quello del
melo, che doveva succhiare acqua in gran quantità dal terreno per
farla giungere fino alla sua chioma. Ogni sua più piccola radice
era impegnata in questa mansione e la corteccia si era fatta
callosa per lo sforzo. La pianta faceva fatica a soddisfare le
enormi richieste di zucchero, vitamine e sostanze odorose che le
pervenivano dai suoi frutti. Ugualmente difficile era il compito
che era toccato alla vite, i cui grappoli esigevano sempre più
zucchero. Così capitava spesso che il melo e la vite continuassero
a lavorare anche dopo il tramonto, quando le altre piante già si
lasciavano piacevolmente cullare dalla brezza nel buio. La sorte
comune li univa. Fecero amicizia, un'amicizia così profonda che
indusse la vite ad avvolgere il suo germoglio più grande attorno
al tronco del melo. Le due piante stavano a parlottare tra loro
fino a notte alta, e quei momenti li ripagavano delle fatiche del
giorno. Qualche volta a far visita alle piante arrivava il vento,
soprattutto la sera, quando tutti, anche il melo e la vite, si
lasciavano cullare in pace. Il vento giocava con le piante e
permetteva che esse giocassero con lui. Si sentivano allora
fruscii e mormorii, sussurri e bisbigli.

Quelle che ne facevano di cotte e di crude
erano la nolimetangere e la sua amica castagnola, che non
pensavano ad altro che a scherzare. Facevano tante di quelle
stupidaggini che alla fine il garofano doveva richiamarle all'
ordine. Poi piano piano i suoni si facevano più fiochi e infine si
spegnevano. Allora si dimenticavano anche gli interminabili litigi
della giornata, la lotta per il posto più soleggiato e per le più
ricche sostanze nutritive da succhiare alla terra, come pure
l'accesa rivalità esistente tra erbe commestibili ed erbacce. Per
dirla breve, era una bella vita quella che si viveva nel regno
delle piante. Ma un giorno arrivarono tre uomini con tanto di
occhiali e di camice bianco. Erano armati di cavalletti,
microscopi, pinzette e parecchi altri strumenti. Prelevarono
campioni, misurarono, fecero calcoli, ridussero, ampliarono,
discussero. Erano interessati soprattutto alla «mostosità», al
contenuto zuccherino dei grappoli d'uva. Ma scoprirono una «mostosità»
anche nelle mele, e anche questo li interessò parecchio.
Trascurarono invece l'ortica e tutte le altre erbe di quel tipo,
con loro grande gioia: esse non presentavano «mostosità» alcuna.
Dopo una settimana i tre tecnici conclusero il loro lavoro,
disegnarono un progetto e se ne andarono. Poco tempo dopo giunsero
numerosi giardinieri con tute da lavoro blu; avevano con sé asce,
vanghe, seghe e piantatrici di ogni tipo.

Parlavano poco, ma segavano, dissodavano,
sarchiavano e piantavano dalla mattina alla sera. Per tutto il
giorno si sentivano schianti, cigolii e scricchiolii, mentre la
zona era avvolta da un nugolo di polvere. Di tanto in tanto i
giardinieri confrontavano il loro lavoro col progetto disegnato
dagli uomini in camice bianco, al quale si attenevano fedelmente.
Poi un bel giorno lasciarono intendere di essere soddisfatti, si
misero in spalla i loro attrezzi e se ne andarono. In un primo
momento il melo non osò credere che fosse tornata la pace. Quando
infine aprì gli occhi, vide il suo mondo trasformato. La
vegetazione intorno a lui si era fatta più rada, poteva chinarsi a
destra e a sinistra e scuotere i rami finché voleva senza
disturbare nessuno. Sentiva crescere nel suo animo un senso di
liberazione. Ma poi si guardò attorno. Non c'era più traccia
alcuna dell'ortica e di altre erbe di quel genere. Non vedeva più
neppure la nolimetangere, sempre così sbarazzina, né la sua amica
castagnola. Poi guardò dall'altra parte, verso le rose e le
campanule, e sentì il calore del sole sul suo tronco. Sul suo
tronco? Soltanto allora si accorse che attorno al suo tronco non
c'era più la vite, e nonostante il caldo dell' ora rabbrividì.
Alla vite andò ancora peggio. I tecnici in camice bianco avevano
deciso che poteva avere una «mostosità» più elevata e l'avevano
perciò trapiantata nel lato esposto al sole di un pendio. Fu
alimentata con calcio e fertilizzanti a base di trucioli di corno
ed ebbe come sostegno un grosso palo di pino scortecciato. Inoltre
i suoi germogli furono accuratamente sfrondati. Adesso i grappoli
d'uva crescevano e maturavano quasi da soli. Per la vite la
faticaccia di un tempo era finita. Ma tutte le volte che sentiva
tra i suoi grossi grappoli la presenza del palo, si
rendeva conto di quanto le mancassero la corteccia del melo
e le chiacchiere notturne scambiate con l'amico. Sentiva un
prurito, un formicolio nelle radici, come se le fosse possibile
divellerle dalla terra e tornare a piedi, o meglio a radici, dal
suo melo.

Riuscì a liberare alcune delle
radici dal terreno soffice in superficie, ma il rizoma, interrato
da tempo ormai, resistette. La vite, esausta, rinunciò alla lotta.
Una pianta non può allontanarsi dal luogo in cui è stata
collocata, neppure muovendosi lentamente come una chiocciola. La
vite lo sapeva fin troppo bene. In momenti come quelli la nuova
vita sembrava insopportabile. Arrivava poi la sera, il momento in
cui il vento veniva a far visita alle piante e a giocare con esse.
Al vento piacevano la vite e il melo. Ogni sera trasportava
fruscii e mormorii dall'una all' altro e viceversa. Allora era
come se i germogli della vite fossero ancora avvolti attorno alla
corteccia del melo.
Per i genitori: «La vite e il
melo») ovvero i fratelli separati
Antefatto
Quando i loro genitori si separano,
Hans ha sette anni e Lotte ne ha nove. Siccome i due bambini
bisticciano molto tra di loro e poiché Hans è il figlio prediletto
del padre, mentre la madre preferisce Lotte, i genitori decidono
che Hans resti col padre e Lotte si trasferisca con la madre in
casa del suo nuovo compagno.
Obiettivo
Obiettivo della fiaba è chiarire ai
genitori che tra i due fratelli esiste un rapporto naturale, il
cui mantenimento è più importante di tutti i vantaggi che
potrebbero derivare da una separazione. Sia i genitori che i figli
dovrebbero tornare a riflettere sulla loro decisione.
Procedimento narrativo
Gli uomini vestiti di bianco e di
blu interessati alla «mostosità» rappresentano gli adulti che
progettano un nuovo ordine, senza pensare che così facendo
distruggono un mondo infantile, la crescita in comune da parte del
melo e della vite. Il vento simboleggia la speranza. I due
fratelli resteranno legati l'uno all'altra: questo è certo, così
come è certo che la sera il vento tornerà a spirare tra gli
alberi..
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