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"Su fratelli e su compagni...". È domenica, mio padre gira per casa cantando l'inno dei lavoratori, cercando questo e quello, tra la disperazione di mia madre che vede sconvolto l'ordine dei cassetti e si oppone, decisa  a difenderlo. "Presto. Sei pronta? Andiamo". Andiamo verso Villa Borghese, verso il Palatino, verso i Musei Capitolini, verso il Museo Borghese, verso Castel Sant' Angelo. La meta più frequente era naturalmente Villa Borghese. Non riesco a ricordare come la raggiungessimo. Dopo l'entrata in funzione della linea tranviaria numero 31, la cosa era semplice. Prima, credo che ci portasse un tram fino alla stazione Termini e di lì proseguivamo a piedi verso Porta Pinciana. La villa era un regno incantato: viali e prati a non finire. Era possibile correre, passeggiare, scorazzare sotto l'occhio attento di imponenti guardie a cavallo e di più modeste guardie in bicicletta che vegliavano su tutto e su tutti. L'estate c'era tanta ombra fresca e l'inverno tanto sole. In autunno si raccoglievano le ghiande delle querce per farne mille giochi e le larghe foglie dei platani dai mille toni di giallo. Nei viali non sbarrati dalle catene passavano rade carrozze al trotto; al galoppatoio caracollavano gli ufficiali con le uniformi blu e celesti e i bottoni dorati scintillanti. Piazza di Siena ci offriva le sue scalinate nell' anfiteatro dei pini e la messa delle undici nella chiesetta vicina. Ma il cuore di Villa Borghese era il Giardino del lago.
Nel lago, che mi sembrava grandissimo, avanzavano maestosi cigni bianchi e neri, nuotavano più modeste le papere dal becco giallo e miriadi di pesciolini salivano a galla attratti dalle briciole uscite dalle provvide tasche paterne. Ma, terrore e rabbia, il vorace pesce rosso si avventa prepotente e divora tutto in un battibaleno. Poi, l'emozione del ponticello e del passaggio sul piccolo molo proteso verso il largo... Nei canaletti che correvano lungo i viali e le aiuole recinte, flotte di barchette trasformavano i ragazzini in capitani di lungo corso e la modesta barchetta di carta, navigava tranquilla accanto al veliero maestoso e al battello con la "carica", sogno irraggiungibile ai più. Ma, ancora, il cuore del Giardino del lago era la latteria Bernardini. Quando, nelle domeniche seguenti da vicino il ventisettesimo giorno del mese, il lusso era possibile, mio padre mi faceva sedere a uno dei tavolini di marmo, nello spiazzo di fronte al basso edificio, e arrivava il famoso maritozzo e il bicchierone di latte spumoso, appena munto dalle mucche che pascolavano entro il recinto. Tutto intorno aiuole e fiori in tutte le stagioni, canne rosse, spalliere di rose, bordi di viole del pensiero. Proibito calpestare... Proibito cogliere... E la parola proibito voleva proprio dire proibito. Ma, via, una piccola pansé viola screziata di giallo, qualche volta...Quando il fatidico ventisette era lontano, la costosa seduta alla latteria Bernardini veniva sostituita dalla meno impegnativa sosta al forno Tonini di via Veneto e dal "turchetto" che ne era la specialità. Il turchetto era una specie di maritozzo, ma piatto, schiacciato, dalle estremità a punta, rigato sopra a losanghe, croccante, friabile, profumato e alla portata di tute le tasche. Il forno era famoso per le sue varietà di pane e di paste dolci ed era una delle mete di via Veneto, via signorile, con lo sfondo della Porta Pinciana nelle antiche mura e il palazzo dove viveva la regina Margherita, che i ritratti effigiavano con innumerevoli giri di perle intorno al collo e il poeta repubblicano le aveva cantato "quali a noi secoli ti tramandarono sì mite e bella". Fellini e la sua dolce vita erano ancora lontani e il profumo del pane ben cotto poteva ancora rappresentare un'attrattiva. Un cavalcavia portava dalla villa al Pincio, un paradiso totalmente diverso, dove di solito si andava la domenica pomeriggio quando mio padre la mattina era di turno in ufficio. Qui i bambini dovevano dare la mano perché le carrozze avevano tutti i diritti. Le carrozze lucide, ampie, foderate di velluto, tirate dai due cavalli focosi, guidate dal cocchiere solenne. E sopra le signore. Elegantissime, i larghi cappelli tenuti fermi dai orrendi di cui i rami frondosi dei platani, allora troppo giovani, non riuscivano ancora a mascherare la pesantezza. Orrendi, ma necessari, spiegava mio padre, a impedire l'inondazione della città. Nei pomeriggi domenicali c'era a volte anche il cinema. Mio padre era un vero patito dello schermo che viceversa mia madre non amava perché, diceva, nella sala si respirava aria puzzolente, ma soprattutto perché riteneva la spesa superflua, del tutto inutile e troppo elevata per le nostre finanze. Spesso, così, mio padre mi coinvolgeva in piccoli complotti per tenere segreto l'impiego del tempo libero e... mi insegnava a dire bugie. Frequentavamo l'Orfeo, in via de Pretis.
La sala era lunga e stretta; sopra, un' ampia galleria. Primi posti lire 1,50, distinti lire 1, militari e ragazzi lire 0,50. In fondo alla sala, proprio sotto il piccolo schermo, un pianoforte e un pianista che quando la sala piombava nel buio cominciava a picchiare sui tasti. Ne traeva melodie più o meno appropriate alla vicenda che si veniva svolgendo in bianco e nero tra i muti personaggi che si muovevano sulla tela e correvano sempre velocemente, agitavano braccia e gambe con eccessiva energia, sospiravano spalancando troppo la bocca e piangevano lacrime di glicerina. Erano gli attori del momento, come Ridolini e le sue torte e il grosso Maciste sempre vincitore. E poi Pina Menichelli e Soava Gallone, Lyda Borelli e Francesca Bertini che non sempre capivo bene cosa volessero o facessero, anche perché la didascalia in basso scappava veloce prima che riuscissi a leggerla tutta. Comunque, al primo abbozzo di bacio o di abbraccio veniva la dissolvenza tutto si confondeva, mentre il pianista pestava più forte non so quali drammatiche "fughe". Poi c'erano i pomeriggi domenicali fuori porta a vedere il ritorno dalle corse alle Capannelle. Le bighe, le pariglie, i tiri a quattro arrivavano dalla via Appia Nuova e giunti in prossimità della Porta S. Giovanni, i cavalli, frustati, a trotto accelerato cercavano di sorpassarsi per superare prima il passaggio obbligato del grande fomice, tra due ali di spettatori ammirati. C'erano anche le passeggiate all'Acqua Acetosa, un'acqua cui si attribuivano varie virtù. La fonte si trovava in fondo all'attuale viale Parioli che correva allora alberato e ombroso verso il Tevere, e sembrava di andare lontano, in campagna. La meta non rientrava nei miei gusti di bambina forse un po' sofisticata. Mi davano fastidio le merende e le cartacce, il vociare romanesco e la costrizione a bere l'acqua "che ti fa bene". C'erano, naturalmente, lunghe domeniche in casa. Domeniche di pioggia o di pigrizia o di malavoglia. Mio padre leggeva i giornali o i libroni di storia di cui era appassionato, o riempiva fogli di lettere dell'alfabeto, maiuscole, giganti e stranamente sagomate con caratteri di sua invenzione, una curiosa mania forse nata quando, dopo la disgrazia, imparava a scrivere con la mano sinistra. Si serviva della squadra, del righello, che mi chiamava a tener fermo, di matite colorate e preparava belle intestazioni per certe sue cartelline portadocumenti o per i miei quaderni di scuola. lo avevo la mia finestra sulla piazza e, più avanti, i miei libri e giornalini. Non ricordo giocattoli speciali. Due gattoni di porcellana, quelli che si usavano come soprammobili e che potevo ogni tanto accarezzare e coccolare con precauzione; certe "pupazze" ottenute con avanzi di stoffa piegata e ripiegata che la zia sapeva fare molto bene; qualche bamboletta di cartapesta alla quale cercavo di pettinare i capelli di stoppa.
Una bambola bella, che chiudeva e apriva gli occhi, c'è nei miei ricordi, ma dentro una scatola, bene avvolta nella carta velina: era di porcellana e si poteva rompere. Naturalmente non mancavano servizietti da cucina, padellini, pentolini e piattini nei quali preparavo e servivo a ospiti immaginari i pranzetti di fagioli crudi e di foglie di insalata avute in speciale concessione.C'erano, così, la mia finestra, il mio teatro, e... lo specchio, il grande specchio dell' armadio di mia madre. Mi rimandava una ragazzina dai capelli biondissimi e gli occhi azzurri, con la quale potevo parlare in lunghi fantastici soliloqui, inventare situazioni più o meno avventurose, recitare poesie con gesti e mosse, mimare le signore e le attrici, improvvisarmi maestra di una invisibile scolaresca. Ballare anche o cantare. Sul tardi, verso l'imbrunire, suonavano lenti rintocchi al campanile della basilica e mia madre diceva "andiamo alla funzione". lo la seguivo, sedevo sulla lunga panca accanto a lei, quieta e buona all'apparenza, ma arrivando tendevo l'orecchio nella speranza che la lunga sequela del rosario fosse già finita. Le litanie con il canto e il suono dell' organo andavano già meglio, riempivano con il loro crescendo il vuoto e il freddo delle grandi navate e salivano verso l'alto tra il fumo dell' incenso. Intanto mi distraevo dietro le palme e l'azzurro delle pitture.

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