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I Piemontesi hanno fama di gente solida, concreta; sono lavoratori
senza troppi grilli per la testa sia quando coltivano il riso e
pigiano l'uva, sia quando costruiscono automobili o satelliti
artificiali. Un popolo con poca fantasia, si potrebbe pensare.
Invece il Piemonte ha un volto meno conosciuto, forse del tutto
ignorato dai non piemontesi: al di sotto, o a fianco, della
regione del Barolo e della Fiat ce n'è una popolata di masche, di
streghe e di fate; una regione i cui i boschi e le montagne sono
dimora di folletti e di diavoli, che conservano tracce dei
miracoli operati dai santi e delle gesta di cavalieri ed eroi; una
terra dove i cantieri dell'alta velocità ferroviaria attraversano
campagne nelle cui nebbie aleggiano macabri misteri. Un Piemonte
che attraverso i secoli di devozione cattolica non ha dimenticato
le sue origini celtiche e l'antichissimo substrato culturale e
religioso pagano, dove il soprannaturale 'era naturale' come la
natura. Capoluogo del Piemonte è Torino e forse non è un caso che
la città dei taurini e dei Savoia sia una delle capitali europee
del mistero: metropoli esoterica, Torino magica. Piemonte,
terra di misteri misteriosi...
Villar
San Costanza I soldati di pietra

Nel bosco alle pendici del monte
San Bernardo spuntano decine di blocchi di pietra chiamati ciciu
(pupazzi) per il loro aspetto goffo cheli fa assomigliare a funghi
o a piccoli uomini infagottati. La tradizione più diffusa vuole
che i ciciu siano soldati romani all' inseguimento di San
Costanzo, che li trasformò in pietra con un intervento prodifJioso.
Villar San Costanza è all'inizio della val Maira. Fuori dal paese
c'è un albergo affacciato su un panorama di montagne; dietro
all'edificio un bosco con roveri, betulle, sambuchi, fruscii di
lucertole...e i ciciu.. Sorge il sole sulla pianura ai piedi delle
Alpi Cozie in cui la legione tebea, detta cosÌ perché reclutata in
natione thebea (in Egitto), presta servizio in nome di Diocleziano
imperatore di Roma. È l'anno MLVI ab Urbe condita, il 303 d.c. I
soldati dell'impero pregano e bestemmiano con uguale disinvoltura.
Zeus, Iside e Mitra sono i loro dei, ma i legionari della Tebea
sono cristiani. Nell'esercito i cristiani sono mal visti e quando
i tebei si rifiutano di colpire gli inermi villaggi alpini,
vengono passati per le armi. Costanzo è un tebeo; è cristiano ma
non ha la vocazione del martire: scappa, si rifugia nel cannetum
acquitrinoso ai piedi delle colline; poi si volta e grida agli
inseguitori "siate di pietra come di pietra è il vostro cuore".
Ora i soldati non ci sono più: immobili alloro posto stanno strani
esseri di terra con cappelli di pietra scura. Sembrano grossi
funghi porcini; sembrano ciciu: pupazzi, secondo il dialetto
piemontese. Dio volle il suo martire e Costanzo fu ucciso nel
bosco dove oggi sorge la chiesa romanica a lui dedicata. Nel '700
il cannetum fu bonificato dai monaci e il re longobardo Ariperto
fece erigere un'abbazia; la chiesa di San Pietro in Vincoli ne è
l'erede e conserva la cripta del Mille, la cappella di San Giorgio
con affreschi del '400 e la pietra su cui Costanzo fu decapitato.
La geologia spiega che i bizzarri pupazzi di pietra sono formati
da un 'gambo' sabbioso alto circa 2 metri e da un 'cappello' di
gneiss, roccia metamorfica con bande di minerali chiari e scuri.
Li crea la pioggia erodendo lo strato sabbioso più morbido dello
gneiss. Sono parenti delle piramidi di terra del Trentino e del
fungo di Piana Crixia in Liguria.
Villa del Foro
Meglio
di un analgesico

La chiesa di Santa Varena a villa
del Foro sorge sul luogo di un tempio pagano; ne rimane un grosso
masso che guarisce dal mal di schiena chi vi si appoggia sopra. La
leggenda dice che fu portato qui a spalle da Santa Varena. Villa
del Foro sta nella campagna dove il sottile torrente Belbo entra
nel Tànaro, appena a monte di Alessandria. A metà paese svetta il
campanile di una chiesa che porta dipinte in facciata le immagini
di San Baudolino e Santa Varena. Baudolino è santo celebre
nell'alessandrino e a Villa del Foro ebbe un piccolo eremo presso
il fiume. Santa Varena gode di un culto più locale ma ben
meritato. Nella facciata della chiesa c'è una larga pietra grigia,
un blocco di gneiss granitico forse resto di un altare pagano su
cui fu eretta la chiesa. "Sònta Varenna, fam passé el ma 'd
schenna": chi soffre di mal di schiena pronunci la frase
appoggiandosi alla pietra e guarirà. Perché Varena giunse in
Piemonte dall'Egitto nel IV secolo come vivandiera della legione
tebea; fece tappa a Villa del Foro e qui, sostenuta dalla fede,
prese il macigno da un altare fuori città e lo portò da sola al
centro del villaggio, ordinando che su di esso si costruisse una
chiesa. Certamente quel trasporto fu uno sforzo fisico in grado di
provocare ben più di un semplice mal di schiena! Ma la fede sposta
le montagne e a maggior ragione solleva i massi... La fama
della pietra guaritrice ha superato i secoli ed é un
peccato
che il contatto col granito miracoloso
sia oggi reso difficile da una barra metallica fissata davanti a
esso, certo per evitarne
la consunzione per eccesso di sfregamento. Il luogo dove Varena
sollevò il pietrone è oggi il giardino di una villetta privata; lì
c'è un'edicola con l'immagine della santa, che è festeggiata con
una processione ai primi di settembre.
Il Principe Fetonte

Al
tempo dei tempi, un principe egiziano di nome Fetonte
decise di passare il mare e di andare ad abitare in un altro
posto, visto che dalle parti sue faceva troppo caldo. Cosi salì su
una nave e si portò dietro tutta la corte, perché da solo non ci
sapeva proprio stare. Naviga e naviga, alla fine sbarcò in Italia
e andò avanti finché non arrivò in riva a un grande fiume, dove
vide un toro bellissimo che un po' gli ricordava Api, un dio
egiziano con la testa di bue, ma tutta d'oro.Un momento dopo,
Fetonte aveva già piantato le tende ed era occupato a fondare una
grande città, che chiamò Torino. Appena ebbe finito, il principe
decise di farsi una passeggiata in riva all'acqua, ma mise un
piede in fallo e cadde nel fiume, dove, siccome nessuno si era
ricordato di insegnargli a nuotare, affogò in un momento.
La
gente di Torino, dispiaciuta, corse a ripescarlo e lo seppellì
nella chiesa di San Pietro. Poi, per suo ricordo, come simbolo
della città scelse un toro dorato, che ancora si può vedere nello
stemma del Comune.
Villar
Focchiardo
La spada spaccasassi

Presso la statale del
Monainevro si trova un grosso masso spaccato dalla Durlindana di
Orlando, chi se ne intende dice che (fantasie a parte, si tratta
sicuramente di un omphalos, centro sacro del mondo e mezzo per
passare nelle altre dimensioni': Fantasie a parte, appunto...
Aria tiepida, foglie autunnali,
mucche al pascolo; la Dora Riparia scorre limpida in val di Susa
fra l'autostrada, le due statali e la ferrovia. Ai lati della
piana fluviale le montagne salgono verso i 2700 m delle vette
velate di foschia; grossi massi cristallini bucano il bosco
spezzando l'omogeneità del verde. Vilé lo chiamano i suoi
abitanti: Villar Focchiardo per la toponomastica ufficiale, un
borgo antico tra il fiume e le montagne. Il mistero è sulla
statale del Moncenisio, in fondovalle; lì c'è la Cascina Roland,
oggi sede di un Centro Turistico Polifunzionale. Prima del recente
restauro, sul muro era dipinto un cavaliere con una spada. Davanti
alla cascina, fra l'erba, un masso erratico di 2 metri fuoriesce
dal terreno per 60 centimetri; un masso che sono due, perché è
diviso in due parti separate da un taglio netto che pare fatto con
una sega diamantata. Il masso è lì, così tagliato, da sempre. Chi
lo ha ridotto così? Nel 773 i Franchi di Carlo Magno sconfissero i
longobardi guidati da re Desiderio alla chiusa di San Michele,
poco a valle dell'attuale Villè. Il più valoroso paladino di Re
Carlo era Rutland, che diverrà famoso col nome di Rolando, o
Orlando. Orlando era irascibile e bastava poco a renderlo 'Furioso':
passando vide incisi su quel masso il nome della donna che amava,
Angelica, e quello del suo rivale in amore, Medoro. C'erano i
longobardi da sconfiggere ma la gelosia lo travolse: Orlando
sguainò la sua spada Durlindana e colpì il sasso dell'offesa!
Tanta fu la forza che il masso si tagliò in due come un pezzo di
burro. Divisi i nomi dei due amanti, il paladino proseguì: i
longobardi lo attendevano. Viva Re Carlo!
Vezzolano
La danza macabra
del re

Si narra che Carlo Magno, cacciando nei boschi presso Albugnano
nel 774, fu colto da un'orribile visione: la danza macabra di
scheletri umani, spaventosa causa della sua epilessia. Guarito per
intercessione della Madonna, avrebbe disposto qui l'edificazione
dell 'abbazia di Vezzolano. Dopo la vittoria ottenuta a Pavia sui
Longobardi di Desiderio e Adelchi e la sua incoronazione a re dei
franchi e dei longobardi, Carlo Magno si godeva la battuta di
caccia a cui stava partecipando con la sua corte nei boschi a sud
del Po, non lontano dalla città di Augusta Taurinorum. La caccia
procedeva bene: un cervo e un cinghiale erano già caduti sotto le
frecce, i cani latravano e l'imperatore osservava il suo più
giovane vassallo lanciato al galoppo dietro un'ombra dalle grandi
corna che fuggiva fra le querce... Un fremito, il bosco gira
intorno al re, le sue mani non tengono le redini, fa freddo
nonostante il caldo estivo... il re cade a terra, la bocca
si copre di schiuma, geme e rantola, gli occhi spalancati non
vedono i cortigiani che accorrono spaventati "Maestà, Sire,
Carlo...!!!" Quanti sono? Dieci, venti...cinquanta scheletri
escono dalla foresta e circondano Carlo, ballano danze scomposte,
dondolano le ossa bianche, con quel sorriso immobile di denti
nudi, quegli occhi senza pupille che non possono guardare...
"Vergine Maria, allontana da me questi esseri orribili!" Carlo è
terrorizzato, teme di essere ghermito dagli scheletri, forse in
quel momento capisce cosa provano i cervi quando fuggono inseguiti
dai cacciatori...
Ma la Madonna ascolta la sua preghiera e la crisi di epilessia
termina.
Svaniscono
i morti danzanti, agli occhi del re appaiono i suoi vassalli, i
nobili franchi cacciatori. La Madonna ha esaudito e va
ringraziata: Carlo dispone che in questa valletta sia edificata
una cappella dedicata alla Vergine. Da quella cappella sorse nel
1095 l'abbazia di Santa Maria di Vezzolano, per secoli una potente
abbazia alle dipendenze del papa.
Cannobio
Il miracolo della
pietà

Nel 1522 a Cannobio un quadro
raffigurante Cristo fra la Madonna e San Giovanni trasudò sangue e
lacrime in sei occasioni diverse. Le reliquie sono tuttora
conservate nel santuario appositamente edificato, e sono oggetto
di una festa popolare molto partecipata; quella dei Lumineri. La
mole rinascimentale del santuario della Santissima Pietà a
Cannobio prende il nome da una imago pietatis, una piccola
pergamena dipinta con Cristo in Pietà tra Maria e Giovanni
Evangelista, custodita in una nicchia dell'altare maggiore. Nel
1522 la pergamena stava nel palazzo di Tommaso de Zacheis, un
facoltoso notabile. Era la seconda ora di notte nell'ottavo giorno
di gennaio: Tommaso sentì la figlia Antognina che gridava: "o
Matre, corete che la nostra Donna et messer Jesu Cristo et sancto
Joanne piangeno sangue". Corsero e videro la pergamena che
trasudava sangue dalle ferite di Cristo e lacrime dagli occhi
della Vergine e di San Giovanni. "Misericordia!" gridarono i
presenti. Il fenomeno continuò per due ore davanti a molte persone
accorse alle grida, e si
ripeté il 9 e il 10 gennaio. Nella notte del 9 dalla pergamena
uscì inoltre una piccola costola sanguinante che sparse gocce di
sangue su una tovaglia. A fine mese fu aperta un'inchiesta e le
dichiarazioni dei testimoni furono raccolte dal notaio Bartolomeo
de Albertinis. Nuovi miracoli accaddero il 4 febbraio, a inchiesta
in corso, e il 27 febbraio. La sala di palazzo Zaccheo fu
trasformata così in oratorio della Devozione e nel 1575 iniziò la
costruzione del santuario, cui partecipò finanziariamente tutta la
popolazione di Cannobio. La 'Sacra Costa' è oggi conservata
nella parrocchia di San Vittore in un reliquiario seicentesco; nel
1922 furono analizzate le stoffe insanguinate e si confermò la
presenza di sangue umano. Per ricordare il miracolo, la notte del
7 gennaio Cannobio si accende di migliaia di lumini: sono i
lumineri che rischiarano la processione che porta le reliquie
dalla chiesa di San Vittore al santuario. È un momento di grande
partecipazione popolare ed è di grande suggestione anche per chi
cannobino non è: le luci artificiali della città sono spente e la
notte invernale è rischiarata dalle fiammelle dei lumineri accesi
lungo le vie e sulle barche nel lago.
Pinerolo Il
fantasma danzante

Una leggenda percorre le valli torinesi: da
Pinerolo a Exilles ci si disputa l'onere e l'onore di aver
ospitato un misterioso prigioniero col volto coperto da una
maschera di ferro. In una
gola strategica dell'alta val di Susa sorge il poderoso forte di
Exilles, costruito dai francesi durante la loro secolare
occupazione della valle e trasformato nel Settecento dai Savoia in
un'inespugnabile fortificazione. Intorno al 1681, nella valle
strane voci raccontano di un misterioso cavaliere col viso coperto
da una maschera di ferro, ospitato all'interno del forte. Nessuno
lo può avvicinare e nessuno conosce il suo nome. Forse soltanto il
governatore Saint-Mars è al corrente del segreto che circonda
l'enigmatico cavaliere. Si dice infatti che ne sia stato
in precedenza il privilegiato ed esclusivo
custode nella cittadella di Pinerolo fin dal 1669. Storia e
leggenda si sono intrecciate intorno a questo personaggio, finché
Alessandro Dumas non ne ha definitivamente romanzato i contorni
nel terzo volume della saga dei Tre moschettieri. L'uomo dalla
maschera di ferro non sarebbe altri che il fratello gemello del re
di Francia, Luigi XIV, il Re Sole. Per evitare problemi dinastici,
uno dei due gemelli doveva essere sacrificato. Lo spregiudicato
cardinale Richelieu, ministro di Luigi XIII, convinse allora il re
a nascondere l'esistenza del secondo figlio, facendolo allevare in
incognito, lontano dalla corte. Raggiunta la maggiore età,
tuttavia, la somiglianza con il fratello, sovrano di Francia, era
diventata palese e imbarazzante. Fu allora che venne escogitata la
soluzione della maschera di ferro da applicare sul volto dello
sfortunato giovane, così che nessuno potesse mai scoprirne la vera
identità. Segregato dal mondo ma trattato con rispetto, l'uomo
dalla maschera di ferro passò da una fortezza all'altra, sempre
accompagnato dal fedele carceriere, e finì i suoi giorni alla
Bastiglia nel 1703.
Orta San Giulio
San Giulio e i serpenti

Dove si narra come il coraggioso Giulio
abbia sconfitto i demoni e trasformato l'isola dei serpenti in un
paradiso mistico...
L'isola di San Giulio, al centro
del lago d'Orta, ospita un gruppo compatto di edifici in pietra
circondati dal verde di minuscoli giardini. In questo tranquillo
eremo, nell'ultimo secolo dell'impero romano erano giunti dalla
lontanissima Grecia due fratelli, Giulio e Giuliano, la cui
missione era di diffondere la religione cristiana in quell'angolo
del Nord Italia. Era il 390 e il paganesimo pervadeva ancora
l'area ai piedi delle Alpi. Dopo la morte del fratello, Giulio,
affascinato dalla bellezza del lago e della piccola isola alberata
che si scorgeva dalle sue sponde, decise di costruire una chiesa
proprio su quel lembo di terra in mezzo alle acque. Nessun
barcaiolo era però disposto ad accompagnarlo perché l'isola era
infestata da serpenti e da altri mostri spaventosi. Giulio non si
perse d'animo: steso il mantello sulle acque, se ne servì come
imbarcazione e, remando con il suo bastone, raggiunse l'isola. Un
segno di croce e un secco ordine fecero scomparire immediatamente
i mostri e il santo poté procedere alla costruzione dell'edificio.
I miracoli di Giulio gli valsero la venerazione del popolo e più
tardi la santificazione ufficiale. Il 31 gennaio una processione
celebra San Giulio che, grazie alla sua fama di costruttore, è
stato dichiarato patrono dei muratori. Visitando la chiesa, si
scoprono le leggende fiorite sul suo conto raffigurate negli
affreschi e nelle tele
particolarmente suggestivo è il bassorilievo in pietra,
posto all'ingresso del presbiterio: rappresenta il santo che
naviga sul suo mantello verso l'isola e ne scaccia i rettili.
Bra
I fiori che sbocciano
sulla neve

Bra è testimone ogni anno di un evento
straordinario e inspiegabile che da solo merita, come dicevano un
tempo le vecchie guide turistiche, una deviazione.
Dicembre 1336: nella campagna
appena fuori Bra, Egidia, una giovane incinta, sta
rientrando dai campi percorrendo un sentiero in mezzo alla neve.
Si ferma per una breve preghiera presso un pilone che ospita
l'immagine della Madonna. Ma qui viene raggiunta da alcuni soldati
che la minacciano . Dal pilastro esce all'improvviso una
gran luce sfolgorante al cui centro appare la Vergine.
I
soldati, terrorizzati, fuggono mentre la povera ragazza sviene. Al
suo risveglio, scopre non solo di aver partorito, ma che attorno
al pilone sono fioriti, in pieno inverno, gli alberi di pruno.
Naturalmente il luogo diventa rapidamente oggetto di culto e in
breve tempo viene costruito un piccolo santuario, meta di
incessanti pellegrinaggi. Oggi il santuario è diventato la grande
chiesa della Madonna dei Fiori, patrona della città, e l'8
settembre vi si svolge un'affollata processione. E ogni anno, nel
bel mezzo dell'inverno, il pruno continua a fiorire. Il fenomeno è
stato studiato scientificamente, ma non si è ancora raggiunta una
conclusione univoca circa il motivo di quella strana fioritura
fuori stagione. Molte le ipotesi: dalla possibile presenza di una
corrente sotterranea di acqua calda, all'azione di campi
elettromagnetici. Si è anche tentato
di trapiantare altrove alcuni rami del pruno
sempre con lo stesso risultato: gli alberi trapiantati fiorivano
solo nella bella stagione. E così Bra convive da tempo
immemorabile con questo miracolo: se non ci credete, andate a
vedere di persona!
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