














 |


Era
il 1932 quando Jules Brocherel, valdostano esperto della cultura
della propria terra d'origine, scriveva:" Il montanaro è un uomo che
ha conservato la freschezza mentale del fanciullo. I suoi lari
misteriosi emanano la poesia del lontano passato; le sue leggende, i
suoi riti, la sua arte, rivelano le origini e le vicissitudini della
stirpe, fanno sentire la voce dell'anima regionale"Agli inizi del
terzo millennio, la Valle d'Aosta è una delle mete preferite del
turismo montano soprattutto invernale, ma sempre ben saldi sono nei
suoi abitanti i legami con il passato. Lo confermano moltissimi
aspetti di quella che oggi viene definita 'cultura popolare' ma che,
nel caso di questa parte d'Italia, sarebbe più corretto indicare
come 'cultura regionale. Di essa le leggende sia sacre (spesso e
volentieri hanno come protagonista il Diavolo, sempre destinato a
essere sconfitto) sia profane (si pensi ai tantissimi personaggi che
compaiono nei numerosi carnevali) sono solo un aspetto. A queste
infatti si affianca la tradizione della musica, dei canti e della
danza, arti che documentano gli stretti contatti e gli scambi con i
confinanti Piemonte, Vallese elvetico,e Tarantaise francese. Sono
addirittura oggetto di veri e propri campionati gli sports de notra
terra, ossia giochi popolari come il fiolét (un legno di forma
ovoidale posto su una pietra piatta che viene lanciato per mezzo di
una mazza in legno), la rebatta (con una mazza si batte al volo una
palla di legno rivestita di chiodi lanciata in aria attraverso una
leva), lo tsan (una palla di legno fissata a una pertica posta entro
un cerchio deve essere colpita con una mazza e rimandata in campo
avversario) o il palét
(una sorta di gioco delle
bocce,
qui costituite da dischi in ferro).
Non vi è momento dell'anno in cui non cada una festa
storica, a
partire dalla bataille des Reines, che vede le mucche sfidarsi per
il titolo di 'regina della valle'. E ancora oggi, in occasione della
festa di Sant'Orso ad Aosta, le bancarelle di un mercato di
tradizione
millenaria sono gremite di oggetti tipici di
artigianato del legno, pizzi, stoffe e si possono vedere
indossati gli antichi costumi tradizionali.
La città saracena

Dice la leggenda che molto, moltissimo tempo
fa i Saraceni arrivarono in Valle d'Aosta e fecero schiavi tutti gli
abitanti. Poi li costrinsero a costruire una fortezza grande come
una città e alta come una torre, divisa in quattro piani: i primi
due erano senza finestre e ci abitavano i servi, il terzo aveva solo
qualche feritoia ed era occupato dai mercanti e dagli artigiani, e
il quarto, pieno di finestroni che lasciavano passare aria e luce,
era riservato ai nobili e ai guerrieri. I Saraceni
facevano la bella vita e a lavorare ci pensava la gente del posto,
che alla fine, stanca di fatica e di botte, chiese aiuto ai Francesi
e dopo un po' vide il loro esercito scendere giù per le montagne.Ma
i Saraceni non erano tipi da arrendersi facilmente, perciò si
chiusero nella loro città torre, piena di armi e di provviste e di
pozzi che davano acqua fresca: cosi sistemati, potevano resistere
all'infinito! L'assedio durò sette anni, e alla fine
i Francesi ebbero un'idea. Li vicino scorreva un fiume chiamato
Buthier, e non ci voleva molto a deviare il suo corso e, con un
sistema di tubi a portare l' acqua sino ai finestroni del quarto
piano. Così la torre si sarebbe riempita fino all'orlo e ai Saraceni
non sarebbe rimasto che uscire o annegare.Cocciuti come erano, loro
preferivano rimanere nella torre, spostandosi da un piano all'altro,
ma il livello dell'acqua continuava a salire. Però i saraceni non
mollavano e i pochi rimasti vivi cercavano addirittura di vuotare la
torre con i secchi, gridando : " Oste l'eau! che in francese antico
vuol dire ferma l'acqua! Ma l'acqua non si fermava, e alla fine
morirono tutti. Allora i Francesi buttarono giù la città torre (e ci
vollero sette anni, tanto i muri erano robusti!) e ne costruirono
un'altra, che in memoria di quel grido che si chiamò Aosta.
Della città saracena rimane
soltanto un altissimo muro con grandi fine strani ad arco, e chi non
conosce questa leggenda dice che si tratta di un pezzo del Teatro
costruito anticamente dai Romani.
Un amore
impossibile

Quella che aleggia attorno alla torre del
Lebbroso, situata lungo il lato ovest della cinta muraria che ancora
oggi racchiude il cuore antico della città di Aosta, è una storia
davvero da brividi. Riguarda non tanto la torre in
sé, edificata in epoca romana e divenuta nell'XI secolo possedimento
di una potente famiglia locale, i De Friour, quanto i suoi tetri
ambienti interni, nei quali vicende storiche e leggenda tessono una
complessa quanto affascinante trama. La storia racconta che nel
XVIII secolo il severo edificio divenne una sorta di reclusorio per
gli 'scarti' della società locale, dove furono rinchiusi non solo
criminali comuni, ladri e assassini, ma anche persone malviste per
vari motivi in città. Vi furono persino imprigionati, incuranti del
contagio, gli ammalati di lebbra, che nella seconda metà del secolo
mieteva vittime anche in queste contrade. La leggenda riporta invece
la triste storia di un amore impossibile fra un certo Pietro
Bernardo Guasco, ultimo esponente di un'antica famiglia, rinchiuso
fra i lebbrosi della torre, e la fanciulla più bella della città di
Aosta. Spinta dalla curiosità, la giovane si affacciò un giorno alla
porta socchiusa della torre proibita. Nel giardino segreto incrociò,
in un volto devastato dalla malattia, uno sguardo nobile e fiero. Fu
subito amore. Un amore dolcissimo e tragico, che Xavier de Maistre
raccontò nel suo famoso romanzo Les Lépreux de la cité d'Aoste.
Il giustiziere
dell'alta valle

Ai
viaggiatori che percorrono oggi l'alta valle i ruderi del castello
di Montmayeur, pochi chilometri a sud-ovest di Arvier, incutono
ancora non poca paura. Ma più dell'aspetto è un
racconto a rafforzare la fama terribile di questo antico maniero che
dal 1271 veglia l'unione della Valgrisenche con la Dora Baltea. Una
storia degna di uno di quei film americani in cui l'eroe decide di
passare alle vie di fatto se la giustizia non gli riconosce i torti
subiti. Come in ogni leggenda che si rispetti, i fatti avvengono in
un passato senza date precise. Possiamo però immaginare che tutto si
collochi in un'epoca compresa fra il XIV e la seconda metà del XVI
secolo. Protagonisti un castellano di Montmayeur di cui non si
conoscono né il volto né il nome e un altrettanto anonimo
presidente del tribunale di Chambéry, allora capitale del ducato di
Savoia. Oggetto del contendere sono non ben precisati diritti, forse
pertinenti ai traffici fra i due versanti delle Alpi che,
rivendicati dal proprietario del maniero, non erano però
riconosciuti dalla massima autorità giudiziaria. Stanco di
attendere, il castellano decise di invitare il presidente nel suo
maniero. Questi, pensando che fosse un tentativo di risolvere una
buona volta la contesa, incautamente accettò. Aveva sbagliato i
calcoli, perché il signore di Montmayeur lo sottopose subito a una
sorta di sommario processo la tradizione parla più
precisamente di una lugubre cerimonia e senza indugi lo
decapitò. AI tribunale di Chambéry inviò poi la testa del
malcapitato, in segno di scherno e di ribellione.
Un' insolita
caccia al tesoro

Nei sotterranei di un castello è
nascosto un favoloso tesoro, vigilato giorno e notte da una vacca
dal mantello verde. Si può sperare di scoprirlo solo due volte
l'anno: il Venerdì Santo e nella notte del 24 giugno, in occasione
della festa di San Giovanni.
Succede anche questo fra le rocce e il verde della Valle d'Aosta,
più di preciso lungo quella vai d'Ayas famosa soprattutto per i
maestosi scenari alpini e le piste da sci di Champoluc. Provate
infatti a risalire la valle da Verrès alla volta di Brusson: sarà
ben difficile che, subito dopo Archesaz, lo sguardo non sia attirato
dalle suggestive rovine del castello di Graines, legate a un'antica
leggenda. Per la verità, c'è poco altro da conoscere. Avvolto nel
mistero è chi abbia nascosto tale immenso tesoro. Forse i monaci
dell'abbazia di San Maurizio di Agauno (l'attuale Saint-Maurice
vicino a Martigny, nel Vallese elvetico), desiderosi di proteggere
da sguardi indiscreti i beni dell'ordine in un'epoca l'XI
secolo non molto sicura. O forse la casata degli Challant,
signori della Valle d'Aosta, che del castello entrò in possesso nel
1263. Non esistono neppure indizi che spieghino da dove salti fuori
una mucca di colore verde: forse uno scherzo della natura in una
valle da sempre a vocazione pastorale? E impossibile da spiegare è
anche il perché solo in quei due giorni dell'anno se ne possa
intraprendere la ricerca. Unica cosa certa è il luogo in cui il
bottino attenderebbe da secoli: i sotterranei dell'edificio
residenziale, una delle poche strutture del castello rimaste in
piedi fino a oggi.
Dove Annibale
varcò le Alpi

Fu un'impresa leggendaria: scavalcare
le Alpi dopo aver percorso tutta la Penisola iberica e parte della
Gallia. Con un poderoso esercito per giunta, e con tanto di elefanti
al seguito! E dai libri di storia sappiamo del lungo
viaggio compiuto dal generale cartaginese, ma il punto preciso
in cui avvenne il passaggio è ancora oggi avvolto nel più fitto
mistero. Tra i molti luoghi delle Alpi occidentali che ambiscono a
tale titolo il passo del Piccolo San Bernardo ha però un asso nella
manica: si tratta del cercle o concert d'Annibal di cui parla una
leggenda valdostana. Sistemati gli accampamenti
dei soldati in
corrispondenza del valico alpino, il grande condottiero avrebbe
chiamato a raccolta i suoi fedeli capitani per concordare con loro
nuove strategie militari. La leggenda racconta che la riunione dei
capi cartaginesi avvenne presso un antichissimo allineamento di
pietre, oggi identificato dagli archeologi con il cromlech scoperto
durante gli scavi condotti nel xx secolo proprio in corrispondenza
del valico del Piccolo San Bernardo. Si tratta di un grande
allineamento di stele 44 per la precisione di forma
trapezoidale disposte lungo un'ellisse del diametro di 72 metri,
risalente con buona probabilità all'età del Ferro. Le pietre
raffigurano quasi tutte personaggi maschili, forse divinità o eroi,
ed erano situate in un'area destinata a riti religiosi. Nella stessa
zona sono state scoperte grandiose tombe dolmeniche databili fra il
2400 e il 2300 a.c.; fra esse, una merita particolare attenzione per
via della sua forma triangolare che fa pensare alla rappresentazione
della nave con cui, secondo gli antichi, i defunti venivano
traghettati nell'aldilà. Il cercle d'Annibal è visibile in estate,
quando la neve non ricopre il complesso archeologico. Oltre alle
stele e alle tombe, esso è composto anche da una stazione di sosta
romana, da un tempietto gallo-romano e da un antico edificio
religioso, detto dolichenum. Ritenuto da molti una testimonianza
certa del passaggio di Annibale, questo cromlech fu in realtà un
luogo di culto protostorico, legato ai riti dedicati al sole e al
solstizio d'estate.
Point
Saint Martin
Il Diavolo l'ha fatto

Sul ponte romano che presso
Pont-Saint-Martin scavalca il torrente Lys poco prima che confluisca
nella Dora Baltea, due solchi impressi nella pietra ricordano le
orme di una capra. Sono le orme di un Diavolo che, per la rabbia di
essere stato beffato, con forza picchiò il suo piede sulla lastra di
roccia. Un ultimo e inutile gesto, prima di scomparire per sempre
negli abissi profondi. Per secoli la gente del posto raccontò di un
ponte, costruito di giorno dagli abitanti della valle e distrutto
ogni notte. Lavoro, fatica, sacrifici, tutto inutile: il ponte non
piaceva al Maligno, che regolarmente faceva crollare in un sol colpo
tutte le pietre. E con loro anche le speranze dei valligiani, che
non riuscivano mai a raggiungere l'altra sponda del torrente se non
a costo di lunghi e impervi percorsi. Ci pensò San Martino a
risolvere la questione, scendendo a patti col demonio in persona. In
cambio di un aiuto nella costruzione, il sant'uomo promise di
lasciare al Diavolo il primo essere vivente che avesse attraversato
le due sponde del Lys. Il Diavolo accettò e, ingenuo com'era,
costruì in una sola notte un ponte in pietra a un'unica ampia
arcata. Aspettava poi il compenso pattuito, ma San Martino mandò un
cane: un essere vivente, certo, ma non del genere che il Demonio
desiderava come ricompensa. Così, con forte odore di zolfo, il
Diavolo si gettò nella cupa voragine degli inferi, portando con sé
lo sfortunato animale ma lasciando intatto il solido ponte a schiena
d'asino. Lo stesso che ancora oggi si vede nell'abitato, il primo
centro che si incontra entrando in Valle d'Aosta.

|
Fai felice Il Paese e scrivi
un tuo commento se ti piace questo sito o questa pagina
Questo sito é
autofinanziato...fai crescere con il tuo sponsor il Paese.
|