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Liliana Segre abita a Milano, dove è nata e dove aveva vissuto da
bambina fino al tempo del suo arresto e della sua deportazione. Era
una ragazzina di 14 anni quando arrivò ad Auschwitz e di quella sua
esperienza, per molto tempo, non ha mai voluto parlare. Ha deciso di
interrompere questo silenzio circa dieci anni fa e da allora si è
resa disponibile a partecipare a decine di assemblee scolastiche e
convegni di ogni tipo per raccontare ai giovani la propria storia
anche a nome dei milioni di altri che l'hanno con lei condivisa e
che
non sono mai stati in grado di comunicarla.

A tredici anni nel campo di sterminio

Avevo otto
anni al momento delle leggi razziali e mi ricordo come una netta
cesura nella mia vita quella fine estate del 1938 quando mio papà
cercò di spiegarmi che, poiché ero una bambina ebrea, non avrei più
potuto continuare ad andare a scuola. Non posso dire di aver capito
allora quello che stava succedendo, però mi sono sempre ricordata,
dopo, come mi ero sentita quel giorno che ha diviso la mia vita in
un prima e in un dopo. La mia era sempre stata una famiglia laica e
io non mi ero mai posta il problema di che cosa volesse dire essere
una bambina ebrea. Lo avrei ben capito in seguito, anno dopo anno,
giorno dopo giorno, man mano che la persecuzione si è fatta più
dura, quando è scoppiata la guerra e i nazisti sono diventati i
padroni dell'Italia del Nord. Nel 1943 ero una ragazzina ormai
tredicenne, molto consapevole di quello che avveniva intorno a lei.Falliti
altri tentativi di sfuggire alla persecuzione, nel corso dei quali
dovetti abbandonare la mia casa e dire addio ai miei nonni, poco
prima che venissero deportati e uccisi ad Auschwitz, prima che ci
arrivassi io, anche per me e per mio papà venne il momento di
tentare la fuga in Svizzera.Anche per noi le cose andarono male, non
trovammo però, come Goti, dei contrabbandieri che ci vendettero per
quattro soldi, ma un ufficiale svizzero, di una piccola stazione di
polizia di frontiera del Canton Ticino, che ci riconsegnò alle
autorità italiane dopo che eravamo già riusciti a espatriare.
Una
bambina in carcere

Entrai
così, a 13 anni, nel carcere femminile di Varese ed ero da sola
nell’umiliante trafila della fotografia e delle impronte digitali,
da sola a camminare in quei corridoi dietro a una secondina e a
chiedermi per quale colpa mi trovassi lì. Io le prigioni le avevo
viste solo al cinema, non sapevo come erano fatte, non sapevo che
all'ora del tramonto le guardie venivano a picchiare sulle sbarre
per controllare che non fossero state segate da me o dalle altre
poverette prese come me sul confine! Fu così a Varese, fu così a
Como, fu così a San Vittore, dove rimasi per 40 giorni. Ma lì ero
contenta, perché le famiglie erano state riunite e io ero in cella
con il mio papà. Due o tre volte alla settimana gli agenti della
GESTAPO portavano via tutti gli uomini del raggio degli ebrei per
interrogarli. Io sapevo che erano interrogatori terribili, in cui si
torturava e si picchiava, e ci pensavo quando rimanevo sola nella
cella aspettando che tornasse mio padre. Aspettavo un'ora, due ore,
tre ore; diventavo vecchia leggendo le scritte di quelli che erano
passati prima di noi: maledizioni, addii, benedizioni, nomi,
"ricordatevi di me". Poi lui tornava: era pallido, la barba lunga,
gli occhi segnati, non mi raccontava niente, ci abbracciavamo. Mi
svegliavo qualche volta di notte nella branda che era quasi
rasoterra, una brandina di ferro, e lo trovavo qualche volta
inginocchiato vicino a me che mi chiedeva scusa per avermi messo al
mondo. Lui che avrebbe voluto darmi il massimo.
Alla fine
di gennaio, nell'implacabile appello dei 650 nomi circa compresi nel
successivo trasporto, furono pronunciati anche i nostri. Un vecchio
cugino di mio padre, che a gran fatica, da Ravenna, aveva raggiunto
la Svizzera e da là era stato respinto, a sentire il suo nome si
uccise buttandosi giù dall'ultimo piano del raggio. Quel corpo
scomposto, grottesco, quel fagotto buttato sul pavimento del
carcere, fu il primo morto che vidi nella mia vita.
Ci misero
in fila e ci caricarono sui camion per portarci alla stazione
centrale. Da lì cominciò il nostro viaggio verso il nulla. Un
viaggio di gente che era alla vigilia della morte, un viaggio in cui
non c'era più niente da dire, un viaggio in cui tutti, dopo aver
pianto e i più fortunati pregato, stavano in silenzio. Arrivammo ad
Auschwitz in pieno inverno. Era stato un viaggio inumano, ma inumano
fu l'arrivo: quando fummo scaricate a calci e pugni su quella
spianata enorme che i nostri aguzzini avevano preparato per noi nel
lager di Birkenau, un lager femminile enorme, una città di
disperazione. Fummo separati, uomini e donne, e io nei miei tredici
anni spauriti, non conoscendo nessuna lingua straniera, senza capire
dove mi trovavo e che cosa mi stava succedendo, io, senza saperlo,
lasciai per sempre la mano del mio papà. Lui è rimasto là quel 6
febbraio 1944.
Noi
sceglievamo la vita

Io passai
la selezione senza sapere che venivo scelta per la vita o per la
morte. Ero tra le più giovani, anzi io non conobbi in campo nessuno
che fosse più giovane di me. Mi scelsero perché ero grande e grossa
e dimostravo più anni di quelli che avevo. Entrai nel campo e iniziò
anche per me quella vita, fondata sulla più totale disumanizzazione
in cui la voglia di vivere, per noi che siamo tornate, era l’unica
cosa che contasse. Anche nella situazione più spaventosa noi
sceglievamo la vita, anche se ci volevano uccidere ogni minuto per
farci scontare la colpa di essere nate. Fui scelta per un lavoro che
si svolgeva per fortuna al coperto. Dico sempre che sono viva per
quello. Rimasi un anno nella fabbrica di munizioni Union, che
apparteneva alla Siemens. Eravamo schiavi senza alcun diritto che
lavoravano fino all'esaurimento delle forze. Com'erano i rapporti
fra di noi prigioniere? I rapporti per me furono difficilissimi: io
mi rinchiusi in quei mesi sempre di più in un silenzio doloroso.
Dapprima il silenzio in cui mi aveva costretto la separazione da
tutti coloro che avevo amato, poi il silenzio perché non capivo le
lingue che si parlavano, poi il silenzio perché avevo paura di
attaccarmi a qualcuno che mi sarebbe stato di nuovo strappato. Ma
era anche il silenzio spaventoso che sentivamo intorno a noi, il
silenzio del mondo che non si dava pensiero di quello che ci stava
succedendo. Era forse anche il silenzio di Dio che in quel momento,
ad Auschwitz, si è distratto. Tre volte passai la selezione nel
corso di quell'anno. Nude, perché la nudità era un'altra umiliazione
costante della nostra vita di tutti i giorni, passavamo davanti agli
ufficiali delle SS, elegantissimi nelle loro uniformi. Noi, le
disgraziate ragazze della fabbrica Union, ci specchiavamo le une
nelle altre con i nostri corpi scheletriti mentre i nostri aguzzini,
decidevano chi era ancora in grado di lavorare e chi no. Ragazzi, è
difficile attraversare un corridoio, dover varcare una porta
obbligata e sapere che chi ti osserverà, nuda, davanti e dietro, in
bocca, dappertutto, poi deciderà se tu continuerai a vivere oppure
no. Come bisogna atteggiarsi davanti a un tribunale così, composto
di uomini che a casa avevano una famiglia, delle figlie forse della
nostra età, e che ci guardavano, sorridendo calmi, tranquilli, senza
una parola? Solo un cenno del capo per dire "avanti". E io ero
felice quando mi facevano quel cenno, perché ero ancora viva, perché
io volevo vivere. Io avevo 13 anni, e poi 14, e volevo vivere.
La
"marcia della morte"

Alla fine
di gennaio del 1945, quando era passato un anno dal mio arrivo nel
campo, cominciammo a sentire da lontano rumore di cannonate e di
bombardamenti: qualche cosa stava succedendo. Ed ecco che dalla
fabbrica Union arrivò il comando di evacuare il campo. E, così come
eravamo, ci fecero alzare da quei banchi, dove lavoravamo per fare
proiettili e munizioni, e venimmo avviate per quella che sarebbe
stata chiamata la "marcia della morte". Io, quando cominciai a
capire che dovevo camminare, comandai al mio corpo: "Una gamba
davanti all'altra! Devi andare avanti, devi andare avanti...".
Camminammo per giorni attraverso la Germania, camminavamo
soprattutto di notte: città deserte, paesini deserti e le nostre
sentinelle implacabili finivano con un colpo di pistola quelle che
cadevano. Io non mi voltavo, non mi voltavo a vedere quelle che
cadevano, non mi voltavo a vedere la neve sporca di sangue. Io non
mi voltavo neanche quando ero nel campo e c’erano i mucchi di
cadaveri scomposti fuori dal crematorio pronti per essere bruciati.
Io non mi voltavo per guardare le compagne in punizione, io non
volevo sapere di torture, di esperimenti, di racconti spaventosi, Io
non volevo sapere, io volevo vivere e mi sdoppiavo in un'altra
personalità: non ero lì, non ero io quella che faceva la marcia
della morte. Ci buttavamo come pazze sugli immondezzai e
raccoglievamo bucce di patate, torsoli di cavolo marcio, un osso già
rosicchiato dal cane di casa, e ci disputavamo questi orrori io e le
mie compagne, le bocche sporche, scheletri orribili. Alzavo la testa
a vederle, le mie compagne, e vedevo me stessa, la mia faccia
scheletrita, ferina, bestiale. Eravamo le stesse a cui un anno o due
prima, intorno a una tavola ben apparecchiata qualcuno aveva detto:
"Ho fatto per te la torta che ti piace, ne vuoi ancora?". Ma lì non
c'era la tovaglia bianca, non c'era il viso amato della nonna Olga
davanti a me. Rosicchiavo felice quel pezzo di osso. Non importa se
poi avrei vomitato e avrei avuto la diarrea: intanto mettevo
qualcosa nello stomaco.Passammo così da un campo all’altro, sempre
più a Nord della Germania, fino a quello di Malchow, l’ultimo dove
fui detenuta. Ci eravamo arrivate con la forza della disperazione,
come non lo saprei più dire; eravamo tanti chilometri lontano da
Auschwitz! Non lavoravamo più in questo campo, non c’era più quella
disciplina dell'orario, della fabbrica. Passavamo delle giornate
infinite, quasi più nessuno si alzava da quei giacigli su cui
stavamo ammucchiate. Ma eravamo ancora vive. C’erano dei ragazzi,
dei prigionieri francesi, che passavano fuori dal campo e ci
dicevano: "Non morite! La guerra sta per finire. I nostri aguzzini
la stanno perdendo, arrivano i russi da una parte e gli americani
dall'altra." Noi rientravamo nelle baracche e dicevamo a quelle che
veramente erano ormai alla fine: "Ci hanno detto: non morite! Noi lo
ripetiamo a voi: non morite! La guerra sta per finire."
Era una
gioia troppo grande, noi che eravamo abituate alla fame al freddo,
alle botte, all'aver perduto tutto, alla paura costante, non eravamo
preparate a una gioia così grande come quella. Era vero: gli
aguzzini stavano perdendo la guerra e nel giro di pochi giorni
portarono via tutto da quel campo. Portavano via scrivanie, macchine
da scrivere, soprattutto portavano via documenti compromettenti su
quegli orrori che avevano perpetrato per anni e dei quali non
volevano lasciare tracce. E, ancora una volta, ci comandarono di
evacuare il campo. Noi eravamo ormai dei fantasmi e non ce l'avremmo
più fatta a fare una marcia, ma quasi tutte ci alzammo da quei
giacigli, anche quelle in punto di morte. E però, nel giro di
pochissime ore fummo testimoni della storia che cambiava: i
vincitori diventavano vinti e i nostri aguzzini buttavano le divise
nei fossi sul lato della strada, buttavano le armi, scioglievano i
cani. I civili scappavano dalle case trascinando dietro tutti i loro
valori. E noi, attonite, ci guardavamo attorno e ci chiedevamo che
cosa stava succedendo. Vedevamo i soldati tedeschi mettersi in
borghese, li guardavamo e li immaginavamo tornare alle loro case:
affettuosi padri, solerti maestri, coscienziosi impiegati di
banca.Poi, nel giro di pochissimo tempo, arrivarono prima i camion
dei soldati americani che ci buttavano tavolette di cioccolato,
frutta secca, sigarette. Poi le truppe dell'Armata Rossa, gente di
tutte le etnie: mongoli, circassi, russi bianchi. Un esercito
disordinato, con pochi mezzi, ma che aveva tenuto in scacco
l'esercito nazista per molto tempo sul fronte russo. Erano loro i
vincitori. A noi restava questa grande, straordinaria, terribile
esperienza: il dolore, che non passerà mai, di aver avuto Auschwitz
nella nostra vita. E il dovere di testimoniare di quello che è
stato, noi che abbiamo avuto salva la vita, per tutti quelli che non
possono più parlare.

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