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Di correre proprio non era capace. Per la
verità era lenta in tutto: lenta a mangiare, lenta a scrivere,
lenta a vestirsi. Però non si poteva dire che non sapesse fare
tutte queste cose: anche se ci metteva più tempo degli altri,
faceva tutto.Ma correre no, proprio non lo sapeva fare.
Naturalmente la chiamavano Lumaca. Ci aveva fatto l'abitudine a
quel nome, e non si arrabbiava più. D'altra parte era così lenta
anche ad arrabbiarsi... Una volta, per esempio, aveva dato uno
schiaffo al suo compagno di banco per una cosa che lui le aveva
detto una settimana prima. Ma per dare quello schiaffo ci aveva
messo così tanto tempo ad alzare il braccio che quello se ne era
andato via con una pernacchia. Come tutte
le persone lente, Lumaca aveva molta pazienza e quindi non le era
difficile rinunciare ad arrabbiarsi.

Anzi, aveva scoperto che da quando non si
arrabbiava più, tutti quelli che prima la prendevano in giro,
avevano smesso. Ogni tanto capitava che qualcuno, magari per
sbaglio, le dicesse una frase che poteva anche sembrare una presa
in giro, ma non lo facevano apposta. Capitava per esempio che la
mamma le chiedesse di andare a comprare il pane: «Fai una corsa in
panetteria», diceva. E piano piano Lumaca scendeva le scale; piano
piano arrivava dal panettiere; piano piano ritornava a casa. «Ma
quanto ci hai messo» diceva la mamma «Sei proprio una lumachina! »
Lei sospirava! e pensava che in fondo però quel che doveva fare
l'aveva fatto,e allora che fretta c'era? Eh già, il fatto è che
Lumaca era davvero troppo grassa per correre. Grassa di gambe,
grassa di braccia, e non parliamo poi del sedere: tutta quella
ciccia era difficile da muovere velocemente. Anzi, era difficile
da muovere in qualunque modo. Sicché era già contenta che la
chiamassero lumaca e non cicciona o ciccia bomba o palla di lardo
o roba del genere, come qualche volta era capitato a scuola. La
maestra un giorno l'aveva detto chiaramente: «Non si prendono in
giro le persone per come sono fatte. Nessuno sceglie di essere
alto o basso, magro o grasso, biondo o bruno.

Nessuno sceglie di portare gli occhiali o
no, di avere gli occhi azzurri, castani, il naso a punta o a
patata. Era stato un bel discorso. Specialmente la parte sul
naso aveva divertito tutti. E comunque da quella
volta non capitava quasi più che la chiamassero cicciona o
palla di lardo o ciccia bomba: solo lumaca, ma per quello nemmeno
la maestra poteva farci niente. Finché il Luna Park non cambiò la
sua vita. Il giorno che montarono il Luna Park in città, il papà
la portò sulle giostre, e sulla ruota, e pure al tirassegno: fu un
grande divertimento e tornarono a casa con un sacchettino pieno
d'acqua. In mezzo all'acqua c'era una tartarughina verde, di
quelle piccole. Questa era così piccola che si faceva fatica a
vederla: l'avevano vinta lanciando le palline da ping pong dentro
i vasetti di vetro. Appena a casa misero la tartaruga in una
vaschetta di plastica e da quel momento la bambina incominciò a
passare delle mezze ore incantata a guardarla nuotare. «Bella
storia!» si lamentava la mamma «Prima era lenta, ma almeno si
muoveva. Adesso invece sta ferma del tutto: nemmeno davanti alla
tivù l'ho mai vista così imbambolata». La bambina guardava la
tartaruga che nuotava in ogni direzione e pensava «Deve essere
meraviglioso nuotare così, molto più bello che correre...». E poi
domandava in continuazione: «Dove vivono le tartarughine verdi
quando non vivono nelle vaschette di plastica?». «Mah, forse nei
laghi, o negli stagni» diceva il papà. E Lumaca allora mormorava
fra sé: «Deve essere bellissimo vivere in un lago e nuotare tutto
il giorno...». «Be', per nuotare il mare è anche meglio» diceva il
papà. Lumaca una vera vacanza al mare non l'aveva mai fatta perché
il dottore diceva sempre che per lei ci voleva l'aria di montagna.
Però una sera, dopo tanti sospiri e tanti discorsi sulle
tartarughe e sui pesci e su dove vivono e su come si muovono e su
quanti ce ne sono al mondo eccetera eccetera, la mamma disse:

«E va bene, ho capito, vuol dire che quest'anno
si cercherà di passare qualche giorno al mare, così la smetterai
di sospirare, spero...». E siccome a decidere le vacanze era
sempre la mamma, la cosa era sicura, tanto sicura che da quella
sera Lumaca imparò l'impazienza. Le sembrava che le vacanze non
sarebbero mai arrivate. Contava i giorni e non faceva che ripetere
a tutti «Quest'anno vado al mare, dove vivono i pesci e le
tartarughe!» e pareva persino che si muovesse un po' meno
goffamente del solito. Ma forse era solo un'impressione. E a forza
di pensarci, finalmente le vacanze vennero davvero, e venne la
spiaggia, e venne il mare. Ecco, Lumaca è sulla battigia, avanza
un poco nell'acqua e l' onda le accarezza i piedi.
Entra fino alle ginocchia, poi ancora fino ai
fianchi grassocci. L'acqua è fresca, ha un brivido. «Prendi il
salvagente!» grida la mamma da sotto l'ombrellone. «Non ti
allontanare!». Ma la bambina non la sente. Si è incantata a
osservare una cosa straordinaria: vicino ai suoi piedi un pesce
guizza nell'acqua trasparente, avanti e indietro, e sprizza
riflessi d'argento.

Lumaca pensa che è la cosa più bella che ha
mai visto, più bella ancora della sua tartaruga verde.
Decide di seguirlo e si lascia cadere in acqua. Appena Lumaca
entrò nel mare si sentì diversa: non aveva più peso, era come se
il suo corpo avesse perduto tutto il contorno. Quella forma goffa
e pesante e lenta non c'era più. Le braccia e le gambe si
muovevano leggere, senza nessuna fatica. Lumaca scivolava via
sott'acqua, emergeva, si voltava e cambiava direzione, si rigirava
sul dorso, tornava sotto. Era velocissima, avanti e indietro, su e
giù senza sosta, senza bisogno mai di riprendere fiato. Lumaca!
Lumaca! La chiamavano dalla riva. Lumachina torna indietro! Ma
ormai chi la fermava più. Lumaca nuotava velocissima e leggera.
Sfrecciava verso l'orizzonte senza rumore. Volava.
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