










 |

|

Il 14 agosto, nell'alloggio la sveglia suona
come sempre alle sei e trequarti. Uno dopo l'altro cominciano i
turni al servizio. Lentamente si anima la strada di sotto.
Arrivano i rumori e le voci di quanti riprendono il lavoro. Sulla
Prinzengracht camminano quattro uomini con l'impermeabile, che
hanno l'aria di essere degli agenti di polizia. All'altezza della
ditta c'è un altro uomo sulla quarantina, che sta fumando un
sigaro. Non appena i quattro gli sono vicini, fa
loro un cenno con il capo come per dire: «È qui!».
Attendono un attimo, poi entrano insieme nel vecchio palazzo. In
ufficio c'è il signor Kraler. Si fa avanti uno e si presenta: -
Sono un maresciallo della Gestapo! - Vogliamo
vedere i magazzini - ingiunge subito un secondo poliziotto,
anche lui, come i suoi colleghi, armato, ma in divisa della
polizia nazista olandese. . Kraler li accompagna. Guardano
intorno, girano, osservano. Esaurita la visita, il titolare spera
sia tutto finito, ma il maresciallo prosegue nel corridoio e
giunto in fondo davanti allo scaffale girevole ordina di aprirlo.
- E' soltanto uno scaffale! - si difende Kraler. Gli agenti
estraggono la pistola, il maresciallo lo spinge da un lato, dà uno
strattone allo scaffale che gira sui cardini e lascia scoperta la
porta. - La apra! - comanda; poi fa cenno a Kraler
di salire, puntandogli la pistola alla schiena. Sola,
sgomenta, la signora Frank, appoggiata al tavolo, lo vede salire.
In fila, i Van Daan, i Frank, Dussel compaiono tutti.

Il tedesco comanda secco -
Mani in alto! Gli otto ebrei obbediscono ammutoliti,
pallidissimi in volto, per i due anni di buio, attoniti per
l'amara certezza - Cinque minuti per prendere
qualche indumento! Gli uomini della polizia perquisiscono
intanto l'alloggio. Il maresciallo è glorioso: non è stato uno
scherzo dei tanti. Il magazziniere sapeva bene le cose. Nessuno
parla. Gli agenti vanno avanti e indietro, saccheggiano il
nascondiglio. Gli otto raccolgono in fretta qualcosa. Anna ha in
mano lo zaino: butta dentro vestiti, libri, quaderni... Uno cade
sul pavimento o ve lo lascia cadere, confuso tra fogli già visti.
Gli incubi, paure, le angosce di giorni e di notti hanno
preso corpo, sono li in quella piccola fila umiliata di ebrei
dignitosi. I nazisti, coi loro gesti violenti, cancellano ogni
segno di vita, ogni traccia di umano calore. Di quella dolorosa
esperienza rimane soltanto un quaderno, confuso tra le carte
sparse dall'ira: il «diario» di Anna. Appena fuori, gli amici
vengono spediti al grande campo di Westerborg, costruito nella
Dreute per lo smistamento degli ebrei. Anna non aveva sognato di
uscire in quel modo dal nascondiglio. L'arresto, il campo di
concentramento rientravano molte volte nei discorsi suggeriti
dall'incertezza, dalla stanchezza, eppure la mente li aveva sempre
rifiutati come possibilità concreta. Incredula, si accinge a
percorrere il calvario provato ogni giorno da migliaia di vittime;
scopre e fa sua l'angosciosa esperienza di tanti amici compianti.
A Westerborg, una moltitudine di prigionieri senza distinzione è
ammassata in una promiscuità rivoltante, con un solo lavatoio e
pochissime latrine. Spogliati dei loro abiti, rivestiti di una
tuta blu, con gli zoccoli di legno, sono assegnati ad una delle
baracche lunghe trenta metri per dieci, in cui sono costretti
trecento ebrei. In quella massa di esseri umani, spogliati
dell'individualità, essi riescono ancora a farsi notare per
l'estremo pallore del volto. - Non si deve pensare che a
resistere! - è il pensiero di tutti. Ma sono entrati in balìa del
male. Ogni evento dipenderà dal meccanismo spaventoso, preciso,
inflessibile dell'organizzazione distruttiva, studiata dai nazisti
per l' «assassinio in serie». - Non perdiamo la forza di
resistere! - incoraggia Frank. La sveglia è alle cinque, il lavoro
è durissimo, il cibo scarso e cattivo. Anna e Peter sono giovani e
trovano conforto nella loro amicizia, nel tentativo di darsi
aiuto.

Nei momenti di pausa, si muovono per il
campo sempre insieme. La mamma non parla, ripiegata in se stessa
lava e rilava i pochi indumenti della famiglia. Le stanno vicino,
ma nessuno riesce a scuoterla. Il 25 agosto nel campo corre una
notizia: «Parigi è libera!» e si riaccende la speranza. Ma il 2
settembre mille ebrei sono scelti per una destinazione ignota. Fra
loro ci sono gli otto amici. Lasciano Westerborg, l'Olanda, su un
lungo treno di carri-bestiame, caricati di settantacinque persone
per vagone. Viaggiano stipati peggio delle bestie, senz'aria, con
un po' di acqua e di pane nero, senza mai una sosta. Alla terza
notte il convoglio si ferma. Si aprono i vagoni e nel buio le voci
dure e metalliche delle S.S., che corrono avanti e indietro sulla
banchina della stazione, ordinano di uscire dai carri
- Fuori, presto, fuori! Le luci dei grandi proiettori
illuminano una scena desolante. Le ombre incerte dei prigionieri
vacillano, indebolite dal viaggio, dal digiuno, dal terrore. Dai
primi carri, come un soffio, arriva un nome: «Auschwitz»! Un
brivido di freddo, pietrificati, gli ebrei restano fermi in un
silenzio nero, rotto soltanto dagli urli disumani delle guardie e
dell'abbaiare dei cani. Una voce distinta grida imperiosa
dall'altoparlante:- Uomini a destra, donne a sinistra. Nemmeno il
tempo di dirsi addio. Sospinti come foglie da un turbine, le donne
voltano a sinistra, gli uomini a destra. Anna gira il capo a
salutare il babbo e Peter. Trascinati dalla fila, sono già
scomparsi, inghiottiti dal buio. Stringe la mano a Margot che
trascina la mamma e sente che il cuore le manca. Le donne
camminano a lungo nella notte. Con un'indicibile angoscia per la
separazione, per la fatica e la tremenda incertezza, raggiungono
il Blocco 29 di Auschwitz-Birkenau. Anna, Margot e la mamma sono
assegnate alla stessa baracca. Conoscono subito Auschwitz.

Dietro al doppio recinto di filo spinato ad
alta tensione, interrotto dalle torri di guardia con le sentinelle
armate di mitra e di mitragliatrici, si stende una fila
interminabile di «blocchi» di mattoni per polacchi, ebrei, zingari
e prigionieri di guerra sovietici. All'ingresso principale sta una
grande scritta: «ARBEIT MACHT FREI». Il lavoro rende liberi. Uno
dei capi del campo, Fritsch, assistente del terribile Grabner,
accoglie i nuovi arrivati: - Vi avverto che non siete venuti in un
ospedale, ma in un campo di concentramento tedesco, dal quale non
si esce che per il camino. Se non vi piace è meglio che vi
gettiate contro i fili dell'alta tensione. Il comandante delle S.S.,
RudolfFranz Ferdinand Hoss, coadiuvato da S.S., e da personale
scelto tra delinquenti comuni, ha fatto di Auschwitz il campo
esemplare. La distruzione vi è ordinata scientificamente in una
feroce successione di lavoro, di fame, di punizioni d'ogni genere,
di malattie e di gassazione. Anche Anna, come tutte, è registrata.
Le vengono confiscate le cose personali, le è assegnato un numero,
tatuato sul braccio. Rasati i capelli a zero, magra nel sacco
grigio che la riveste, sembra ancor più bambina. Le cuciono una
striscia gialla sul triangolo che distingue i prigionieri ebrei
dagli altri ed entra nell' ordine ferreo del Lager.

Capisce presto che aver lasciato insieme
mamme e figlie è una sottile crudeltà, per farle soffrire
maggiormente alla vista del dolore reciproco. Anna sfrutta questa
scelta obbligata con la sua abilità e con i mezzi che le sono
possibili. I suoi grandi occhi sanno ancora sorridere.- Finirà
tutto, mammina, vedrai; riusciremo ad andarcene da qui. Gira di
nascosto nel campo e sempre trova qualcosa di utile: uno straccio
per coprirsi, un po' d'acqua per la sete di quell'inferno - Mamma,
bevi... La mamma rifiuta. - Bevi, io ho già bevuto. Se Margot posa
le labbra sulla tazza poi anche lei beve come una bambina che si
fa imboccare. La mamma è ammalata dentro, si è lasciata andare.
- Dobbiamo essere forti; il papà ha detto che non
dobbiamo cedere.

Quando al ritorno dal lavoro Anna vede un
gruppo di bambini ungheresi seduti sotto la pioggia che aspettano
il turno per entrare nelle camere a gas non riesce a trattanersi:-
Non è giusto, non è giusto! Si ferma a guardarli negli occhi,
vorrebbe strapparli alla morte, ma non può far altro
che piangere senza nascondersi più.

|
Fai felice Il Paese e scrivi
un tuo commento se ti piace questo sito o questa pagina
Questo sito é
autofinanziato...fai crescere con il tuo sponsor il Paese.
|