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C'era una volta, nella grande pianura dell' America, dei Pellerossa che si chiamavano Comanci. Nella loro tribù viveva una vecchia di nome Takatuan, che significa «Donna dalle molte mani».
 Quel nome le era stato dato da giovane, perché fin da allora aveva avuto le mani svelte, capaci di fare moltissime cose: battere il ritmo nella danza, conciare e cucire la pelle del bisonte, cullare e accarezzare i bambini, preparare frittelle, spezzare legna per il fuoco, scuoiare lepri e capretti, spennare oche, modellare vasi e ciotole d'argilla, intrecciare stuoie, pettinare capelli, infiilare in poco tempo una cordicella in cento denti di lupo per fare una collana, intrecciare capelli alle ragazze della tribù, dipingere figure sulla pelle di capra, e altre cose ancora.
Passarono gli anni, e Takatuan divenne vecchia. Le sue mani cominciarono a tremare. Sapevano fare ancora molti lavori e giochi, ma più lentamente, e con  meno precisione. Cosa fece Takatuan? Si mise a piangere? Si mise a gridare lamenti contro gli spiriti cattivi? Diventò scorbutica e triste? Diventò una vecchia solitaria e amara? No: chiamò alla sua tenda i diciotto bambini del villaggio, otto maschi e dieci femmine, e disse loro: - Piccoli, avete le mani? - Eccole! - gridarono i bambini, agitandole come farfalle.
- Bene. E ora ditemi: volete diventare capaci di fare molte cose? - Come te, Takatuan? - gridarono i bambini. - Anche più di me! - disse lei. - Si, certo, lo vogliamo! - dissero i bambini ridendo. Takatuan si mise al lavoro, e fece ai bambini la scuola delle mani. Giorno dopo giorno, con pelli, capelli, foglie, paglie, legni, cordicelle, pasta, argilla, insegnò ai diciotto bambini quello che sapeva fare. Alcuni erano più bravi in certe cose, altri erano più bravi in altre, e qualcuno faceva quello che poteva: ma dopo un anno, al villaggio Comancio, c'erano trentasei mani capaci di fare molte cose.
 Il piccolo Tamuk, che vuol dire «Dita di pesce», per esempio, sapeva fare treccine così sottili che passavano nel foro di un bastoncino. La piccola Auani, che vuol dire «Mani che sognano», sapeva dipingere uccelli così simili ai veri che, appena dipinti, se ne volavano via.
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