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Io mi perdo spesso nel campo perché
queste piante sono molto più alte di me e così non vedo dove sono
gli altri. Infatti è un buon posto per giocare a nascondino, senza
farsi vedere dai guardiani”, dice sorridendo con aria birbante
Azamat Buronov, otto anni, prima di riprendere il suo lavoro tra i
batuffoli di cotone.
Otto anni anche la
piccola Muazzam Israilova, che torna a scuola con il raccolto
della giornata: un chilo di cotone.“Veramente questo non l’ho
raccolto io – confessa a bassa voce – me lo ha dato mio fratello
di dodici anni”. “Se torniamo senza il cotone – interviene
Dilshoda Valijnova, di un anno più grande –

la maestra si mette a
urlare e ci punisce facendoci lavare i pavimenti, o dandoci brutti
voti; o addirittura con l’espulsione dalla scuola”. “Di solito ci
troviamo davanti alla nostra scuola alle 8 del mattino – spiega
Rukiya Mamajanova, undici anni – e poi andiamo nei campi a
raccogliere cotone fino alle 3 del pomeriggio. Così portiamo a
casa un po’ di cibo, quello che compriamo con le nostre paghe: io
in due mesi di lavoro ho guadagnato 200 som (15 centesimi di
euro)”.
Morire per due centesimi al
giorno.
In media ogni bambino riesce a raccogliere un chilo e mezzo, due
chili di cotone al giorno, ricevendo in cambio 25 som al chilo
(due centesimi di euro). Se va bene. Perché spesso i bambini, per
non pungersi con i bozzoli del cotone e data la loro bassa
statura, raccolgono soprattutto il cotone caduto, mischiato a
terra e foglie, per il quale ricevono ancora meno soldi. Ma per le
autorità locali, ossessionate dall’obbligo di raggiungere le quote
di produzione regionale imposte dal governo centrale, va bene lo
stesso: basta che ci sia il peso. I responsabili locali che
raccolgono meno del dovuto vengono puniti con il licenziamento. I
bambini spesso si ammalano per il freddo, per la fatica e per
l’assenza d’igiene. Ma le autorità non li mandano all’ospedale per
non perdere forza lavoro.

Così, capita che alcuni
bimbi, dopo la stagione del raccolto, non tornino più a scuola
perché sono morti di polmonite o di bronchite o per infezioni
intestinali causate dall’acqua che sono costretti a bere: acqua
delle pozzanghere o quella sporca di terra e piena di vermi delle
cisterne portate dall’amministrazione, come racconta Saidmurad
Kuchkarov, attivista di una locale associazione di difesa dei
diritti umani.
Trattati come schiavi.
“Da quando è iniziato il raccolto, tre mesi fa - racconta Khafiza
Kudratova, dieci anni – non mi sono mai potuta lavare. E anche il
cibo non è un granché: pane e tè per colazione e zuppa per pranzo.
Mai carne. Spesso c’è della pasta, ma quella dobbiamo pagarla con
i nostri soldi. L’organizzazione del lavoro è affidata dalle
autorità locali direttamente alle scuole, che chiudono durante la
stagione del raccolto, trasformandosi in dormitori per i
bambini-lavoratori, con i piccoli che dormono ammassati sul freddo
pavimento. O, peggio, nei magazzini delle aziende agricole,
solitamente senza finestre né porte.

Ovviamente non tutti i
bambini uzbechi sono costretti a lavorare nei campi: i figli dei
ricchi rimangono a casa perché i genitori possono permettersi di
comprare per 120 mila som (90 euro) un certificato medico falso
che attesti la precaria salute dei loro bambini. Per l’Uzbekistan,
quinto produttore di cotone del mondo, l’ ‘oro bianco’ costituisce
la prima voce d’esportazione (45 per cento del totale) e frutta in
media un miliardo di dollari all’anno, che finisce in gran parte
nelle casse del regime di Islam Karimov dato che lo Stato detiene
il monopolio della produzione cotoniera. Il ricorso al lavoro
minorile per la raccolta del cotone è una tradizione che risale
all’epoca sovietica. La legge uzbeca vieta il lavoro ai minori di
quindici anni, ma in realtà lo Stato impone il lavoro nei campi ai
bambini perché senza la loro mano d’opera a basso costo il
raccolto non sarebbe possibile. In questi ultimi anni l’età dei
bambini reclutati si è notevolmente abbassata. “Una volta venivano
mandati nei campi bambini dai dodici anni in su. Invece da un po’
– dice Mahfuza, una signora che abita vicino a una scuola – vedo
andare alla raccolta anche bimbi di dieci, otto, addirittura sette
anni”.

Le autorità
negano categoricamente il ricorso al lavoro minorile, dicendo che
si tratta di lavoro puramente volontario animato da spirito
patriottico. “I nostri bambini sono animati da un profondo senso
del dovere verso la loro patria, e sono sempre pronti a dare il
loro contributo per il bene del paese”, spiega Ismat Achilov,
vicesindaco della città di Karshi. Ma il governo uzbeco continua a
rifiutarsi di firmare la convenzione internazionale contro il
lavoro minorile.
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