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Mio nonno era Jean De Bar, un sinto valcio, che in lingua nostra vuoI dire "francese". Scese in Italia a piedi nel 1900. Lasciò i genitori in Francia e venne a tentare la fortuna, senza niente, a quindici anni, solo con qualche costume da saltimbanco. Era uno dei più bravi contorsionisti del mondo, ma era bravo anche a fare i salti di scimmia, in altre parole i salti mortali al tappeto: ne faceva sei, sette o anche otto.
I De Bar sono una famiglia di saltimbanchi da sempre. Anche mio nonno aveva imparato a guadagnarsi la vita così. Lui posteggiava, che nella nostra lingua significa proprio fare i numeri di saltimbanco all'aperto, davanti alle chiese, nei mercati e nelle fiere. Sarà stato il 1905 che posteggiando in giro per l'Italia incontrò nel ferrarese anche i capostipiti Paolo Orfei e i fratelli Nandino e Teta Togni e per un breve periodo lavorarono anche insieme, ma soprattutto fecero amicizia perché, nonostante il nonno fosse francese, erano lo stesso tutti di razza sinta. Neanche i Togni avevano il circo allora, ma giravano così molte piazze e la gente si divertiva. Poi il nonno riprese a lavorare da solo, e fu allora che conobbe, nella zona di Pavullo nel Frignano, la nonna Ida.
 Lei era un' artista che posteggiava con la sua famiglia e faceva il numero del filo. Il numero del filo è quel numero d'equilibrismo tipico femminile che consiste nel camminare su un cavo d'acciaio sollevato di un paio di metri da terra. La nonna Ida era molto brava: sapeva tenersi in equilibrio su un piede solo, fare capriole, fare finta di bere il caffè e mantenere le tazzine sulla sua stessa corda. Alla nostra usanza il nonno chiese a lei la sua mano, lei disse di sì, perché gli voleva bene, e così scapparono insieme, che per noi significa diventare marito e moglie. Vennero a casa per il perdono, furono perdonati e così si fecero un carrettino con due stanghe e cominciarono a girare l'Italia sempre solo loro due. Erano capaci di fare spettacoli che duravano più di un' ora e mezza: ne sapevano fare dei numeri! Verso la fine degli anni venti incontrarono di nuovo il Teta Togni che nel frattempo aveva costruito un postone, cioè un "Circo Arena", uno dei primi - se non il primo in assoluto - presente in Italia. Il nonno e la nonna si unirono a quel circo per qualche anno e lavorarono insieme a Paolo Orfei. Il postone o "Circo Arena", era un circo all'aperto, delimitato con dei cancelli. All'interno c'erano i posti a sedere e si pagava il biglietto. All' esterno la gente guardava da in piedi, e gli artisti passavano dopo ogni numero a fare il giro con il piattino (questo nella nostra lingua si dice mancia). Al centro c'erano montate le antenne e gli attrezzi per fare i numeri. I numeri che gli artisti facevano su questi strumenti erano molto difficili anche perché su un attrezzo potevano lavorare fino a quattro o cinque persone.
 Le antenne erano alte 5 metri e per trasportarle i sinti utilizzavano un carro speciale chiamato caritella. I cavalli venivano adoperati prevalentemente da soma, ma c'era anche qualche cavallino che veniva fatto lavorare di gioché ( si alzava in piedi, faceva il conteggio con le zampe e diceva sì o no con la testa). Un ruolo importante, se non fondamentale, era quello del toni, cioè del pagliacci, del clown, che era quello che aveva su di sé tutto il peso dello spettacolo. In genere erano gli artisti più bravi ad avere questo ruolo, perché dovevano essere in grado di fare tutti i numeri e di fare anche le entrate, in altre parole quelle scenette che i gagi chiamano sketch. Che io sappia ancora oggi ci sono in giro per l'Europa due circhi arena simili a questi, sono francesi e portano il nome di Lepidol e Lo Zingarò. Sono famosissimi.
Le compagnie di questi circhi girano ancora con i cavalli, hanno allargato la distanza fra le antenne e sotto al traverso trova posto anche un maneggio. Questo è un rialzo circolare che serve al cavallo per avere una guida e per lavorare all'interno. Qualche tempo fa il Lepidol si fermò a Ferrara, chiese l'autorizzazione e andò a  stare in una piazza della città. I cittadini lì intorno inscenarono una protesta perché non volevano che degli zingari si fermassero vicino alle loro case. Arrivò l'assessore che s'attaccò ai megafoni del circo e disse che si dovevano vergognare ad assalire un evento artistico solo perché faceva parte della cultura dei sinti. Quello di quell' assessore è stato un bell' atto.
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