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Dietro il villaggio, ai margini del bosco, dove il cacciatore ha il suo capanno, si innalza uno slanciato abete bianco. Dondola dolcemente i rami al vento e sembra che ti inviti a metterti a sedere tra le sue radici, con la schiena appoggiata al suo tronco, per goderti la bella vista tutto intorno. Se osservi con attenzione il tronco dell' albero, puoi notare, circa tre metri sopra il livello del suolo, una grossa deformazione, un rigonfiamento, come se la pianta, malgrado le energie impiegate per crescere, non ce l'avesse fatta ad elevarsi maggiormente. Voglio raccontarti la storia di quell'abete. È la storia di un desiderio struggente.
Quando esso era ancora un alberello che cresceva ai margini del bosco al fianco di alti e vecchi abeti che lo riparavano dal vento, la stagione che prediligeva era l'inverno con la sua neve. Quando i giorni si facevano più corti e le rigide bufere d'autunno e i freddi piovaschi scuotevano gli alberi situati al margine del bosco, quando la chiocciola marrone seppelliva il suo guscio nel muschio scuro intorno alle sue radici di giovane pianta e si preparava al sonno invernale, quando la cinciallegra con le penne gonfie si stringeva al suo tronco, quando i vecchi abeti gemevano e scricchiolavano, il piccolo abete bianco esclamava tutto contento: «Evviva, arriva l'inverno! Evviva, presto nevicherà! I bianchi fiocchi di neve scenderanno allegri volteggiando dal cielo e mi copriranno con uno splendido abito, scintillante e luminoso come mille diamanti. E quando arriverà Hops, quell'impertinente di un leprotto che scava sempre le sue tane tra le mie radici, anche se tante volte gli ho detto che non mi piace aver freddo ai piedi, darò una scrollatina ai rami e lui beccherà un bel mucchio di neve sulle orecchie.
 Evviva, presto la neve sarà qui!». Colpito da tanto entusiasmo, un vecchio abete che si trovava vicino a quello piccolo dondolò la chioma con aria di disapprovazione: «La neve per me è troppo fredda. Il suo biancore abbaglia. La neve trae in inganno e fa apparire le cose diverse da come sono in realtà. lo la detesto proprio!». Il piccolo abete non capiva quelle parole e per alcuni anni si godette con grande allegria l'inverno con la neve. Ma poi venne un inverno senza neve. Per quanto il piccolo abete aspettasse e sperasse, caddero solo pochi fiocchi larghi e bagnati che non restarono a lungo sul terreno. Quando l'abete si lamentò di questo fatto con l'albero più grande, quest'ultimo gli rispose: «Non sempre nevica d'inverno, mi ricordo che tempo fa per anni non cadde nemmeno un fiocco di neve. Fu una cosa molto piacevole. Non mi si ruppe neppure un ramo sotto il peso dei mucchi di neve». Ma quella risposta non soddisfece di certo il piccolo abete. L'anno dopo cominciò a sognare la neve già all'inizio dell'autunno, quando i contadini del villaggio nelle giornate di sole ancora raccoglievano le mele rosse. Per tutto l'inverno l'abete non fece che pensare a scintillanti fiocchi di neve che scendevano volteggiando dal cielo e lo coprivano di un abito splendente. Ma la neve non venne. La primavera e l'estate con i loro fiori variopinti e con il cinguettio degli uccelli distolsero l'abete dal suo struggente desiderio di neve. Quando in agosto i contadini iniziarono a portare il frumento nei granai, l'albero riprese a sognare notte e giorno la danza dei bianchi fiocchi di neve e presto non pensò ad altro che al candido vestito che avrebbe avuto in regalo.
Mentre gli altri abeti in quella stagione crescevano ancora parecchio, facendo maturare del tutto il legno e la corteccia, il nostro piccolo abete interruppe la sua crescita e non formò una corteccia protettiva attorno al germoglio che si era sviluppato in primavera e in estate. Continuava a lambiccarsi il cervello su come avrebbe potuto far arrivare la neve. Chiese consiglio alla chiocciola, che gli disse: «Se ti sforzi di pensare sempre e soltanto alla neve senza fare altro, allora la forza del tuo pensiero la farà arrivare. lo faccio la stessa cosa ogni inverno con il sole. Mi chiudo nel mio guscio e penso soltanto all' estate. E sai bene che fino ad ora la cosa ha dato buoni risultati». Quelle parole convinsero il piccolo abete. L'anno dopo già all'inizio dell'estate, quando le ciliegie stavano maturando, cominciò a sognare la neve. Come la chiocciola gli aveva consigliato, concentrò tutte le sue energie a pensare ai bianchi fiocchi scintillanti. Ma la neve non arrivò. Il desiderio che il piccolo abete aveva di vederla crebbe più che mai. E siccome nel contempo il suo tronco non era cresciuto e gli mancava la protezione della nuova corteccia, quel desiderio smodato finì per fargli del male. In primavera chiese consiglio a parecchi animali.
 La cinciallegra gli disse: «Se vuoi la neve, vai dove la puoi trovare». E il cuculo gli consigliò: «Devi solo chiamarla a voce alta, la neve ti sentirà e verrà». Il piccolo abete sapeva che quei consigli potevano andar bene per un uccello che sapeva volare o per chi era in grado di chiamare a gran voce, ma che per lui non erano adatti. Infine il vecchio gufo gli disse che doveva pregare con molta costanza e fervore il dio del tempo. Ma siccome già da mesi la nostra pianta aveva cercato di far arrivare la neve con la forza dei suoi pensieri e non ci era riuscita, non seguì neppure quel consiglio. Così non solo provò il dolore del desiderio che non si realizzava, ma finì anche per sentirsi abbandonato e impotente. Smise del tutto di crescere, lasciò pendere i suoi rami verso il basso, il suo rivestimento di aghi che un tempo era stato di uno splendido colore verdazzurro si fece smorto, poi diventò scuro e cadde al suolo. Il vecchio guardaboschi, che ogni giorno girava per il bosco arrivando fino al capanno dei cacciatori, già da tempo aveva notato come il giovane abete si andasse alterando, ma aveva pensato:
«Quella pianta ha una bella posizione ai margini del bosco, è ben riparata dagli altri abeti, il terreno su cui è piantata è buono e il tempo negli anni scorsi è stato favorevole alla crescita dei virgulti. Dunque ce la farà anch' essa». Quando però si accorse che l'abete perdeva sempre più i suoi aghi, si grattò la barba e si disse: «Deve trattarsi di una cosa davvero seria. Farò venire Beppe: lui sa parlare con gli animali e con le piante». Beppe era uno strano vecchio. Viveva da solo nel bosco, dove raccoglieva funghi ed erbe medicinali. Aveva la pelle simile a quell' argilla scura che asciugando al sole si riempie di crepe profonde. I capelli assomigliavano a ciuffi grigi di lichene. Ci vedeva di notte come i gatti o le linci e sapeva arrampicarsi sugli alberi lesto come uno scoiattolo. Una notte, mentre ancora non riusciva a prendere sonno per la tristezza, il giovane abete udì vicinissima al suo tronco,  dove si trova il rigonfiamento di cui abbiamo parlato in precedenza, una voce profonda e suadente:
«Mio piccolo abete, si vede che sei malato e soffri. Invece di crescere slanciato, di diventare più robusto col passare degli anni e di adornare il margine del bosco con i tuoi splendidi aghi, sei tutto curvo e gli aghi li lasci cadere a terra. Presto nessuna cinciallegra cercherà più riparo tra i tuoi rami e nessuna chiocciola scaverà più il suo rifugio per l'inverno tra le tue radici. Se mi dici che cosa ti fa soffrire, potrò fare qualcosa per te. Forse riuscirò a esserti d'aiuto». Per tutta la notte il giovane abete confidò a Beppe la sua passione per la neve. Raccontò della gioia che aveva provato vedendo i fiocchi volteggianti nell' aria, raccontò di come si era sentito fiero quando si era trovato rivestito del candido abito tutto rilucente e di come si era divertito alla vista dei mucchi di neve bagnata che cadevano sulle orecchie di quel maleducato di un leprotto. E mentre raccontava ogni tanto sospirava: «Ah, quanto mi manca la neve!».Quando l'abete ebbe terminato il suo racconto, riprese a parlare Beppe: «Mio piccolo abete, fino a che vivrai ai margini di questo bosco, probabilmente non vedrai più la neve. Nella parte di terra in cui tu e io viviamo il clima si è fatto più caldo. Qui da noi ormai cade tutt' al più qualche fiocco di neve che non resta neppure sul terreno. Ciò è dovuto all'insensatezza degli uomini, e tu, piccolo albero, non puoi fare niente. Quello che puoi fare è scegliere: puoi continuare a desiderare una cosa che non tornerà più, oppure puoi cercare una ragione di vivere in te stesso, e la tua gioia in qualcosa che non sia la neve». Dopo che Beppe se ne fu andato, il giovane abete fu colto da un accesso di rabbia impotente: «Gli uomini, sciocchi e arroganti come sono, possono fare quello che vogliono e io devo sopportare ogni cosa senza poterci fare niente!». Pianse a lungo, poi, triste e spossato, cadde in un profondo dormiveglia.
Arrivò la primavera, e con essa i fiori variopinti e il vivace cinguettio degli uccelli. Il piccolo abete si sentì pervaso da un senso di gioia per la vita che riprendeva. Quasi si spaventò, e gli vennero in mente le parole di Beppe. Pensò: «È la stessa sensazione che provavo quando i fiocchi di neve scendevano volteggiando dal cielo, forse solo un po' meno intensa. Magari mi sentirò ancora meglio se osserverò più attentamente i colori dei fiori e mi concentrerò di più sul canto degli uccelli». E da allora per l'abete fu come se i fiori avessero colori più vivaci e gli uccelli cinguettassero più allegri. Cominciò nuovamente a crescere, gli aghi ripresero a germogliare. Alla fine dell' estate era ricoperto da un folto manto verdazzurro di aghi, che nella sua parte inferiore risplendeva di un bel colore grigio argento. In una notte di luna piena l'abete si vide a un tratto scintillare nella luce argentea, come se fosse ricoperto da mille diamanti. Si rese conto con gioia di quanto era bello. Pieno d'emozione, notò che si trattava della stessa sensazione di fierezza che aveva provato un tempo, quando si era visto tutto ricoperto di neve. Venne l'autunno, che con le sue raffiche di vento mosse le foglie avvizzite sui rami dell' albero.
Le foglie restarono sui rami come un pesante fardello, fradice di neve e di pioggia. E un giorno ecco che ai piedi del giovane abete si fa vedere la lepre. L'abete si scuote e - ciaf! -la lepre si becca sulle orecchie un bel mucchio di foglie bagnate. La lepre starnutisce - eccì! eccì! - fa uno scarto improvviso e fugge via. «Ah, gliel'ho fatta proprio bella, non mi sono mai divertito tanto!», fa l'abete ad alta voce. E poi continua: «Sì, ha proprio ragione Beppe, anche adesso provo le stesse sensazioni che provavo quando cadeva la neve. Devo solo rendermene conto!».
Per i genitori: «lI piccolo abete», ovvero il desiderio del genitore assente
Antefatto
I genitori di Clara sono separati da tre anni. Non erano sposati. Il padre vive in un' altra città con una nuova compagna. Ha «rotto con il suo passato», paga gli alimenti per la figlia e non desidera avere ulteriori contatti con lei. La bambina, che ha nove anni, è affezionata al padre, vorrebbe stare con lui e fa quanto è in suo potere per richiamare su di sé l'attenzione del genitore. Ma le sue lettere, i suoi regali e le sue telefonate non ricevono risposta. Clara reagisce al rifiuto di incontrarla da parte del padre con mancanza di autostima, che si manifesta nei rapporti con gli altri e nel campo del rendimento scolastico.
Obiettivo
La fiaba vuole aiutare Clara a rendersi conto che i suoi tentativi di avere rapporti con il padre sono vani e rischiano perciò di bloccare il suo sviluppo. Clara deve imparare a trovare in contatti con altre persone quelle sensazioni piacevoli che in precedenza provava stando con suo padre. I passi che possono portare Clara alla guarigione sono paragonabili a quelli che deve compiere una persona colpita da un lutto. Tristezza e rabbia per la perdita fanno parte di questo processo.
Procedimento narrativo
La fiaba fa riferimento specifico a quelle sensazioni di cui la bambina sente la mancanza da quando il padre non è più con lei (gioia, spensieratezza, riconoscimento di sé). Quando Clara ricorda esperienze particolarmente piacevoli, le vede luminose, scintillanti, coloratissime, piacevolmente movimentate e al tempo stesso fresche e tranquille. Per questo motivo, la metafora della neve ci fa capire  i ricordi che Clara ha del padre. L'aiuto necessario alla bambina per risolvere il suo problema le è offerto da un personaggio magico che vive nel bosco.
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