












 |

|

L'arrivo in
Risiera è drammatico e concitato. Nel cortile grande, accoglie i
detenuti il colonnello SS Allers: alto, di corporatura robusta,
una cicatrice sulla faccia, il frustino in mano. Poco lontano da
lui, un altro ufficiale di grado minore, il tenente SS Oberhauser,
comandante del lager. I suoi capelli lisci e impomatati brillano
sotto la luce dei riflettori che lasciano in ombra gran parte del
cortile e del fabbricato.

Eppure, nulla
di ciò che avviene in quel luogo può rimanere segreto. Chi vive
nelle celle di punizione, abitacoli stretti e soffocanti, come chi
si trova ammassato nei cameroni superiori in attesa della
deportazione sente tutto: i colpi di frusta o di bastone, le urla
dei torturati e delle vittime, gli ordini rabbiosi dei guardiani,
il rumore dei passi di chi viene fatto uscire dalla cella e
condotto alla morte, i colpi d'arma da fuoco, i latrati dei cani,
il fragore dei motori a pieni giri, che permettono il
funzionamento del camion a gas, nonostante la radio a tutto
volume, amplificata nel cortile come in uno stadio, cerchi di
coprire le grida di disperazione delle vittime. "Se ti avvicini
alla finestra che dà sul cortile"sussurra un internato all'
orecchio di Pino che adesso si trova rinchiuso in una cella, "e
stai attento a non farti notare... puoi vedere tutto. Le
esecuzioni con un colpo di rivoltella alla tempia, le decine dei
condannati costretti a suon di frusta e con il calcio del fucile a
incolonnarsi in fila indiana e a dirigersi verso il «garage» dove
li aspetta una morte certa.

Ho fatto parte
della squadra di lavoro incaricata della pulitura degli
ambienti... il sangue è sparso ovunque. Sul pavimento puoi
raccogliere denti umani come se fossero sassi... Un altro vecchio
detenuto si avvicina a Pino e gli sorride: " Quest'uomo è pazzo...
lo hanno fatto impazzire i tedeschi a forza di botte e
costringendolo a lavorare al forno crematorio... È pazzo, ma dice
il vero". Qualche ora dopo, Pino viene portato in una cella
talmente piccola che sembra una bara. Un uomo rannicchiato in un
angolo gli parla. La sua voce è un lamento: " Non posso più
respirare... ho sete. Fammi fumare una sigaretta... l'ultima
sigaretta... Forse stanotte sarò fucilato". In un' altra cella, si
sentono le urla di una donna. Pino è affranto. Non è più insieme
ai suoi compagni del Coroneo. In piedi, appoggiato al muro, cerca
un po' di riposo, chiude gli occhi ormai preda di un doloroso
torpore. Nel dormiveglia la vita del lager entra nella sua carne
più di un incubo. Passi cadenzati nel
cortile, spari di rivoltella, latrati di cani, silenzio...

Il respiro è
faticoso, la gola arsa. Quanto tempo trascorre in quel modo?
D'improvviso mani violente lo trascinano fuori in mezzo al
cortile. Una musica a tutto volume suona una marcia militare.
Pochi istanti ancora e su di lui scende il buio.
Il lager della risiera di San
Sabba

Campo di
detenzione di polizia, venne aperto nell' ottobre del 1943,
utilizzando un vecchio edificio dello stabilimento per la pilatura
del riso (da qui il nome Risiera), in zona San Sabba, alla
periferia di Trieste. Nel cortile interno, un edificio in
particolare (il vecchio essiccatoio) era stato riadattato per le
esecuzioni. Poco lontano, le diciassette microcelle (2 metri per
1,20) per i politici resistenti destinati alla morte e al forno
crematorio. Campo di transito per ebrei e militari, destinati ai
lager della Polonia e della Germania, la Risiera funzionò anche
come luogo di eliminazione di massa e individuale.

Secondo la
ricostruzione degli storici, i detenuti della Risiera, tra
l'ottobre del 1943 e l'aprile del 1945, in attesa di trasferimento
furono 20.000, e tra essi vi furono 1.300 ebrei della regione. Dei
700 deportati razziali triestini, solo una ventina fece ritorno.
Si stima inoltre che le persone eliminate sul posto siano tra le
4.000 e le 5.000, non ancora tutte identificate. Il forno
crematorio e la relativa ciminiera furono distrutti dai tedeschi
in fuga nella notte tra il 29 e il 30 aprile 1945. Tra le macerie
furono rinvenute ossa e ceneri umane ,raccolte in tre sacchi di
carta di quelli usati per il cemento che evidentemente erano stati
approntati per il consuetudinario trasporto verso il mare, ove
venivano dispersi. Tra gli internati ebrei vi furono intere
famiglie con bambini. Inoltre, un folto gruppo di giovani
adolescenti, destinati al lavoro coatto, venne trasferito in
Risiera dal Carso nel dicembre 1944. Quanto a Pino Robusti, la
madre dopo la liberazione poté riconoscere la giacca del figlio,
ucciso e cremato il 7 aprile 1945.

|
Fai felice Il Paese e scrivi
un tuo commento se ti piace questo sito o questa pagina
Questo sito é
autofinanziato...fai crescere con il tuo sponsor il Paese.
|